Un’assemblea plenaria del Consiglio superiore della magistratura (foto Ansa)
l'analisi
Dieci storie di toghe impunite. Hanno sbagliato? Promossi
Le promozioni assurde del Csm: dal pm che anticipa all’avvocato di ’ndranghetisti gli arresti e il sequestro di droga al magistrato che suggerisce a un suo indagato di buttare la sim del telefono, fino ai consiglieri che brigavano con Palamara. Un’inchiesta
Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia, dal 2021 al 2025 ben 9.718 magistrati su 9.797 (il 99,2 per cento) hanno ottenuto una valutazione positiva di professionalità dal Consiglio superiore della magistratura, cioè sono stati promossi ai livelli superiori di carriera e di retribuzione. Il risultato, quasi plebiscitario, è in linea con quello registrato nei decenni precedenti. In altre parole, tutti i magistrati (tranne rarissimi casi) – che per legge sono sottoposti a valutazione di professionalità ogni quattro anni, per un totale di sette valutazioni – sono ritenuti bravissimi e impeccabili sulla base dei criteri di capacità, laboriosità, diligenza e impegno. Come evidenziava il professor Giuseppe Di Federico, massimo studioso italiano di ordinamento giudiziario, morto lo scorso settembre, il corporativismo interno al Csm ha condotto alla “sostanziale eliminazione delle valutazioni di professionalità”, che invece in teoria dovrebbero assicurare che il magistrato conservi lungo tutta la sua carriera le capacità per svolgere un lavoro così delicato.
Abbiamo esaminato tutte le promozioni deliberate dall’attuale Csm, insediatosi nel gennaio 2023, e sono emersi casi incredibili, in cui si stenta a credere che i magistrati oggetto di valutazione professionale abbiano ricevuto un giudizio positivo: c’è il pm che ha rivelato a un suo amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, la notizia segreta che una procura stava per effettuare un sequestro di cocaina e per chiedere l’arresto dei suoi assistiti; c’è il pm che ha suggerito a una persona da lui stesso indagata di non utilizzare il telefono e di liberarsi della sim; c’è il pm che ha intrattenuto rapporti amichevoli con un soggetto da lui indagato per mafia, ricevendo pure doni natalizi; ci sono alcuni dei tanti magistrati che brigavano con Palamara sulle nomine al Csm; ci sono giudici che hanno depositato sentenze con ritardi astronomici (persino due o tre anni). Tutti promossi. Racconteremo dieci storie emblematiche.
Il caso più incredibile riguarda certamente il magistrato Paolo Petrolo, oggi giudice civile a Messina, già sostituto procuratore a Reggio Calabria. Il 21 agosto 2011 venne intercettata una conversazione in cui Petrolo, all’epoca pm antimafia a Reggio Calabria, rivelava a un suo amico avvocato, difensore di ’ndranghetisti, una serie di notizie coperte da segreto che riguardavano indagini condotte dalla procura di Roma, e di cui era venuto a conoscenza in quanto coassegnatario dei procedimenti nell’ambito dell’attività di coordinamento tra i pm capitolini e reggini.
In particolare, Petrolo rivelava al suo amico avvocato l’esistenza di indagini da parte della procura di Roma (“perché ci sono i procedimenti su Roma... che ci hanno fottuto”), riferiva che i magistrati romani avevano sequestrato 2.000 chili di cocaina e che stavano seguendo le tracce di altre spedizioni di droga dalla Colombia, infine rivelava anche che la procura di Roma stava per depositare richieste di misure cautelari nei confronti di specifici soggetti che si ritenevano implicati nel traffico internazionale di stupefacenti, mettendo quindi anche in pericolo il buon esito dell’esecuzione delle misure cautelari, visto che i narcotrafficanti avrebbero potuto essere messi a conoscenza delle intenzioni dei pm.
Sulla base di questa intercettazione, il magistrato Petrolo è stato processato per rivelazione di segreto d’ufficio. Condannato in primo grado, Petrolo è stato assolto dalla Corte d’appello di Salerno, che ha valorizzato “l’esclusione dell’intensità del dolo, il contesto goliardico in cui si inseriva la condotta, l’assenza di danno e l’esiguità del pericolo”. Nel 2018 la Cassazione ha annullato l’assoluzione individuando lacune nelle motivazioni, e ha rinviato a un nuovo processo di appello, che si è concluso con il non doversi procedere nei confronti di Petrolo perché il reato era estinto per prescrizione.
Dalla vicenda è però scaturito un procedimento disciplinare al Csm, che nel 2022 ha sanzionato Petrolo con la perdita di quattro mesi di anzianità e il trasferimento d’ufficio al tribunale di Messina con funzioni civili. Di certo non una sanzione severa, se si considera che nella sentenza la sezione disciplinare sottolinea come “le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria consentano di colmare le lacune ravvisate nella motivazione d’appello e, in ultimo, di ritenere integrati gli illeciti contestati”.
Nonostante tutto ciò, il 12 marzo 2025 il Csm ha deliberato (con 12 voti favorevoli, 11 contrari e 5 astensioni) il positivo superamento da parte di Petrolo della seconda valutazione di professionalità, relativo al quadriennio 2008-2012, dentro il quale quindi rientrava la vicenda della rivelazione del segreto d’ufficio. Per il plenum del Consiglio superiore della magistratura “la rivelazione cui il dottor Petrolo si è lasciato andare la notte del 21.8.2011 – pur inopportuna e deontologicamente scorretta – può essere ricondotta a una caduta di tensione isolata, insuscettibile di incidere negativamente sull’intero quadriennio in valutazione”. Insomma, è stato accertato che il pm antimafia ha rivelato notizie coperte da segreto a un legale di ’ndranghetisti, ma si è trattato di una “caduta di tensione isolata”: promosso.
Il secondo caso emblematico dell’assenza di una sostanziale valutazione di professionalità dei magistrati riguarda Peter Michaeler, oggi giudice del tribunale di Verona ed ex gip a Bolzano. L’11 luglio 2020 per le vie del centro di Bolzano un appuntato dei Carabinieri ascoltò casualmente una conversazione tra Michaeler e una persona dallo stesso indagata in un procedimento penale. Il carabiniere dichiarò di avere sentito Michaeler rispondere a una specifica domanda dell’indagato con la seguente frase: “Non utilizzare il telefono. Tu devi togliere la sim, fare un altro numero, magari straniero e il resto devi tirare avanti per oltre due anni perché poi scade comunque”. La circostanza non è mai stata negata dal magistrato, che in tutte le sedi in cui ha presentato le proprie difese ha dichiarato di aver fornito all’interlocutore una risposta astratta e generica. Dalla vicenda è scaturito un procedimento penale nei confronti di Michaeler per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento, che si è concluso con l’archiviazione. A causa dell’eco assunta dalla vicenda, però, il Csm ha ritenuto sussistenti i presupposti per decretare il trasferimento d’ufficio del magistrato da Bolzano a Verona.
Malgrado ciò, il 2 aprile 2025 il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha deliberato (con quattro astensioni) il positivo riconoscimento della settima valutazione di professionalità a Michaeler, spiegando che la vicenda in questione ha costituito “un episodio unico nel corso della vita professionale del magistrato, che non si è ripetuto nel tempo, che è stato ragionevolmente imputabile all’essere stato egli colto di sorpresa e che, sebbene potesse essere gestito in modo più appropriato, è rimasto del tutto isolato”. Dunque, è stato acclarato che un giudice ha suggerito a un indagato di liberarsi del proprio cellulare (si suppone per evitare di essere intercettato), ma questo non ha impedito che il Csm promuovesse il giudice.
Il terzo caso vede come protagonista un magistrato di rilievo: Francesco Mollace, sostituto procuratore generale alla Corte d’appello di Roma, già sostituto procuratore generale alla Corte d’appello di Reggio Calabria, in magistratura dal 1980. Nel corso di un’indagine del 2011 è emerso che Mollace ha avuto rapporti con una persona – Luciano Lo Giudice – all’epoca indagata per reati di criminalità organizzata in un procedimento a lui assegnato, ha ricevuto doni natalizi dallo stesso soggetto, il quale ha curato anche la custodia e il trasporto della imbarcazione privata del magistrato. Lo Giudice è stato in seguito condannato in via definitiva per svariati reati, tra cui associazione mafiosa (’ndrangheta), a una pena complessiva pari a 21 anni e 6 mesi. Per il rapporto con Lo Giudice, Mollace è stato indagato per corruzione in atti giudiziari, aggravata dalla finalità di agevolare la cosca di ’ndrangheta capeggiata proprio dai Lo Giudice. A Mollace è stato contestato “di avere, nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ministero di Reggio Calabria, commesso plurime omissioni in cambio di benefici economici (legati alla nautica da diporto) ricevuti da Luciano Lo Giudice per il tramite e con il contributo causale di Antonino Spanò”. Nello specifico, gli è stato contestato di aver ottenuto vantaggi attraverso una condotta professionale tesa ad avvantaggiare Luciano Lo Giudice mediante una parcellizzazione dell’attività investigativa inerente al contenuto delle dichiarazioni rese da due collaboratori di giustizia. Il 25 maggio 2016 il gup di Catanzaro ha assolto Mollace con la formula “perché il fatto non sussiste”, sottolineando però che “indubbiamente emergono scelte investigative opinabili (e, quindi, eventualmente suscettibili di censura e rilievo in altra sede)”, e ritenendo sussistente un quadro contraddittorio circa la parcellizzazione delle indagini e il conseguimento di indebiti vantaggi da parte del magistrato.
Per la sua frequentazione di persone sottoposte a procedimento penale o comunque oggetto di indagini da parte del suo ufficio in quanto collegate al clan “Lo Giudice”, Mollace è stato sottoposto anche a un procedimento disciplinare da parte del Csm, ma anche questo nel 2018 si è concluso con l’assoluzione del magistrato.
Gli elementi emersi nel corso del processo penale e del procedimento disciplinare non potevano, tuttavia, non avere risvolti quanto meno sul piano della valutazione della professionalità di Mollace. Così il 14 maggio 2020 il Csm ha negato a Mollace il superamento della settima valutazione di professionalità con una valutazione “negativa”, sottolineando che i rapporti con Lo Giudice “denotano una grave carenza sotto il profilo del prerequisito dell’imparzialità, in quanto il magistrato sottoposto a valutazione ha avuto rapporti con un soggetto indagato per reati di criminalità organizzata in un procedimento a lui assegnato, ha ricevuto doni natalizi dallo stesso soggetto, il quale ha curato anche la custodia e il trasporto della imbarcazione privata del magistrato”.
La settima e ultima promozione di Mollace è quindi stata rimandata a una nuova decisione del Csm, che prendesse come riferimento il biennio successivo (maggio 2009-maggio 2011). Peccato che nel frattempo dagli atti del procedimento disciplinare sia emersa una vicenda inquietante che ricade proprio nel nuovo periodo sottoposto alla valutazione del Csm. Il 18 novembre 2009 è stato intercettato un colloquio in carcere tra Luciano Lo Giudice (in quel momento già detenuto) e il suo legale. Nella conversazione il legale dice a Lo Giudice: “Ti saluta Mollace. Mi ha detto che in questo momento non può… mi ha detto che lui in questa fase non può... Ci siamo messi a parlare, si è letto le carte, dice questo processo in questo momento non dovrebbe essere annullato, se questo viene in appello viene da me... Mi ha detto di salutarti, dice ‘tranquillo... e fai il buono tu sei una persona intelligente’”. La risposta di Lo Giudice: “Se vedi a Don Ciccio gli dai un bacetto da parte mia. E’ importante. Digli ‘ha detto queste parole: se vedi a Don Ciccio di dargli un bacetto’… gli dici ‘Luciano ce l’ha sempre nel suo cuore’ gli devi dire. Lui sa quello che gli voglio dire”.
Per il consiglio giudiziario della Corte d’appello di Reggio Calabria il dialogo “attesta intanto che il Lo Giudice cercò di contattare il Mollace per il tramite del suo difensore, con la chiara finalità o comunque l’auspicio di sollecitarne un qualche intervento che potesse sollevarlo dalla sopravvenuta condizione di cautelato in carcere”. Inoltre il dialogo “attesta parimenti (anzi soprattutto) che il dott. Mollace non ricusò il contatto, non si meravigliò né si disse contrariato per l’iniziativa, non la definì irricevibile. Diversamente, il magistrato, dopo avere letto, e considerato con l’avvocato, il carteggio contenente gli elementi a carico del detenuto esponendo il proprio parere tecnico... si disse – essendogli ben chiaro, evidentemente, il senso della sollecitazione provenientegli (più o meno direttamente) dall’amico detenuto – nell’impossibilità di intervenire in quella fase del procedimento, promettendo interessamento al momento in cui il processo sarebbe giunto, se del caso, in appello (‘se questo viene in appello viene da me’); quindi l’invito – dai toni vagamente allusivi – a mantenere la calma e a comportarsi in modo intelligente (‘Mi ha detto di salutarti, dice ‘tranquillo... e fai il buono… tu sei una persona intelligente’)”.
Il consiglio giudiziario ricorda che “alla data del dialogo intercettato (18.11.2009) il dott. Mollace era proprio in procinto di prendere possesso del suo nuovo ufficio di sostituto procuratore generale (cosa che avvenne il 9 dicembre successivo), sicché il dialogo risulta perfettamente compatibile con la dichiarazione di impotenza nella fase in cui il procedimento si trovava e la promessa di benevolo trattamento nell’eventuale giudizio di appello”. Per questi motivi, il consiglio giudiziario ha espresso all’unanimità il parere per riconoscere a Mollace una nuova valutazione di professionalità negativa.
Il Csm ha però ritenuto che la conversazione intercettata non dimostri la permanenza dei rapporti tra Mollace e Lo Giudice perché l’avvocato di quest’ultimo “ha in più occasioni e in diverse sedi giudiziarie affermato di non aver mai avuto contatti con il dott. Mollace”. Il legale di Lo Giudice, quindi, avrebbe soltanto millantato al suo assistito di aver sentito Mollace e di avergli anche sottoposto le carte del processo a carico di Lo Giudice (anche se, come alcuni consiglieri hanno cercato invano di notare nel corso del plenum, Mollace non ha mai denunciato il legale di Lo Giudice per millantato credito). Così il 22 febbraio 2023 il Csm ha riconosciuto a Mollace il superamento della settima valutazione di professionalità (con 19 voti a favore, 8 contrari e 2 astensioni). Anche Mollace ha ottenuto la massima promozione prevista per i magistrati.
Altri due casi surreali di promozione riguardano due magistrati di primo piano coinvolti nelle manovre spartitorie tra le correnti portate avanti proprio al Consiglio superiore della magistratura ed emerse con lo scandalo Palamara. Si tratta di Nicola Clivio, oggi giudice a Milano, e di Massimo Forciniti, oggi giudice a Crotone, entrambi membri del Csm dal 2014 al 2018 insieme a Palamara. Clivio era esponente della corrente di sinistra Area, mentre Forciniti apparteneva a Unicost, corrente di cui Palamara era il leader.
Clivio è finito al centro delle valutazioni del Csm in particolare per delle sollecitazioni rivolte a Palamara per la nomina dei procuratori aggiunti di Milano. Il dialogo è avvenuto il 20 settembre 2017. Nel 2017 erano vacanti ben sei posti di procuratore aggiunto presso la procura di Milano. La Quinta commissione del Csm (competente per il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi) si è riunita il 20 settembre 2017 e ha formulato le proprie proposte, poi trasmesse al plenum, che ha deliberato l’8 novembre 2017. Pochi minuti prima della seduta della commissione, alle ore 9.17, sono avvenute delle conversazioni via chat tra Clivio e Palamara, entrambi non componenti della Quinta commissione. Clivio scrive: “Ciccio allarme rosso su aggiunti Milano. Hai sentito Greco? Fatti due chiacchiere con lui per chiarirti il quadro”. Palamara risponde affermativamente e chiede a Clivio la sua “cinquina”, ricevendo in risposta i seguenti nomi: “De Pasquale, Dolci, Siciliano, Mannella, Pedio; sesto posto a Fusco tra un mese”. Palamara chiede dove possa variare, rispetto a questi nomi, e i due consiglieri discutono su quale sia il nominativo, tra quei cinque, che Palamara potrebbe non far votare in commissione, per poter esprimere il voto in favore di un appartenente al proprio gruppo associativo. Nel corso dell’interlocuzione i due consiglieri fanno anche dei riferimenti a possibili gradimenti dell’allora procuratore di Milano, Francesco Greco, e Clivio suggerisce a Palamara di parlare col procuratore. Alle ore 11.04 del 20 settembre 2017, Clivio invia un messaggio a Palamara in cui esprime soddisfazione per la conclusione a cui era giunta la Quinta commissione (vennero proposte le nomine ad aggiunto di De Pasquale, Dolci, Fusco, Mannella, Pedio e Siciliano). Palamara risponde: “Per trovare equilibrio mi hai fatto impazzire”. E Clivio lo loda affermando: “Sei un vero leader”. Pochi giorni dopo, il 4 ottobre 2017, Palamara, verosimilmente ricollegandosi al precedente esito per gli aggiunti della procura di Milano, scrive a Clivio riferendosi alla nomina del procuratore nazionale antimafia: “Noi sempre leali con voi ora tocca anche a voi”.
Per queste conversazioni il Csm ha aperto una procedura per valutare il trasferimento d’ufficio di Clivio per incompatibilità ambientale o funzionale. La procedura si è conclusa con l’archiviazione nell’aprile 2021.
Le condotte di Clivio avrebbero potuto (dovuto?) avere conseguenze sul piano della valutazione della professionalità, ma non è avvenuto neanche questo. Il 15 giugno 2023, infatti, il plenum del Csm ha riconosciuto a Clivio un giudizio di positivo superamento della settima valutazione di professionalità in riferimento al quadriennio agosto 2015-agosto 2019, cioè al periodo nel quale rientra anche la vicenda delle chat con Palamara. Per il Csm “possono unicamente stigmatizzarsi, in questa sede, sul piano dell’inopportunità, sia la presenza di ripetuti e insistenti riferimenti – da ritenersi impropri – all’appartenenza associativa dei magistrati oggetto delle diverse decisioni, sia alcune valutazioni rispetto ai profili di merito dei candidati espresse in termini a volte asciutti, diretti ed ‘atecnici’, ma devono anche considerarsi, in tale prospettiva, la particolare natura del mezzo di comunicazione e il carattere confidenziale delle comunicazioni”. Insomma, tutto regolare.
Anche Forciniti è finito coinvolto nelle chat di Palamara. Anche nei suoi confronti è stata aperta una procedura di accertamento di incompatibilità ambientale, che si è conclusa con l’archiviazione. Nella delibera, però, si rileva “una modalità di approccio all’attività consiliare (desumibile da quelle conversazioni che evidenziavano ‘accordi’ inerenti alle nomine ad incarichi di vario genere, riferimenti all’appartenenza correntizia dei candidati, scelte determinate in relazione a comportamenti tenuti da altri consiglieri o da altri soggetti, palese interesse al conferimento di incarichi direttivi al termine della consiliatura) definita impropria e inopportuna”. Inoltre si stigmatizzano profondamente numerose conversazioni intervenute successivamente alla data di cessazione del ruolo di consigliere del Csm, in quanto idonee a dimostrare che Forciniti e Palamara “hanno proseguito non solo ad interessarsi nelle dinamiche consiliari, ma ad ingerirsi direttamente nelle stesse, assumendo decisioni circa le vicende consiliari e mantenendo un continuativo contatto con i consiglieri in carica”.
E’ inoltre emerso il coinvolgimento di Forciniti nella vicenda dell’hotel Champagne. Pur non avendo partecipato alla famosa riunione che avvenne nell’hotel romano tra l’8 e il 9 maggio 2019 tra Palamara, svariati consiglieri del Csm e due deputati, dalle chat emerge che Forciniti fosse ben consapevole della riunione, dei partecipanti e soprattutto della sua finalità (a cui aderiva), cioè trovare un accordo sul nome del nuovo procuratore di Roma. Nonostante ciò, il 6 novembre 2024 il plenum del Csm ha riconosciuto a Forciniti il positivo superamento della sesta valutazione di professionalità, riferita al quadriennio dicembre 2017-dicembre 2021, entro il quale rientravano le manovre con Palamara e gli altri.
Più semplici da raccontare, ma altrettanto singolari, sono gli altri cinque casi di promozioni assurde da parte del Csm. Uno riguarda Giuseppe Cacciapuoti, sostituto procuratore a Salerno. Nell’ambito di un’indagine nei confronti di un imprenditore attivo nel settore turistico è emerso che Cacciapuoti nel 2014 (quando era pm a Nocera Inferiore) ha soggiornato presso una struttura alberghiera riconducibile all’imprenditore in questione (sapendo che questi fosse indagato), usufruendo di uno sconto pari a circa il 40 per cento. Questa circostanza è stata ammessa dallo stesso Cacciapuoti nel corso di un interrogatorio reso dinanzi alla procura di Salerno.
Il 13 marzo 2024 il plenum del Csm ha comunque promosso Cacciapuoti, riconoscendogli il superamento della quinta valutazione di professionalità. Il Csm, pur ritenendo il comportamento del magistrato “stigmatizzabile sotto il profilo dell’opportunità”, ha concluso che il rapporto personale tra il pm e l’imprenditore non ha avuto “apprezzabili proiezioni negative sull’immagine e sulla credibilità del magistrato quanto all’esercizio delle funzioni con piena indipendenza ed imparzialità”.
Altre tre promozioni surreali riguardano tre magistrati autori di ritardi astronomici nel deposito dei provvedimenti giudiziari. Nel periodo 2018-2022 Silvia Corinaldesi, presidente di sezione civile al tribunale di Ancona, ha depositato 218 sentenze dopo i 60 giorni previsti dalla legge come termine massimo. Di queste 218 sentenze, 67 sono state depositate con un ritardo tra i 200 e i 300 giorni, 45 con un ritardo oltre i 300 giorni e due sentenze con addirittura un ritardo di oltre un anno. Per il plenum del Csm, però, questi ritardi “se pur significativi in limitati casi, devono ritenersi non idonei a pregiudicare la complessiva valutazione positiva del parametro della diligenza”. Dunque l’11 giugno 2025 è stata deliberata la promozione di Corinaldesi con il superamento della sesta valutazione di professionalità. Simile, se non più grave, è la vicenda che ha coinvolto Silvana Sica, giudice civile della Corte d’appello di Napoli. Anche lei tra il 2010 e il 2012 ha depositato 147 sentenze con ritardi superiori al triplo del termine ordinario. Tra queste, 49 sentenze sono state depositate con un ritardo di oltre un anno e 29 con un ritardo addirittura superiore ai due anni. Per questi ritardi Sica è stata sottoposta a un procedimento disciplinare che si è concluso con la sanzione minima della censura. Paradossalmente, però, questi ritardi non hanno avuto alcun riflesso sull’avanzamento di carriera della giudice: il 7 febbraio 2024 il Csm ha riconosciuto a Sica il superamento della quinta valutazione di professionalità, sostenendo che “il profilo dei ritardi non ridonda nel senso di determinare una ‘carenza significativa’ del parametro della diligenza”. Analoga la vicenda che ha riguardato il magistrato Pietro Carè, oggi giudice a Catanzaro, prima a Crotone. Nel 2016 Carè è stato sanzionato con la censura per i ritardi nel deposito di provvedimenti quando era in servizio a Crotone. In particolare, al giudice è stato contestato di aver depositato oltre le scadenze stabilite dalla legge ben 38 sentenze collegiali (di cui 29 con ritardo superiore ai 120 giorni e 15 con ritardo ultrannuale, con una punta di 566 giorni di ritardo) e 125 sentenze monocratiche (di cui 90 con ritardo ultrannuale, con un picco massimo di 1.364 giorni). Nonostante ciò, il 24 aprile 2024 il plenum del Csm ha riconosciuto a Carè il positivo superamento della seconda valutazione di professionalità.
Singolare è infine il caso di Paolo Mormile, giudice della sezione lavoro del tribunale di Roma. Già nel 2020 era stato oggetto di una valutazione di professionalità “non positiva” per le significative criticità riscontrate sul parametro della capacità: “Tecnica redazionale non adeguata e contraddittoria; generale trascuratezza nelle sentenze; refusi; liquidazioni in via equitativa senza motivazioni e senza consulenze”. Chiamato a rivalutare il magistrato con riferimento al periodo giugno 2017-giugno 2018, il consiglio giudiziario della Corte d’appello di Roma si è spaccato e ha espresso parere positivo a maggioranza, notando che, se alcune sentenze “reggono”, altre risultano contraddittorie. In particolare, si menzionano una sentenza in cui Mormile esordisce affermando che la domanda è infondata, ma poi conclude per l’accoglimento, un’altra sentenza di appena tre righe in materia di licenziamento discriminatorio e altre in cui risulta incomprensibile l’iter logico seguito nelle decisioni. Insomma, un gran caos. Ma il 20 settembre 2023 il plenum del Csm (con 14 voti favorevoli, 5 contrari e 12 astensioni) ha riconosciuto a Mormile il superamento della sesta valutazione di professionalità.
L'editoriale dell'elefantino