Cesare Salvi (Ansa)
fine referendum mai
“Noi per il Sì, ma il governo dov'è?”: la sinistra eretica sprona Meloni
Mentre il governo di Giorgia Meloni resta timido, per paura di un "effetto Renzi", ex ministri e dirigenti dell’area riformista scendono in campo per la separazione delle carriere. Alla Fondazione Einaudi la rivendicano come coerente con la loro storia. Un paradosso che anima la campagna referendaria
“Non si può fare una riforma, raccogliere le firme per il referendum e poi spaventarsi e non esporsi per sostenere la riforma”, dice al Foglio Cesare Salvi, ex ministro, senatore, dirigente del Pds e poi dei Ds, riferendosi alla timidezza che il governo Meloni sta mostrando sul referendum della giustizia. Ieri alla sede della Fondazione Einaudi a Roma, gli esponenti della sinistra riformista si sono di nuovo riuniti per spiegare le ragioni del Sì al referendum di marzo (da Stefano Ceccanti ad Anna Paola Concia, da Enrico Morando a Stefano Esposito), moderati da Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa (seduta in prima fila Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl). Il paradosso è evidente: dopo aver approvato la riforma costituzionale, il centrodestra si è nascosto nell’ombra (o quasi), se si escludono gli interventi pubblici del ministro Nordio; a essere i più presenti sul territorio e incisivi nel dibattito pubblico sono proprio loro, gli “eretici” della sinistra che, coerentemente con la loro storia, hanno scelto di sostenere la riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati e sull’istituzione dell’Alta corte disciplinare. “Ma le forze politiche che hanno approvato la riforma che fine hanno fatto?”, si è chiesto ieri comprensibilmente Mario Oliverio, ex governatore della Calabria per il Pd. Enzo Bianco, ex ministro e cofondatore della Margherita e poi del Pd, sempre al Foglio spiega che il timore del governo è quello di “commettere l’errore del mio amico Matteo Renzi: hanno la percezione che una sovraesposizione a favore del Sì possa danneggiarli sul piano politico in caso di vittoria del No. Il risultato si trasformerebbe in una sconfitta per loro. Inoltre pensano che una sovraesposizione possa convincere una parte dell’elettorato, che in questo momento non è particolarmente favorevole a Meloni, a votare per il No”. “E’ una scelta razionale, ma che non condivido – aggiunge Bianco – perché quando si fa una battaglia, la si fa fino in fondo”. “La presidente del Consiglio Meloni potrebbe intervenire per valorizzare, più che gli aspetti personali o politici, gli elementi positivi per il paese e per i cittadini, usando uno stile di comunicazione bipartisan e superpartes”, riflette l’ex ministro.
“La verità è che la riforma Nordio ricalca una serie di scelte che la sinistra aveva già fatto insieme al centrodestra. Forse per questo il governo non la difende molto: perché non è una riforma di destra”, dice invece Giovanni Pellegrino, senatore dal 1987 al 2001, prima per il Pci e poi per il Pds. “Anche in questa legislatura alcuni parlamentari del Pd avevano presentato disegni di legge sulla separazione delle carriere – aggiunge –. La Bicamerale D’Alema era stata chiarissima nel prevedere la separazione delle carriere e l’Alta corte di giustizia. Forse il governo si rende conto che è più una riforma nostra che una riforma loro”. Arrivati a questo punto però, afferma Pellegrino, “speriamo che, dopo averla approvata, le forze di centrodestra sostengano la riforma. Speriamo che si prenda atto che le critiche che vengono rivolte dal No prescindono completamente dai contenuti della riforma”.
“Non mi sorprende che da parte del governo ci sia questo tentennamento, perché la linea da non valicare secondo alcuni è quella di Renzi. Sarebbe bene però che il centrodestra si mobilitasse”, nota l’ex senatore dem Stefano Esposito. “Devo dire che se Nordio facesse più attenzione nelle sue esternazioni aiuterebbe la causa del Sì”, prosegue. “Di sicuro noi della sinistra per il Sì questa battaglia la facciamo perché ci crediamo, perché siamo coerenti e perché riteniamo che sia al servizio dei cittadini, cosa che purtroppo il Pd e il centrosinistra pare aver dimenticato, essendo diventati ormai quasi esclusivamente una cinghia di trasmissione dell’Anm e del Fatto quotidiano”, conclude.