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il procuratore

Le non scuse di Nicola Gratteri

Luciano Capone

Dalla falsa intervista a Giovanni Falcone alla prefazione del libro antisemita e No Vax, fino alle ultime dichiarazioni sul referendum. Ogni volta che si fa notare un errore al procuratore lui non ammette lo sbaglio, ma raddoppia

Non sono tutti uguali. Quando qualche settimana fa il segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, fu travolto dalle polemiche per aver pubblicato un su Facebook una foto dell’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti collegandola al referendum e alla riforma Meloni–Nordio. Dopo pochi minuti il magistrato progressista rimosse il post e chiese scusa per “un accostamento improprio”. La foga propagandistica gli aveva fatto fare uno scivolone, ma Maruotti ha riconosciuto l’errore e il danno alla credibilità della funzione così delicata che ricopre. Non aspettatevi nulla di analogo da Nicola Gratteri.                                 

Il procuratore di Napoli non chiede mai scusa, rilancia. Al Corriere della Calabria dice che “voteranno per il No le persone perbene”, mentre “Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Da una parte tutti onesti, i malamente tutti dall’altra. “Mi scuso per l’accostamento improprio”, avrebbe detto un altro magistrato con senso della misura. Gratteri no, spiega che gli altri hanno maliziosamente “strumentalizzato” il suo pensiero. Lui stava parlando della Calabria. Come se quella regione facesse storia a parte, come se i calabresi fossero minorati nei diritti costituzionali. Il capo di una procura della Repubblica, uno di quelli che per legge dovrebbe cercare prove anche a favore degli indagati, non solo mette i “malamente” tutti da una parte, ma mette nel calderone delle persone poco raccomandabili ‘ndranghetisti, massoni “deviati” e indagati. Come se essere sottoposto a indagini fosse di per sé una condanna morale, uno stigma, come se in Calabria o nel territorio dove opera lo sceriffo Gratteri non vigesse la “presunzione di non colpevolezza” sancita dall’articolo 27 della Costituzione. Indagati, imputati, camorristi, “centri di potere”… tutti uguali.

Gratteri non ammette lo sbaglio, raddoppia. Era successo anche quando, pochi mesi fa, lesse in tv un’evidente falsa intervista a Giovanni Falcone in cui rozzamente il magistrato ucciso dalla mafia si schierava contro la separazione delle carriere di giudici e pm. Come ha reagito alla figuraccia? Si è scusato? Macché. Se l’è presa con chi ha “strumentalizzato” l’intervista da lui spacciata come vera, e poi è andato a cercare brandelli e mozziconi di frasi di Falcone che, decontestualizzate e malinterpretate, confermavano la sua tesi. “E’ chiaro – disse Gratteri – che il senso delle affermazioni attribuite a Giovanni Falcone e da me riprese, se anche non rilasciate a un quotidiano, unico dato errato, ma in altra occasione, sintetizzano e rappresentano il suo reale pensiero”. La tesi, un po’ sconcertante se pronunciato da un procuratore, è che l’intervista di Falcone era falsa, ma comunque era a suo modo vera per il contenuto. Che è un po’ l’argomento usato da Julius Evola riguardo ai Protocolli dei Savi di Sion: il testo forse non era autentico, ma era comunque veritiero.

Gratteri non è semplicemente come Fonzie che non riesce a dire “ho sbagliato”, va oltre: aggredisce chi mostra i suoi errori. E’ ciò che accadde, ad esempio, nel 2021 quando sul Foglio rivelammo che, in piena Pandemia, l’allora procuratore di Catanzaro aveva scritto una prefazione elogiativa a un libro cospirazionista, antisemita e No Vax sul Covid dal titolo “Strage di stato”, scritto da un altro magistrato, Angelo Giorgianni, che qualche mese dopo si trovò sul palco ad aizzare la folla di squadristi che poi assalì la sede della Cgil. La reazione di Gratteri fu di negazione: diceva che la sua prefazione parlava semplicemente di come le mafie potevano avvantaggiarsi dell’epidemia, senza affrontare né appoggiare il contenuto del libro. Era evidentemente una falsità. Ma parallelamente partirono le insinuazioni su chi aveva svelato la sua sprovvedutezza: era un complotto per impedirgli di diventare capo della procura di Milano. In un articolo sul Fatto quotidiano Antonio Nicaso, autore di decine di libri insieme a Gratteri, non potendo negare l’imprudenza dell’amico magistrato arrivò a sostenere che, però, chi lo aveva criticato era in malafede: voleva “cogliere l’occasione per attaccare un magistrato che da trenta anni lotta contro la ‘ndrangheta e i poteri forti che la sostengono”.

E’ sempre così. Gratteri non sbaglia mai. E se pure sbaglia, chi segnala i suoi errori sbaglia di più. Anzi, è in malafede. Che sia il referendum o la prefazione a un libro. Chi lo critica strumentalizza, è in malafede, fa il gioco della ‘ndrangheta, della camorra, della “massoneria deviata”, dei “centri di potere” e persino degli indagati, tutta gente permale. In televisione, riguardo alle polemiche, Gratteri ha detto che lui non ha paura. Il problema, però, è che un procuratore con una visione così manichea dei perbene e dei permale, un pregiudizio così negativo nei confronti degli indagati e incapace di ammettere i propri errori fa paura agli altri.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali