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Spunti di retorica referendaria

Lettera e spirito del quesito. Il Sì, il No e i difetti della comunicazione

Sergio Belardinelli

Se dal fronte del No i fautori si presentano appassionati e preoccupati, con un frequente ricorso alla menzogna o alla deligittimazione morale e politica, i sostenitori del Sì preferiscono rimanere più sul merito, restando però sempre sulla difensiva. Ma per vincere non basterà controbattere le ragioni del No

Sapremo tra un mese come andrà il referendum. Mi auguro che a vincere sia il Sì, ma sento crescere un certo timore che le cose possano andare diversamente. Da che cosa dipende questo mio timore? Non dai sondaggi, che in questo momento sono ancora poco attendibili, e nemmeno dalle ragioni dell’uno e dell’altro schieramento, bensì dalla strategia comunicativa da parte del fronte che mi sta più a cuore. I fautori del No si presentano appassionati, pensosi, risentiti, preoccupati per le sorti della democrazia italiana, possono contare sull’appoggio discreto quasi non detto ma determinatissimo della Conferenza episcopale italiana, non disdegnano il ricorso sistematico alla menzogna o alla delegittimazione morale e politica di coloro che voteranno Sì (Gratteri docet), fanno di tutto per tenere lontana la discussione dalla cosa stessa, ossia il quesito referendario. Per costoro la lettera del testo della norma che vorrebbero abrogare non conta nulla, è soltanto una finzione ordita per nascondere intenzioni politicamente abbiette; conta quindi moltissimo lo “spirito” della norma, spirito del quale, essendosi autoproclamati unici veri interpreti, dicono tranquillamente e, se mi è consentito, un po’ spudoratamente, tutto ciò che fa loro comodo a prescindere dalla conformità o meno con la lettera. Una macroscopica distorsione della realtà della quale pero il fronte del Sì non sembra riuscire ad avvantaggiarsi. Perché? Forse c’è qualcosa che non funziona nella comunicazione. In affetti, se i fautori del No parlano come se la lettera della norma che vorrebbero abrogare non ci fosse, i fautori del Sì in alcuni casi sembrano come murati in quella lettera, salvo farsi trasportare in altri casi da uno spirito tanto agguerrito quanto controproducente. “Se prima c’era un solo Consiglio superiore della magistratura, con la riforma ce ne saranno due, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente”; “Nessuno vuole ledere l’indipendenza della magistratura, semplicemente si separano le carriere dei giudici, creando due organi di autogoverno indipendenti anziché uno”: questi, in estrema sintesi, gli argomenti principali, e sacrosanti, che in questa campagna vengono utilizzati dal fronte del Sì. Ma quale è il contesto all’interno del quale questi argomenti vengono utilizzati, diciamo pure, lo “spirito” che li anima? Benissimo che si stia nel merito della questione quando sul fronte opposto viene ignorato completamente. Guai però a stare troppo sulla difensiva o a lasciarsi andare a considerazioni sconclusionate. Non ci si può limitare a controbattere le ragioni del No, cercando di dimostrare che non sta arrivando la dittatura né che si vuole stravolgere la Costituzione più bella del mondo. Questi sono i temi tipici sui quali i fautori del No stanno costruendo la loro campagna e sui quali hanno interesse a tenere la discussione.

 

Meglio sarebbe, ad esempio, farne materia per uno “spirito” che ne mostri tutto il ridicolo, senza alcun bisogno di attaccare in modo sconclusionato l’attuale Consiglio superiore della magistratura, già umiliato abbastanza in questi anni dal comportamento di alcuni magistrati. La riforma Nordio sulla quale i cittadini sono chiamati a pronunciarsi nel prossimo referendum non è, né vuole essere in alcun modo la riforma della giustizia, ma rappresenta uno dei pochi vagiti autenticamente “liberali” emessi dal Parlamento italiano in questi anni. Questo potrebbe essere lo spirito su cui basare la battaglia referendaria. Votare sì equivale a porre rimedio alla degenerazione correntizia all’interno del Csm, nella speranza di una giustizia più equilibrata e più giusta.  Altro che attacco alla democrazia da parte di una banda di criminali. Per la democrazia sono molto più deleterie la continua delegittimazione politica dell’avversario e l’uso intenzionale della menzogna che la riforma Nordio. Ma tant’è. Non tutte le forze politiche che sostengono il fronte del Sì al referendum del marzo prossimo sembrano farlo con la stessa intelligenza e la stessa determinazione. Quanto al governo Meloni, come ha scritto Salvatore Merlo su questo giornale, la premier rischia di fare la fine di Matteo Renzi per timore di fare la fine di Matteo Renzi. A meno che, ma questa è soltanto un’illazione, nel caso di una vittoria del fronte del no al referendum, Giorgia Meloni non abbia in mente di salire dieci minuti dopo al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni e andar dritta alle elezioni. Come mossa non sarebbe male, ma meglio sarebbe vincerlo questo referendum.
 
 

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