Foto dalla pagina Facebook di Gianluca Bruno
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Accusato di mafia da Gratteri: ex sindaco assolto dopo 8 anni
L’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, Gianluca Bruno, assolto perché il fatto non sussiste: mancava perfino l’iscrizione nel registro degli indagati. Cinque anni di limbo giudiziario e poi l’assoluzione piena. Parla il suo avvocato
“Mancava addirittura la formale iscrizione nel registro degli indagati, ragion per cui il mio assistito, ora assolto perché il fatto non sussiste, non doveva nemmeno essere rinviato a giudizio”. Ad affermarlo, in una conversazione col Foglio, è l’avvocato Luigi Villirilli, difensore di Gianluca Bruno, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto (Crotone), coinvolto nell’inchiesta “Jonny” condotta nel 2017 dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, allora guidata dal procuratore Nicola Gratteri, e assolto pochi giorni fa con formula piena dal tribunale di Crotone dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
È il 15 maggio del 2017 quando scatta l’operazione contro la cosca Arena che porta al fermo di 68 persone. Al centro dell’indagine, fra l’altro, il controllo delle ’ndrine sul Centro di accoglienza richiedenti asilo di Isola gestito dalla Misericordia (fra i fermati ci sono anche il suo governatore, Leonardo Sacco, e il parroco del paese, don Edoardo Scordio). Quel giorno casa e ufficio dell’allora sindaco Bruno vengono perquisiti su disposizione della Dda, che sequestra computer e documenti. Da quel momento, mentre l’inchiesta va avanti per tutti gli indagati e il processo, sia ordinario che abbreviato, prende il via, la posizione di Bruno rimane come in un una sorta di limbo. Fino al 17 maggio del 2022, giorno in cui l’ormai ex sindaco, a cinque anni di distanza dalla perquisizione subita nel 2017, riceve un avviso di conclusione delle indagini. Nel nuovo filone dell’inchiesta Jonny vengono coinvolti anche lo stesso Sacco e il funzionario della prefettura di Crotone Carmelo Giordano, accusati di corruzione aggravata.
Secondo la Dda, Bruno avrebbe consentito “ai membri di vertice del sodalizio di poter acquisire lotti immobiliari nel comune di Isola di Capo Rizzuto, garantendo loro la compiacenza delle strutture comunali”, e in questo modo “agevolando le attività del sodalizio che risultava rafforzato nella sua capacità operativa e nel conseguimento dei propri scopi”. Accuse gravissime che costano all’ex sindaco il rinvio a giudizio ma che evaporano in dibattimento anche perché, nel corso delle ultime udienze, emerge proprio l’assenza dell’iscrizione nel registro degli indagati, “circostanza che avrebbe dovuto determinare la nullità di ogni atto successivo”, spiega al Foglio l’avvocato Villirilli (che ha difeso l’ex sindaco col collega Carlo Petitto). “Bruno viene a conoscenza di essere indagato il 15 maggio del 2017, quando subisce la perquisizione. Dopodiché tutto tace, o quasi, per cinque anni, quando gli notificano l’avviso di conclusione delle indagini. Più volte, durante le varie proroghe di indagini, abbiamo fatto istanza sia al tribunale che al pubblico ministero per avere copia del certificato di iscrizione nel registro degli indagati, che noi non avevamo mai visto, ma il pm in udienza ha infine dichiarato che non aveva ulteriori produzioni documentali da fare. Era chiaro, dunque, che l’iscrizione nel registro degli indagati non c’era”.
Da qui, osserva ancora il legale, “la nostra richiesta, ai sensi dell’articolo 129 del codice di procedura penale, di definire il procedimento prima ancora di sentire i testi. Il tribunale l’ha rigettata, ma ha sollecitato il pm che a sua volta ha dichiarato, come detto, di non avere più nulla da produrre”.
Di fronte a un quadro che, anche nel merito, non lasciava scampo alle tesi della Dda, “anche la procura ha chiesto l’assoluzione, ma richiamando il secondo comma dell’articolo 530 del cpp, vale a dire la vecchia insufficienza di prove. Noi abbiamo insistito per l’assoluzione piena, attraverso il primo comma del 530, perché il fatto non sussiste, e così è avvenuto”. Assolti perché il fatto non sussiste anche il funzionario della prefettura e lo stesso Sacco (quest’ultimo condannato nell’appello bis del filone principale e ora in attesa del ricorso in Cassazione).