Gli uffici della procura della Repubblica di Trani (Ansa)

l'inchiesta

Giustizia paramafiosa. Il caso della procura di Trani

Luciano Capone

Il caso dei pm condannati per violenza sui testimoni: uno ora fa il giudice, l’altro lo farà a breve. La procura della città pugliese è un microcosmo di tutte le disfunzioni della magistratura: dal comportamento irresponsabile dei magistrati al funzionamento del Csm condizionato dalla nefasta logica delle correnti. Un’indagine con prove

Separazione delle carriere, sezione disciplinare e ruolo delle correnti nel Csm. Per capire come funziona l’attuale sistema della magistratura, e come potrebbe influire la riforma costituzionale ora soggetta a referendum confermativo, non bisogna solo guardare ai conflitti tra governo e Anm, alle inchieste delle grandi procure che coinvolgono leader politici, ministri o grandi aziende di stato. Tutto questo ha sicuramente conseguenze sui rapporti di forza tra i poteri dello stato e sugli equilibri politici del paese. Ma per comprenderne l’impatto sulla vita quotidiana delle persone comuni bisogna guardare cosa succede in provincia, lontano dai riflettori mediatici. La procura di Trani è, in questo senso, un caso emblematico. Un microcosmo di tutte le disfunzioni della magistratura: il comportamento irresponsabile, quando non criminale, dei magistrati e la perversione del funzionamento del Csm condizionato dalla nefasta logica correntizia

Solo questo può spiegare come è possibile ritrovarsi con un pm condannato in via definitiva per violenza sui testimoni che ora fa il giudice a Milano (Alessandro Donato Pesce) e un altro pm, con la stessa condanna definitiva e un’altra in primo grado per aver falsificato i verbali dei testi, che tra un mese farà il giudice a Torino (Michele Ruggiero). In sostanza hanno minacciato delle persone informate sui fatti, quindi non indagate, di arrestarle e di rovinare la loro vita, sequestrando l’azienda e coinvolgendo i familiari nell’inchiesta, se non avessero accusato alcuni indagati di aver preso tangenti. Gli audio degli interrogatori sono terrificanti: “Vogliamo vedere voi che risposte ci dite, e se quello che voi ci dite non converge lei se ne andrà in galera veloce e lei… dice ‘ma io c’ho il coso al cuore’… possiamo impegnarci par farla stare con il caldo che fa al fresco”. Così il pm Michele Ruggiero illustra l’alternativa a disposizione a due persone informate sui fatti, di cui un anziano cardiopatico: o dite quello che voglio o andate in carcere. “Dovete scegliere da che parte stare, se dalla parte delle vittime… o siete vittime o siete correi”. E ancora, minaccia il pm Alessandro Pesce: “E’ già rovinata. La sua azienda… adesso come sta… avrà un provvedimento di interdizione a partecipare agli appalti”, “la sua azienda non parteciperà più a nessun appalto… da domani mattina…”. Codice Torquemada più che codice Vassalli. Ebbene, il Csm ha trasformato questi due pm – ritenuti in tre gradi di giudizio violenti e squilibrati – in due giudici, dopo un periodo di sospensione. Ma andiamo con ordine. Questa storia inizia il 20 dicembre 2014, quando scatta l’operazione giudiziaria “Sistema Trani”.

  

Sei persone vengono arrestate, tra cui il sindaco della città, e altre sette indagate con l’accusa di associazione a delinquere, concussione, corruzione elettorale e tanti altri reati. Nella conferenza stampa il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, affiancato dal pm Ruggiero che ha condotto le indagini, descrive l’esistenza di un “comitato politico-affaristico” che impone “assunzioni lavorative” e “asservimento” attraverso “minacce di ritorsioni” e “sollecitando tangenti in denaro in cambio di appalti”. Il boss di questo sistema criminale, secondo l’accusa, è il sindaco di centrodestra, l’avvocato Luigi Riserbato, sottoposto agli arresti domiciliari per oltre un mese e, ovviamente, costretto a dare le dimissioni per poter ottenere di nuovo la libertà. Sorte peggiore tocca al vicesindaco, Giuseppe Di Marzio, che insieme ad altre quattro persone finisce in carcere, dove passa il Natale. Tutti finiscono sui media nazionali come partecipanti di una piccola “Mafia Capitale” pugliese (da poco si era abbattuta l’inchiesta “Mondo di mezzo” sul comune di Roma e i paragoni si sprecavano). Non sembrava esserci alcun dubbio, ma qualche anomalia c’era. La prima era che il giudice che aveva confermato le misure cautelari, il gip Francesco Messina, era il fratello di Assuntela Messina, all’epoca vice segretario del Pd pugliese e candidata alle primarie del Pd nel collegio di Trani: un’avversaria politica del sindaco arrestato. Ma la mancata astensione del gip che convalidò le misure cautelari richieste dalla procura è nulla rispetto alle anomalie contenute nell’inchiesta, che verranno scoperte molto tempo dopo. Nel corso dei mesi l’inchiesta sul “Sistema Trani” si espande ulteriormente e coinvolge altri filoni investigativi: il capo della polizia municipale Antonio Modugno, accusato di aver preso tangenti per l’installazione di rilevatori di velocità ai semafori; e il funzionario comunale, Sergio De Feudis, accusato di aver preso mazzette da alcune cooperative che avevano appalti con il comune.

E’ nel corso di queste indagini che i pm tranesi convocano come persone informate sui fatti Roberto Scarcella, amministratore di Italtraff, la società che ha vinto l’appalto per installare a Trani il photored, un rilevatore di infrazioni stradali. Ad accompagnarlo c’è Antonio Marzo, il cognato, ma soprattutto l’anziano fondatore dell’azienda. I pm Pesce e Ruggiero sono già convinti che il comandante dei vigili, Modugno, abbia preso soldi per assegnare l’appalto (“è un tangentaro mortale”). Solo cercano le prove che non hanno: l’esatto contrario del metodo con cui dovrebbero svolgersi le indagini. E se le prove non le trovano, tentano di estorcerle ai testimoni. Antonio Marzo, che ora ha 87 anni, così ricorda quella giornata di dieci anni fa: “Quando entrai c’erano due pm, quattro della Digos e un capitano della finanza – dice al Foglio, rispondendo al telefono della sua azienda – Ruggiero mi disse: oggi devi decidere, o vai in galera e distruggi la tua azienda, o dici che hai pagato. Io mi sono fatto quattro ore di interrogatorio, tenendo presente che avevo detto che ho quattro stent alle coronarie. dovevo decidere se andare in galera o accusare questo comandante. Ho capito che volevano fotterlo, ma io l’ho visto solo una volta nella mia vita… non me la sono sentita di rovinargli la vita. Capisco che un pm può avere un’idea, ma devi avere una prova su cui costruire una fantasia… sei nemico di quello e lo vuoi distruggere? E vuoi distruggere pure me?”.

Le modalità dell’interrogatorio sono agghiaccianti. “Non mi venite a dire che non avete dato niente, perché… noi prendiamo le carte che abbiamo qui e vi manderemo dritti in via Andria che sta il supercarcere, però in cella… diciamo così… una cella particolare… per corruzione di pubblici ufficiali”, dice Ruggiero. Più che un ruvido ammonimento ai testi di riferire la verità, è un chiaro ricatto: “Dovete scegliere da che parte stare… o siete vittime o siete correi”. “Oggi sono io che ho voluto dire al mio collega ‘guarda, diamogli una possibilità’, perché così come abbiamo fatto pure con altri, e gli altri si sono convinti”. “Oggi c’è questa mano tesa nostra, se la prendete… bene…”. L’offerta è che se i testi ammettono di aver pagato le tangenti sotto la pressione del capo della polizia municipale allora sono vittime di concussione, e quindi non c’è alcuna conseguenza penale o amministrativa. Altrimenti, se non fanno ammissioni, sono dei corruttori e quindi scattano le manette e il sequestro dell’azienda. Un’offerta che non si può rifiutare, citando il Padrino. “Lei Scarcella ha questa possibilità… ‘Sì, ci hanno detto che se volevamo dovevamo fare in questa maniera’… se non ci chiarite questa cosa, voi poi queste cose le spiegherete in manette davanti al giudice”. Quando i testimoni negano (“che cosa vuole sapere da me, io soldi non ne ho dati a nessuno”), le offese diventano sempre più pesanti: “Tu sei di un’ignoranza totale – dice il pm Ruggiero alzando la voce – allora poiché sei un ignorante, mettiti nelle mani di chi le sa le cose, per non aggravare la situazione”. E le minacce si estendono dall’azienda ai familiari: “Non è che c’ha dei conti correnti intestati a qualcuno di sua conoscenza dove opera lei, sua figlia… suo figlio, dobbiamo coinvolgere anche loro?”.

L’interrogatorio più duro è quello a Marzo, il fondatore dell’Italtraff, che ripetutamente nega qualsiasi tangente e difende la regolarità dell’appalto. Posso spiegare tutto, dice l’imprenditore, ditemi quali sono i dubbi e le contestazioni e io vi porto tutta la documentazione. Ma i pm usano ogni leva. La carota: “Avete pagato le tangenti… perché non lo dice direttamente… perché nel caso di una collaborazione anziché essere un corruttore diventa una vittima”. Ma soprattutto il bastone, con pressioni ed estorsioni su tutti i fronti: libertà, patrimonio, famiglia, salute. “Marzo, noi le vogliamo così bene che vogliamo farla tornare a Trani… guardi che meraviglia… guardi qui – dice il pm Ruggiero indicando il panorama che si vede dalla finestra – lei la conosceva la città di Trani? E’ bellissima… dal carcere di Trani c’è una visuale sul mare stupenda, e secondo me a lei col problema che c’ha (al cuore, ndr) le fa pure bene stare un po’ tranquillo…  è la fase della vita in cui bisogna un attimo rilassarsi, cominciare un po’ a pregare… pensare ai nipotini”. La resistenza dell’anziano imprenditore è quasi eroica: “Ma com’è, a ottant’anni uno fa andare in galera una persona? E senza che sia vero? Ma come ragioniamo? Giudice, mi dispiace… non posso fare come mi chiedete… state facendo pressione… io non mi piglio la responsabilità di rovinare una persona se non è vero… l’azienda è mia e posso rovinarla… l’altra persona no… sono una persona corretta… se io accusassi una persona deliberatamente… assolutamente no”. Il gioco è quello del poliziotto cattivo e del poliziotto cattivissimo: “Però si assumerà la responsabilità di vedere il sequestro dell’azienda” rilancia il pm Pesce, segnalando che ciò avrebbe comportato la rovina economica anche per i suoi figli: “Troveremo un Cantone qualsiasi che si occupa dell’amministrazione della sua azienda… eh però i suoi figli purtroppo non hanno ottant’anni… sono molto più giovani, quindi dovranno trovare altro ormai”. Molto più drammatico è l’interrogatorio di Giuseppe Fortunato, un collaboratore esterno dell’azienda che ha seguito l’appalto a Trani, a cui viene chiesto di accusare i titolari dell’azienda con cui era entrato in contrasto per questioni economiche dichiarando di essere a conoscenza delle tangenti. Ma anche lui nega. La minaccia, ancora una volta è la galera e la rovina economica familiare, con conseguenze anche reputazionali pesanti sui giovani figli: “Lei vuole rispondere di concorso di turbativa d’asta o di concorso in corruzione e turbativa d’asta? Esistono delle misure cautelari devastanti. Non è il fatto di stare in galera, ma tutto quello che comporta”. “Dottore, io ho fatto sempre il mio lavoro onestamente, non ho fatto nulla e non mi sento coinvolto in nulla – dice con lucidità il sig. Fortunato, negando di essere a conoscenza di qualsiasi tangente – se dovesse succedere quello che dice lei, finiremo in galera. Più che un colpo di pistola non possiamo fare, ci spariamo e abbiamo finito la storia”.

