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Il caso Esposito e il diritto storto. Per capire bisogna rileggere Kafka
Pubblichiamo la prefazione di Giuliano Ferrara al libro di Ermes Antonucci, “Massacro giudiziario. Come un’indagine ingiusta ti devasta la vita. Il caso di Stefano Esposito” (Liberilibri, 224 pp., 16 euro), da oggi nelle librerie e negli store online
Qualcuno doveva aver calunniato Stefano Esposito e Giulio Muttoni, perché non furono arrestati ma la loro vita si fermò. (“Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. poiché senza che avesse fatto alcunché di male una mattina venne arrestato”. Franz Kafka, Il Processo). Questo libro di Ermes Antonucci racconta, con la tecnica dello scartafaccio che contiene più voci, in uno stile piano e comprensibile perfino nella dimensione dell’assolutamente incomprensibile, la storia di due amici, un imprenditore dell’entertainment, Giulio Muttoni, e un dipendente pubblico fattosi politico e eletto del popolo, Stefano Esposito.
All’origine di tutto c’è un magistrato della Procura di Torino, una città misteriosamente e obliquamente implicata con il suo establishment in questo giallo di cattiva giustizia, il quale secondo il Csm, in genere parco nelle condanne degli affiliati alla categoria requirente e giudicante, ai togati, si è comportato in modo non scrupoloso, insomma è andato per le spicce, e per questo ha meritato un trasferimento di funzioni, di sede e l’arretramento di un anno di carriera. Questo verdetto dell’organo di autogoverno della magistratura, arrivato con i tempi estenuanti delle indagini e dei processi, estenuanti sopra tutto per gli indagati e i rinviati a giudizio, non ha ovviamente riattivato o rimesso a nuovo le vite spezzate di questi due amici, italiani fattivi con i loro pregi e i loro difetti, ma incolpevoli secondo pronunce del Tribunale che li ha giudicati, e vittime di uno strano accanimento perfino secondo una sentenza della Corte costituzionale. Certi guasti non si riparano mai più. Il circo dei giornali e del partito preso giudiziario non tratta gli animali come maschere di umanità, il suo clown non fa ridere, sia pure con un velo di tristezza, ma piangere senza sorriso, e il meccanismo circense arriva invece a trattare le persone umane come animali, in una specie di moderno Colosseo gladiatorio del diritto storto.
Per capire il caso Esposito bisogna rileggere Franz Kafka. L’incipit di questa prefazione è d’altra parte una parafrasi di Kafka, di come si inizia il suo celebre romanzo, “Il processo”. Di quella storia il finale è triste, rivela un aspetto apocalittico della tristezza del mondo, la colpa che si insinua nell’innocenza, l’innocenza che è sepolta nel senso di colpa, e la punizione del peccato originale: “Con gli occhi prossimi a spegnersi K. fece in tempo a vedere i signori che vicino al suo viso, guancia contro guancia, osservavano l’esito. ‘Come un cane!’ disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere”. I signori del caso Esposito, indagine allucinante per contenuto e procedure, con 30 mila intercettazioni a carico di Muttoni e intercettazioni perfettamente illegali a carico di Esposito, parlamentare in carica, alla fine hanno perso, e gli indagati-imputati sono sopravvissuti, ma chi legga Antonucci capirà che sono stati trattati come cani e malgrado il lieto fine sono autorizzati a pensare, come K., che la vergogna per il trattamento riservato loro debba sopravvivergli. Esposito arriva a rimpiangere, dettaglio quasi letteralmente preso dal testo del grande romanziere ceco di lingua tedesca, di non essere stato arrestato e formalmente imprigionato, per certi aspetti l’unico modo di difendersi in questo delirio di opacità e di errori disumani della procedura di giustizia italiana (e non solo).
Certe indagini, come si vede dal racconto, tradiscono sia il buonsenso sia il senso comune, vanno contro la logica prima ancora che contro individui liberi e titolari del diritto alla non colpevolezza prima della conclusione di un giusto dibattimento e di una credibile sentenza. I dettagli della macelleria puntigliosamente orchestrata, con responsabilità anche personali annidate nella presunta neutralità della Norma, sono impressionanti per numero e qualità. Il politico e l’imprenditore, e Dio ne guardi se per giunta sono amici personali, figurano come i predestinati di una cultura della folla e della gogna che non li può risparmiare dal cattivo pregiudizio, dal regno oscuro delle insinuazioni spacciate per indizi concordanti o per prove, e tutta la loro vita personale è investita letteralmente dal fumo della persecuzione in giudizio che alla fine assomiglia a una persecuzione pura e semplice. Come nel romanzo, emerge l’insignificanza gravida di conseguenze, un accanimento in capo alla forma e alla sua fredda imperturbabilità, del tutto incomprensibile, anche al di là delle responsabilità di chi guida chissà perché e chissà da dove tutta l’azione processuale.
Una testimonianza civile come questa, che fissa con un’abbondanza di amara documentazione i canoni imperscrutabili di una giustizia andata a remengo, non ha quasi nulla a che vedere con il capolavoro letterario, a sfondo teologico, che narra l’oppressione senza senso percepibile, eppure chiarissima, cui viene sottoposta la indecifrabile personalità dell’uomo comune, dell’impiegato K. che si fa motore immobile di un’angoscia ambientale piena di perversioni, di silenzi, di scene di teatro urbano, tutte quelle scale quei corridoi quei soppalchi quegli incontri demenziali e quelle violenze dissimulate di cui è fatto, come fosse fatto di niente, il grande romanzo. Ma al centro del caso Esposito-Muttoni sta, se non la psicoanalisi intrisa di spiritualità dell’orrore ordinario, una analoga dittatura dell’Autorità. A K. i guardiani mangiano la colazione, al momento dell’arresto mattutino, che apparentemente lascia intatta la sua modesta vita fino alla condanna e all’esecuzione. Ai nostri eroi sfortunati, ai nostri sopravvissuti e salvati, vengono inflitte simili angherie. Ogni pagina del racconto, fervorosamente ma lucidamente alimentato dalla conversazione con Stefano Esposito e dagli stralci delle intercettazioni copiose delle sue telefonate con Muttoni, parla dell’assurdo, della scomparsa di ogni ragionevolezza, della trama sghemba dei fatti non verificati o non verificabili diventati puntelli dell’accusa. Così che uno dei tanti errori e orrori di giustizia, un caso esemplare ma in certo senso di ordinaria amministrazione, diventa metafora e romanzo. Buona lettura.