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la convenzione
Accordo tra Inps e procura di Milano, la politica che si fa supplire
Si segna un passo avanti per controlli più efficaci, grazie a una collaborazione stabile per lo scambio di informazioni amministrative utili a contrastare irregolarità contributive, lavoro nero e frodi previdenziali. Vuoti da colmare e responsabilità esplicite
In questi giorni l’Inps ha firmato con la procura di Milano una convenzione per la fornitura strutturata di dati. Prevede una collaborazione stabile per lo scambio di informazioni amministrative utili a contrastare irregolarità contributive, lavoro nero e frodi previdenziali. Rispetto al passato cambia un aspetto rilevante: non si tratta più di richieste episodiche o di cooperazioni informali, ma di un canale permanente, digitalizzato e tracciabile, che consente alla magistratura di intervenire in modo più rapido e mirato. Dal punto di vista dell’efficacia dei controlli, è un passo avanti. E’ una convenzione unica sia a livello nazionale che internazionale, non è comune che un ente previdenziale nazionale costruisca un rapporto così strutturato con una singola procura. E non è casuale che questo accada proprio a Milano.
Milano è infatti il luogo dove, più che altrove, la magistratura è stata chiamata negli ultimi anni a intervenire sul tema dei salari: è qui che diversi giudici hanno condannato aziende per retribuzioni ritenute insufficienti, pur essendo formalmente conformi ai minimi previsti dai contratti collettivi.
Il punto è istituzionale prima ancora che economico. I giudici hanno iniziato a decidere laddove esiste un vuoto normativo. Ed è certo che non è normale, in nessun paese, che siano i tribunali a stabilire i salari o a intervenire sull’organizzazione delle imprese. Il loro ruolo dovrebbe essere quello di applicare le regole e tutelare i diritti quando ci sono violazioni, non di supplire in modo strutturale alle carenze del sistema. Se in Italia la magistratura entra nel merito della “giusta retribuzione”, richiamando direttamente il principio costituzionale, è perché quel vuoto non è stato colmato. Da un lato non esiste un salario minimo legale. Dall’altro, la contrattazione collettiva nazionale – che per decenni ha svolto questa funzione – in molti comparti è bloccata, frammentata o in forte ritardo. Ci sono contratti scaduti da anni, rinnovabili solo a costo di aumenti ormai molto elevati dopo l’inflazione cumulata. Il risultato è che il minimo contrattuale, pur formalmente valido, non garantisce più una retribuzione dignitosa.
In questo contesto, la magistratura diventa il punto di chiusura del sistema. Talvolta con forzature eccessive, come quando le sentenze arrivano a stabilire quale contratto collettivo debba essere applicato in azienda o quando grandi gruppi vengono sottoposti ad amministrazione giudiziaria perché ritenuti strutturalmente esposti al rischio di reiterazione dei reati. E’ un intervento che va ben oltre il singolo contenzioso individuale e che finisce per incidere direttamente sulle scelte organizzative delle imprese.
Di fronte a questa situazione, le risposte possibili sono due. O si riempie il vuoto, assumendosi la responsabilità politica di fissare regole chiare: rafforzando una contrattazione più rappresentativa e tempestiva, oppure introducendo una soglia salariale minima. Oppure si cerca, in modo goffo, di silenziare i giudici limitando gli effetti delle loro decisioni.
E’ purtroppo questa seconda strada che è stata tentata e per ben due volte. Con norme riproposte e poi ritirate, volte a impedire ai magistrati di condannare le imprese al pagamento degli arretrati quando queste applicano formalmente un contratto collettivo. Un tentativo che non risolve il problema a monte e che mira solo a disinnescare, ex post, le conseguenze delle sentenze. Qui sta il cortocircuito. Da un lato si critica la “supplenza” dei giudici e si tenta di ridurne l’impatto. Dall’altro si rafforza – giustamente – la capacità della magistratura di intervenire, attraverso strumenti come la convenzione sui dati tra Inps e procura. Il risultato è una politica che non decide sulle regole fondamentali del mercato del lavoro, ma accetta che siano i tribunali a colmare i vuoti, salvo poi lamentarsene.
La domanda, allora, è se questa sia davvero la strada migliore. Non sarebbe più coerente rafforzare i controlli sulle imprese con gli strumenti amministrativi tradizionali, potenziare l’ispettorato del lavoro e l’azione dell’Inps, invece di ricorrere sempre più spesso alla procura? E, soprattutto, non sarebbe più efficace migliorare la contrattazione collettiva o fissare finalmente una soglia salariale minima chiara e generalizzata?
Tutte queste soluzioni sono imperfette e politicamente divisive. Ma hanno un pregio: rendono esplicite le responsabilità. Continuare a lasciare vuoti normativi, per poi lamentarsi del fatto che quei vuoti vengano riempiti dai giudici, significa accettare un modello di governo per via giudiziaria che nessuno, a parole, dice di volere.