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editoriali

Punire la violenza sessuale senza populismo

Redazione

Le modifiche al pasticciato ddl sono sagge e non calpestano più lo stato di diritto. Il vero errore sarebbe stato confondere la giusta esigenza di protezione con la tentazione di scrivere leggi bandiera, buone per il consenso politico ma cattive per l’applicazione concreta

Lo scandalo, in questa discussione, arriva sempre prima del merito. Basta intervenire su una norma che riguarda la violenza sessuale perché scatti l’allarme morale, come se ogni correzione fosse automaticamente un passo indietro e ogni dubbio giuridico una mancanza di sensibilità. Ma il punto non è se punire la violenza – su questo non esiste alcun dissenso – bensì come farlo senza compromettere princìpi fondamentali del diritto penale. La svolta contenuta nel disegno di legge che modifica il delitto di violenza sessuale nasce da un problema concreto, non da una pulsione ideologica. La formulazione precedente, centrata sul “consenso libero e attuale”, rischiava di produrre un effetto noto e pericoloso: spostare, anche solo implicitamente, l’onere della prova. In un processo penale questo significa molto. Significa avvicinarsi a una presunzione di colpevolezza, affidare al giudice una discrezionalità ampia, trasformare il processo in una verifica permanente delle percezioni soggettive. Correggere quel rischio non equivale a indebolire la tutela delle vittime, come sostiene il Pd. Al contrario, significa evitare che una norma fragile diventi ingestibile nei tribunali. Non è un caso se molti penalisti hanno ricordato che la giurisprudenza già oggi punisce severamente i comportamenti privi di consenso, anche senza introdurre categorie vaghe o difficilmente accertabili. Il diritto penale funziona quando è chiaro, non quando è simbolico. Il vero errore sarebbe confondere la giusta esigenza di protezione con la tentazione di scrivere leggi bandiera, buone per il consenso politico ma cattive per l’applicazione concreta. Difendere le vittime non richiede scorciatoie né sospensioni delle garanzie. Richiede norme solide, capaci di reggere alla prova dei fatti e del tempo. Per questo non c’è nulla di cui scandalizzarsi. C’è semmai da interrogarsi su quanto spesso, in nome delle migliori intenzioni, si finisca per chiedere al diritto ciò che il diritto non può – e non deve – fare.

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