   

Innocenti in galera e pregiudicati ad amministrare la giustizia, da pm o da giudici. La tenuità delle sanzioni disciplinari del Csm. Una piccola procura di provincia si è trasformata in un mostro, e una spiegazione sta certamente nel sistema delle correnti

   

L’interrogatorio è talmente pesante e stressante che il sig. Marzo, il più anziano, il giorno dopo si presenta in ospedale dove gli viene diagnosticato uno “stato ansioso-depressivo secondario ad avvenimento con ipertensione reattiva”. E’ stato fortunato che non gli è venuto un crepacuore in procura. Ma di tutto questo non se ne sa nulla, anche perché le fonoregistrazioni degli interrogatori non vengono depositate nel fascicolo dell’indagine né nel processo. L’inchiesta sui pm non parte da una denuncia delle vittime, ma da un esposto anonimo – c’è chi ipotizza possa essere stato qualche ufficiale che ha assistito alle modalità violente degli interrogatori – sulla base del quale si attiva la procura di Lecce. Nell’imminenza delle perquisizioni, un ufficiale della Digos che aveva collaborato con Ruggiero e Pesce nell’inchiesta sul “Sistema Trani” improvvisamente si ricorda dell’esistenza dei cd con le registrazioni degli interrogatori che non erano mai stati depositati e li consegna al nuovo pm che ha ereditato il fascicolo, Marcello Catalano, che a sua volta mette le nuove prove a disposizione delle parti. Il processo a carico dei pm Pesce e Ruggiero scaturito dall’esposto anonimo va avanti fino alla condanna definitiva in Cassazione, rispettivamente a quattro e sei mesi, ma nel frattempo gli avvocati degli imputati nel processo “Sistema Trani” si accorgono dai cd di tanti altri interrogatori condotti con modalità analoghe e presentano altre denunce. Così nasce un altro processo a Lecce, stavolta nei confronti del solo Ruggiero, per violenza privata e falso ideologico. Secondo l’accusa il pm ha, come al solito, estorto accuse dai testimoni sotto la minaccia delle manette e, inoltre, ha falsificato i verbali degli interrogatori che erano serviti a chiedere le misure cautelari ai danni dell’allora vicesindaco Giuseppe Di Marzio e del funzionario comunale De Feudis. Il contenuto dei verbali si è rivelato manipolato, con un significato delle dichiarazioni completamente distorto rispetto a quanto è emerso dalle audioregistrazioni. E ovviamente non mancano le intimidazioni: “Perché mi prendi per il culo? Te ne vai in carcere come il tuo sindaco”, “Guardami, cerca di avere pietà di te stesso perché io non avrò nessun tipo di esitazioni”, “Paolo, tu i cazzi che sai li devi dire se no sono cazzi tuoi, hai capito qual è il problema?”. Queste sono le modalità con cui Ruggiero chiede a un dipendente di una cooperativa che lavora per il comune di accusare un funzionario comunale di estorcere soldi. Ai ripetuti dinieghi del giovane teste, che diceva di non essere a conoscenza di alcuna dazione di denaro, il pm attacca: “Noi lo sappiamo per certo. Domani ti daremo la prova e ti metterai a piangere, quindi o piangi mo’ o piangi dopo, perché una cosa è essere libero e una cosa è essere detenuto, e ti sei rovinato”. Le minacce, come al solito vengono allargate alle conseguenze per la famiglia, paventando un arresto immediato che avrebbe impedito al teste di partecipare al matrimonio della sorella che si sarebbe tenuto due giorni dopo. Per questo secondo processo, Ruggiero in primo grado ha beneficiato della prescrizione per la violenza privata (che secondo i giudici c’è stata) ed è stato condannato per aver falsificato i verbali a 3 anni e 9 mesi, con l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici: ad aprile, un mese dopo il referendum del 22 marzo, si insedierà come giudice a Torino.

