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Analisi

L'Anm mette la propria sopravvivenza davanti alla credibilità della magistratura

Luciano Capone

L'Associazione nazionale magistrati usa gli stessi trucchi propagandistici dei partiti, come dimostra il caso Maruotti. Così la ricerca del consenso delle toghe compromette la fiducia dei cittadini nella giustizia

Dopo la vicenda che ha travolto Rocco Maruotti, forse è il caso che la magistratura apra una riflessione sulla campagna referendaria. Il segretario generale dell’Anm ha pubblicato su Facebook una foto dell’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti, collegandola al referendum: “Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario è ispirato la riforma Meloni-Nordio”. Il problema non è il giudizio tranchant sullo stato di diritto degli Stati Uniti, trattato quasi come l’Iran, proprio mente sono in corso le indagini e un giudice federale ha ordinato all’Amministrazione Trump di non distruggere o alterare prove (“Gli agenti federali non sono al di sopra della legge e Alex Pretti non è certamente al di sotto di essa. Giustizia sarà fatta”, ha detto il Procuratore generale del Minnesota Keith Ellison”). E neppure l’accostamento improvvido con il referendum. 

La riforma Nordio non si ispira affatto al modello statunitense, qualunque sia l’opinione su quel sistema, perché non prevede giudici nominati dall’esecutivo né procuratori eletti dal popolo (peraltro negli Stati Uniti è possibile un passaggio tra i ruoli di giudice e pm che la separazione delle carriere punta a proibire).

Il punto, insomma, non sono le esagerazioni e le falsità. D’altronde, bufale e sparate analoghe sono presenti anche nella campagna del Sì che cavalcano casi di cronaca nera come Garlasco o la percezione di insicurezza: “Tanto non gli faranno nulla. La toga rossa lo libererà dopo qualche giorno”, recita un cartello di Fratelli d’Italia parlando di un reato contro un’anziana. Un’affermazione da un lato falsa, perché la riforma non incide sull’indipendenza dei giudici e anche contraddittoria perché la riforma punta a rendere il giudice meno schiacciato sulle richieste del pm. Ma per raccattare qualche voto si afferma tutto e il contrario di tutto: che se non passa la riforma i giudici lasciano in libertà gli assassini o, al contrario, che se passa la riforma gli assassini “di Stato” saranno liberi di ammazzare i cittadini.

La questione non è tanto cosa viene detto, ma chi lo dice. Se queste affermazioni propagandistiche sull’Ice e su Trump, speculari a quelle dei partiti di maggioranza contro le “toghe rosse”, le facessero i partiti di opposizione come Pd, M5s e Avs non ci sarebbe nulla di particolarmente nuovo: ci troveremmo semplicemente davanti a una campagna elettorale brutta come o più del solito. La novità, quindi il problema fondamentale, è la scelta della magistratura associata di partecipare in prima persona a una campagna elettorale, peraltro in contrasto con il proprio statuto che all’articolo 2 recita: “L’Associazione nazionale magistrati non ha carattere politico”. In questo referendum l’Anm ha deciso di violare il proprio statuto diventando un “soggetto politico” attraverso la creazione di un Comitato referendario (“Giusto dire No”) che dà attuazione alle direttive politiche del Comitato centrale dell’Anm.

E’ chiaro, dalle risorse economiche e umane dispiegate, che per l’Anm questa è la partita della vita: con la separazione delle carriere e il sorteggio per l’elezione dei togati al Csm, l’Associazione e le correnti che ne fanno parte non hanno più potere e quindi senso. Ciò che però non è chiaro, e su cui le toghe non hanno riflettuto abbastanza, è come uscirà l’immagine della magistratura dopo altri due mesi di campagna referendaria di questo livello.

Nei referendum, come in ogni elezione politica, è fisiologico che i partiti usino propaganda ed esagerazioni, sono gli strumenti tipici del loro mestiere che è quello di raccogliere il consenso e rappresentare degli interessi. I cittadini ne sono in senso ampio consapevoli, dai politici si aspettano una certa dose di bugie e sanno che rappresentano una parte, perché conoscono il codice della politica. Il problema è se i magistrati, che dovrebbero giocare un’altra partita seguendo regole diverse – la ricerca della verità e non del consenso – scendono in campo nel match referendario, indossano la maglietta di una squadra e partecipano usando inevitabilmente gli stessi trucchi propagandistici dei politici. Perché alla fine i cittadini – ovvero gli spettatori di questa partita – guardando giudici e pm che tirano calci negli stinchi, prendono la palla con le mani o si tuffano in area di rigore finiranno per pensare che quello è lo stesso modo con cui i magistrati, quando indossano la toga, amministrano la giustizia. E questo indipendentemente dal risultato del referendum.

Se vincerà il Sì, inevitabilmente ci sarà meno fiducia nelle indagini dei pm e nelle sentenze dei giudici dopo che per mesi l’Anm ha annunciato che la riforma avrebbe comportato la fine dell’indipendenza della magistratura e l’inizio della sua sottomissione al governo. E anche se vincerà il No, dopo mesi di propaganda dell’Anm senza riguardi per la verità, inevitabilmente i magistrati saranno percepiti meno come dei sacerdoti dell’imparzialità e più come soggetti che fanno politica attraverso la giustizia. Per questo sarebbe stato preferibile lasciar fare la campagna referendaria ai partiti.

Ma l’Anm ha deciso di giocare in prima persona la battaglia per la propria sopravvivenza che, evidentemente, è ritenuta più importante della credibilità della magistratura.

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali