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verso il voto

Popolari per il Sì, nel segno di Sturzo. Contro la fatwa di Balboni

Ortensio Zecchino

Solo l’ironia può aiutare a mantenersi sereni leggendo il pretensioso garbuglio di considerazioni ermeneutiche, storiche e politiche del professore, che sottendono, senza avere il coraggio di enunciarla, la terroristica affermazione che il Sì al referendum costituisce un attentato all’indipedenza della magistratura

In claris non fit interpretatio, questo brocardo attribuito ad Accursio, massimo esponente della Scuola di Bologna, contiene il perentorio invito agli interpreti a fermarsi di fronte a testi privi di quell’ambiguità non di rado scientemente voluta.

In un documento intitolato ”Identità e linee programmatiche del Partito Popolare Italiano”, presentato e approvato nel primo Congresso del Ppi (Roma, 18-22 gennaio 1994), è contento questo passo: “Difesa dell’indipendenza dell’intera Magistratura e del ruolo del Csm, ma senza scorie corporative e consentendo alla separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero”.

Il contesto era il tribolato passaggio dalla Dc al Ppi, sull’onda della bufera di tangentopoli e nella convinzione ampiamente condivisa dell’esondazione della magistratura dai suoi poteri.

Nel passo, bruciati doverosamente grani d’incenso alla “indipendenza dell’intera Magistratura”, si lanciano due precisi messaggi, introdotti dal significativo “ma” disgiuntivo: uno criptico, “senza scorie corporative”, che voleva essere un grido d’allarme contro il disastroso correntismo organizzato nella magistratura e contro la sua pericolosa chiusura in sé stessa, e un altro, questa volta con parole chiare e inequivoche, per affermare la necessità di separare le carriere del giudice da quella del pm (“consentendo alla separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero”).

Molto arzigogolando su questa chiara espressione, immemore del citato brocardo della Scuola di Bologna, il prof. Balboni (Avvenire 30 gennaio 2026) si produce in un lungo saggio in cui mette in guardia il lettore dal cadere nella “fallace interpretazione” di essa come sostegno all’odierna campagna referendaria per il Sì, portata avanti anche da una nutrita schiera di popolari. Ad essi Balboni rivolge un secco invito-ammonimento: “Se li immaginiamo in buona fede (come è doveroso in prima battuta visto anche il retroterra democratico del loro impegno politico) dovrebbero riconoscere il loro errore”. Con il sottinteso che, se volessero insistere dopo l’ammonimento, dovrebbero essere ritenuti in cattiva fede e traditori del “retroterra democratico del loro impegno politico”. Colpisce in queste affermazioni il manicheo convincimento di Balboni di sentirsi depositario dell’ortodossia “popolare” e l’arrogarsi il diritto di ammonire così severamente esponenti popolari che hanno dato concretezza al Popolarismo con il loro impegno nella vita delle istituzioni repubblicane.

Ma veniamo al merito delle affermazioni di Balboni che invita a leggere quell’espressione “nell’orizzonte ideale e programmatico coerente con la migliore tradizione del cattolicesimo democratico e, segnatamente, del popolarismo sturziano che è attesa al severo vaglio della coerenza della prassi… Dunque sul piano degli ideali per il punto che adesso ci interessa: nei rapporti tra libertà, esercizio del potere e – scendendo per li rami – organizzazione della giurisdizione, si dava risalto e realizzazione (anche) a quelli del cattolicesimo liberale… Questa impegnativa cornice culturale richiamava il pensiero costituzionale classico che ha sempre tenuto come caposaldo fermissimo la Separazione dei poteri (non solo delle modeste carriere dei magistrati), quale carattere essenziale dello Stato di diritto”.

Da tali considerazioni Balboni fa discendere quest’obbligata interpretazione del passo in questione: “Quel cenno che c’è al consenso da dare alla separazione delle carriere per come è posto nell’economia generale del testo, va inteso nel senso che poi venne attuato dalla c-d. legge Cartabia sulla separazione delle funzioni… Valga a smentita dell’interpretazione odierna dei Popolari per il Sì, quella dichiarazione-enunciazione programmatica che esplicitamente richiama: ‘Difesa dell’indipendenza della Magistratura e del ruolo del Csm’ ”.

La conclusione è nello stile di Guida suprema: “Spero che non ci sia nessuno fra gli attuali popolari per il Sì che abbia il coraggio di trarre da quell’unica riga programmatica del 1994, ‘consentendo alla separazione delle carriere’, tutte le ferali conseguenze che ne potrebbero derivare ai cittadini in futuro troppo lontano”.

E, invece, qualche “attuale popolare”, sfidando l’interdetto, ha nientedimeno ancora il coraggio di schierarsi per il Sì, incurante delle “ferali conseguenze” che potrebbero derivare ai cittadini italiani da questa sua scelta.

Solo l’ironia può aiutare a mantenersi sereni leggendo un tale pretensioso garbuglio di considerazioni ermeneutiche, storiche e politiche, che sottendono, senza avere il coraggio di enunciarla, la terroristica affermazione che il Sì al referendum costituisce un attentato all’indipedenza della magistratura.

Al prof. Balboni vogliamo ricordare, confidando che non lanci anatemi postumi, che nel 1997 la delegazione ufficiale dei popolari nella Bicamerale per la riforma costituzionale, in attuazione di quella “riga programmatica”, si fece promotrice, e sostenitrice nel voto, della separazione del Csm in due sezioni separate, rispettivamente per giudici e pm (che è il vero nodo politico della questione).

E, a proposito di don Sturzo, campione ineguagliato di laicismo e liberalismo, a piè sospinto citato come paravento da chi puntualmente ne tradisce il magistero, andrebbe ricordato questo suo pensiero sulla magistratura italiana, formulato appena due anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione: “Non c’è paese, di quelli di lunga esperienza democratica, nel quale la magistratura, sotto l’idea di assicurarne l’indipendenza, sia così avulsa dal ritmo statale, da poterne divenire un pericolo più che un presidio. L’irresponsabilità è cosa diversa dall’indipendenza” (Il Mattino 11 ottobre 1950).

Sturzo, padre del Popolarismo, poteva scrivere queste cose perché le democrazie liberali le conosceva dai libri che leggeva e scriveva, ma anche per aver vissuto in esilio per anni in autentiche democrazie liberali, quelle in cui la separazione tra giudici e pm è considerata e praticata come condizione intrinseca allo stesso sistema democratico-liberale, senza che ciò abbia finora prodotto le “ferali conseguenze”, che terroristicamente Balboni evoca per intimorire i popolari e quanti dissennatamente pensino ancora di votare Sì.

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