Dino Grandi e Elly Schlein (foto LaPresse)

sfascisti smemorati

Fu il fascismo a unire le carriere delle toghe. Le parole di Grandi del 1941 identiche a quelle di Anm e Pd

Ermes Antonucci

Nel 1941 il Guardasigilli fascista Dino Grandi accompagnò la riforma dell'ordinamento giudiziario, che introduceva la carriera unica per pm e giudici, con una relazione che contiene affermazioni sovrapponibili a chi oggi avversa la riforma Nordio: Schlein, Serracchiani, l'Anm, Gratteri, Di Matteo, Travaglio

La separazione delle carriere “determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della magistratura”, e inoltre avrebbe effetti negativi sull’attività dei magistrati, “in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre il modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto”. Per quanto possa apparire sorprendente, a esprimere queste parole non è stato un esponente dell’Associazione nazionale magistrati né un dirigente del Partito democratico, né uno dei tanti intellettuali oggi schierati a testa bassa contro la riforma Nordio. Queste parole risalgono al 30 gennaio 1941 e sono contenute nella relazione dell’allora ministro della Giustizia fascista, Dino Grandi, che accompagnava la riforma dell’ordinamento giudiziario approvata proprio quell’anno. Fu infatti il regime fascista a eliminare la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che era stata introdotta nell’età liberale (1865), e a prevedere invece la carriera unica per le due categorie. Nella sua relazione alla riforma dell’ordinamento giudiziario (che ancora oggi costituisce la base del sistema, seppur modificato nel corso del tempo), Grandi sostenne che l’unitarietà delle carriere era l’unica scelta compatibile con il regime autoritario fascista, evidenziando le ragioni di ordine politico e pratico sopra riportate. Fa effetto rileggere quelle parole e confrontarle con quelle di chi oggi avversa la riforma Nordio, addirittura accusandola di essere di stampo fascista, attraverso un palese ribaltamento della storia. 

 

“E’ innegabile la separazione delle carriere finirebbe per condurre alla configurazione di un corpo di circa 2.500-3.000 magistrati fortemente arroccati all'interno del ruolo funzionale del pm. Un corpo di magistrati requirenti in qualche modo autoreferenziali, cui sarebbe preclusa ogni possibilità di scambio di cultura e di esperienze con gli ambienti dei magistrati assegnati alla funzione giudicante”. Grandi? No, Debora Serracchiani, deputata del Pd e responsabile giustizia dei dem (16 gennaio 2025).

 

“L’unicità della magistratura è valore fondante del nostro associazionismo: tale sua caratteristica ontologica è incompatibile con ogni possibilità di mediazione e trattativa sugli specifici contenuti delle riforme”. Relazione Grandi? No, mozione approvata dall’Associazione nazionale magistrati al termine del suo congresso nazionale nel maggio 2024. 

 

“La separazione delle carriere, quella sì, trasformerà il pm in superpoliziotto, e questi perderà la cultura della giurisdizione e della terzietà”. Grandi? No, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri (Repubblica, 24 gennaio 2025). “La separazione delle carriere provocherà danni irreparabili. Si verrebbe a creare un corpo di magistrati che tenderebbe inevitabilmente a perdere la cultura della terzietà. I pm sarebbero avvocati della polizia, accusatori a tutti i costi. Un grave rischio per i diritti e le garanzie di ogni cittadino”. Grandi? No, l’ex pm Nino Di Matteo (Il Fatto, 8 novembre 2025). 

 

“Io credo che la formazione comune fra pm e giudici, così come prevista nell’attuale ordinamento, sia un punto di forza del sistema perché evita che il pm si chiuda in una logica autoreferenziale, tutta attenta alle sole ragioni dell’accusa. La contaminazione di culture diverse, che la riforma costituzionale vuole far venir meno, è utilissima per instillare la corretta mentalità in chi deve svolgere funzioni requirenti”. Grandi? No, il procuratore di Perugia Raffaele Cantone (6 febbraio 2026). 

 

“Per garantire la massima imparzialità e serenità del pm, non solo non si dovrebbero vietare i passaggi tra funzioni. Ma occorrerebbe incoraggiarli, meglio ancora renderli obbligatori. Se invece il pm viene sganciato dal giudice, quindi dalla ‘cultura della giurisdizione’ (fare giustizia), diventerà sempre meno imparziale e sempre più inquisitore, tutto teso ad accusare, far arrestare, processare e condannare più gente possibile”. Grandi? No, Marco Travaglio nel suo ultimo libro.

 

La separazione delle carriere ha come obiettivo “creare una classe separata di procuratori, con un proprio Csm, una sorta di super pubblico ministero, un accusatore di professione, sganciato dal resto della magistratura, con a disposizione l’intero apparato della polizia giudiziaria, soggetto ai richiami della pressione mediatica e del potere politico”. Grandi? No, Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Lo stesso partito che oggi assimila ai fascisti chi voterà Sì. 
 

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]