Questo è uno dei tanti aspetti paradossalmente significativi della storia. Il primo è la disparità di trattamento tra il pm e gli indagati. Il sindaco di Trani Riserbato, completamente assolto dopo otto anni da tutte le accuse dopo aver rinunciato alla prescrizione, fu arrestato e dovette dimettersi per tornare in libertà perché c’era il rischio di reiterazione del reato. Idem per il vicesindaco Di Marzio, che è stato assolto dopo aver rinunciato alla prescrizione. Ruggiero, invece, ha continuato a fare il pm alla procura di Bari anche dopo la condanna definitiva, anche dopo la sanzione disciplinare del Csm e fino alla bocciatura del ricorso in Cassazione, e a breve diventerà giudice: nel suo caso non è mai stato considerato come concreto il rischio di reiterazione del reato, nonostante sia a processo a Lecce per reati analoghi nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ministero. Innocenti in galera e pregiudicati ad amministrare la giustizia, da pm o da giudici. Alla fine si è scoperto che il “Sistema Trani” esisteva, ma non nel Palazzo comunale bensì nel Palazzo di giustizia. Per giunta nel 2022, dopo essersi trasferito a Bari, con già una condanna in appello sulle spalle, Ruggiero fece arrestare l’allora sindaco di Polignano a Mare, Domenico Vitto, con accuse analoghe a quelle che anni prima erano toccate al sindaco di Trani. Anche Vitto dovette dimettersi da sindaco e, dopo quattro anni, il suo processo è appena cominciato e ne serviranno altri per la sentenza. Di sicuro farà prima Ruggiero a tornare in servizio.

L’altro paradosso, che ci porta direttamente sui temi del referendum, è quello della separazione delle carriere: un magistrato ritenuto dal Csm inadeguato a fare il pubblico ministero, per aver commesso un crimine nell’esercizio delle sue funzioni, viene mandato dallo stesso Csm a fare il giudice. Alessandro Donato Pesce aveva infatti ricevuto dal Csm come sanzione disciplinare la sospensione dal servizio per nove mesi, a partire dall’aprile del 2024, e ora è già da tempo in servizio come giudice civile al Tribunale di Milano (sezione immigrazione). Nel caso di Ruggiero, la sospensione inflittagli era di due anni e terminerà ad aprile, quando il pm sospeso diventerà giudice a Torino. Un premio più che una punizione.

Questo, inevitabilmente, conduce a una riflessione sul Csm e sugli altri due aspetti oggetto del referendum: il funzionamento della sezione disciplinare (che la riforma demanda all’Alta Corte) e il ruolo delle correnti (che la riforma vuole depotenziare attraverso il sorteggio). Come entrano in gioco in questa vicenda?

Innanzitutto l’entità della sanzione. Nonostante un reato così grave, come l’abuso dei poteri di un pm per ricattare dei testi, interrogati e accusati senza alcuna assistenza legale, al fine di attribuire illeciti ad altri indagati, il Csm decise di respingere la richiesta della procura generale della Cassazione che era di radiazione dalla magistratura. Nel caso di Ruggiero, per giunta, era in corso anche il secondo processo nei suoi confronti – che poi lo ha portato alla condanna in primo grado – per aver utilizzato gli stessi metodi con altri testimoni. Nel frattempo Ruggiero, da sospeso, ha subito un’altra condanna disciplinare, lo scorso 11 novembre 2025, per omessa informazione dell’emissione del decreto d’intercettazione quando era pm a Bari. Sanzione: censura. In pratica: nulla.

La tenuità delle sanzioni disciplinari del Csm rispetto a condotte così gravi, che evocano scene di film sulla criminalità organizzata più che da stato di diritto, apre una riflessione sul ruolo delle correnti della magistratura. E questo spinge ad allargare ulteriormente lo sguardo dal caso del singolo pm alla procura intera. La procura di Trani all’inizio degli anni ‘10 è diventata il centro di clamorose inchieste internazionali, tutte finite con archiviazioni o assoluzioni. A Trani sono state indagate tutte le principali banche italiane: Mps, Unicredit, Intesa Sanpaolo ed è stata persino indagata la Banca d’Italia per usura. C’è stato il filone dei complotti internazionali, con le inchieste sulle agenzie di rating (Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s) che nel 2011 avrebbero ordito il golpe dello spread, quella su Deutsche Bank e contro il ministero dell’Economia per i derivati di Morgan Stanley. A un certo punto Ruggiero e il procuratore Capristo aprirono addirittura un’indagine contro i vaccini con l’ipotesi che possano provocare autismo, dopo che il pm Ruggiero aveva partecipato come relatore a un convegno con un medico No vax. Tutti buchi nell’acqua. Al contempo, nella parte invisibile del suo lavoro, la procura di Trani era diventata un centro di malaffare e compravendita di sentenze da parte di magistrati. A Potenza è in corso un processo, iniziato molti anni fa, che ha visto condannati in primo grado due pm di Trani, Antonio Savasta e Luigi Scimé (rispettivamente a 10 e 4 anni), e il gip Michele Nardi (16 anni) per un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Lo stesso procuratore Capristo è stato condannato a Potenza a 2 anni e mezzo di reclusione per pressioni su una pm affinché favorisse degli imprenditori ed è a processo per corruzione in atti giudiziari nella vicenda dell’Ilva, essendo poi diventato capo della procura di Taranto. 

Come è stato possibile che una piccola procura di provincia si sia trasformata in un enorme mostro del genere? Una spiegazione sta certamente nel sistema delle correnti. Carlo Maria Capristo, che è stato il gestore e protettore di questo sistema, era un pezzo grosso della corrente Unicost. Era già arrivato al vertice alla procura di Trani dopo la gestione disastrosa dell’inchiesta sull’incendio del teatro Petruzzelli di Bari, in cui fece arrestare l’innocente gestore del teatro Ferdinando Pinto, assolto dopo un decennio di processi. A Trani Capristo consolida il suo potere e, nonostante la gestione disastrosa e criminogena della procura, viene premiato dal Csm: sostenuto dalle correnti Unicost e Magistratura Indipendente, quella dell’attuale presidente dell’Anm Cesare Parodi, per un soffio non diventa procuratore generale di Bari, arrivando a pari voti con Anna Maria Tosto, sostenuta dalle correnti di sinistra, che prevale solo per la maggiore anzianità. Capristo viene così “ricompensato” con la guida della procura di Taranto, dove c’è l’Ilva, la più importante industria siderurgica d’Italia e la più grande d’Europa. Per la sua attività svolta a Taranto, in combutta con il famigerato avvocato Piero Amara e altri, è ora a processo a Potenza con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. Anche Michele Ruggiero è un magistrato che faceva vita correntizia: è stato a lungo presidente dell’Anm di Trani, esponente di punta di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo. Ma Ruggiero aveva anche molti rapporti politici e trasversali: per le sue inchieste contro la finanza internazionale è stato invitato nel 2017 come “patriota” ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, lui che aveva indossato la cravatta tricolore nel processo perso contro S&P. Per quel gesto “patriottico” Ruggiero fu anche celebrato dal blog di Beppe Grillo che rilanciò un post dal titolo “Solitudine e speranza di un pubblico ministero” in cui il pm glorificava l’eroica sconfitta contro l’agenzia di rating. Pochi mesi dopo fu chiamato da Forza Italia e dal M5s, sebbene fosse già sotto indagine per violenza sui testimoni, come consulente per la Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche (lui che di inchieste sulle banche ne aveva fatte tantissime, ma con scarsissimi risultati).

Il Csm non solo ha promosso i magistrati che hanno fatto pessimamente il loro lavoro, ma non li ha neppure sanzionati adeguatamente dopo che hanno commesso dei reati. Probabilmente con carriere separate, un Csm sottratto alla logica spartitoria e consociativa delle correnti grazie al sorteggio e un’Alta Corte disciplinare meno influenzata dalla logica correntizia non avremmo visto niente di tutto questo. Non pm condannati che vanno a fare i giudici, non magistrati incapaci (quando non disonesti) promossi ad alti incarichi, non sospensione ma radiazione per i magistrati che minacciano e ricattano i cittadini. L’ultimo doppio paradosso di questa storia è che il pm Ruggiero è stato anche autore di un libro pubblicato da Paper first, la casa editrice del Fatto quotidiano, sulla sua battaglia giustizialista dal titolo “Sotto attacco”. Il primo aspetto paradossale è che “sotto attacco” non era lui, ma le persone da lui indagate o chiamate a testimoniare. Il secondo paradosso è che il libro di Ruggiero aveva una prefazione elogiativa dell’attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Si spera che, anche come segno di riparazione personale e politica, la postfazione a quest’opera possa essere la riforma Nordio della magistratura.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali