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le bugie delle toghe
“Ma quale organo autonomo, il Comitato per il No è un'articolazione dell'Anm”, dice la giudice Ceccarelli
La magistrata, componente del Comitato direttivo centrale dell’Anm, si scaglia contro il presidente del sindacato, Cesare Parodi: "Il Comitato per il No è legato all’Anm per statuto e per i finanziamenti ricevuti: già 800 mila euro. Sulle donazioni esterne serve trasparenza"
"Il Comitato per il No al referendum è a tutti gli effetti un’articolazione dell’Associazione nazionale magistrati. Nello statuto del Comitato è scritto chiaramente che esso dà esecuzione alle direttive impartite dal Comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm. C’è quindi un vincolo funzionale. Il Comitato è legato all’Anm sia nell’operatività sia negli obiettivi e sia nella sua base economica che, non dimentichiamolo, è in origine rappresentata da ben 500 mila euro stanziati dall’Anm, ai quali se ne sono poi aggiunti altri 300 mila sempre dall’Anm”. Natalia Ceccarelli, giudice della Corte d’appello di Napoli e componente del Cdc dell’Anm, commenta con il Foglio le parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che di fronte alle richieste di chiarimento – giunte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio tramite la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi – sui finanziamenti ricevuti dal Comitato per il No ha risposto che questo “è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo”. Una replica paradossale, nota Ceccarelli: “L’Anm ha ritenuto di non intestarsi formalmente la battaglia referendaria ma di creare un’articolazione apposita. Siamo al cospetto di una modifica sostanziale dello statuto dell’Anm, che individua organi ben precisi. A questi organi ne è stato aggiunto uno nuovo: il Comitato per il No. Questo ha beneficiato di un fiume di denaro proveniente dai fondi dell’associazione e si è aperto anche a donazioni esterne fino a cento euro a persona”.
“Come risulta dalle varie sedute del Cdc, io e il collega Andrea Reale siamo gli unici ad aver sempre insistito sul tema della trasparenza economica sia dell’Anm sia del Comitato per il No”, dice Ceccarelli. “Abbiamo chiesto chiarimenti su entrate e spese del Comitato, e alcuni componenti della giunta hanno preannunciato che sarà presentato un rendiconto finale, con l’intento di evidenziare che l’associazione ha ancora sufficienti fondi per fronteggiare qualsivoglia impegno economico legato alla campagna referendaria”. “I fondi ormai sembrano avere un’unica destinazione, il referendum, ma sappiamo bene che gli scopi che l’associazione dovrebbe perseguire sono molteplici e quello referendario ne è soltanto uno contingente e occasionale. Ci sono tanti scopi di assistenza ai soci, soprattutto in momenti di difficoltà, che in questo momento pare siano l’ultima delle preoccupazioni della dirigenza dell’Anm”, attacca Ceccarelli.
Per il presidente dell’Anm Cesare Parodi, la richiesta giunta dal ministero della Giustizia sull’identità dei finanziatori del Comitato per il No (conseguenza di un’interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia Enrico Costa) è “contraria alla salvaguardia della privacy” dei cittadini. “Si pone un chiaro problema di trasparenza dei finanziamenti e non credo che la privacy del donante possa essere opposta per paralizzare questo discorso”, afferma Ceccarelli. “La trasparenza della donazione, cioè la riconducibilità della singola donazione al singolo individuo, costituisce una garanzia sia per chi dona sia per chi riceve, anche perché esiste un vincolo di destinazione rispetto a queste donazioni. Quindi non credo che la privacy sia un argomento valido per opporsi a una richiesta di trasparenza”, aggiunge la giudice campana.
Ceccarelli, esponente del gruppo anticorrenti Articolo 101, torna anche sul tema delle degenerazioni delle correnti al Csm. “Non commento le dichiarazioni del ministro Nordio né di altri esponenti politici. Nel momento in cui ho deciso di dichiarare la mia posizione per il Sì mi sono imposta di restare fuori dalle polemiche politiche e di approcciarmi alla campagna referendaria come si conviene a un tecnico del diritto. Detto ciò, è chiaro che tra gli elementi che hanno portato alla riforma costituzionale ci sono anche i malcostumi che si sono sedimentati nella nostra categoria, che denunciavamo da tanti anni e che poi sono emersi con lo scandalo sulle nomine. Una cosa è certa: se noi magistrati ci fossimo autoriformati non si sarebbe giunti a questa riforma da parte della politica”, conclude Ceccarelli.