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L'intervista

Petrelli (Ucpi): "Per la tragedia di Crans-Montana no ad arresti sull'onda dell'emozione"

Francesco Gottardi

Si moltiplicano le critiche contro la scelta della procura svizzera di non applicare misure restrittive per i proprietari del locale Le Constellation. “Gli esiti tragici di un reato o l’allarme sociale non sono mai sufficienti per far scattare le cautele”, dice il presidente dei penalisti italiani. Anche la procura di Roma apre un'indagine

L’ultima notizia è che anche la procura di Roma ha avviato un’indagine sulla strage di Crans-Montana, aprendo un procedimento per incendio e omicidio colposo. “Un’iniziativa legittima, ritenuta di propria competenza data la presenza di sei connazionali fra le vittime”, spiega al Foglio Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane. “Detto questo, il tasto resta di grande complessità. È difficile avere una cognizione più precisa del contenuto dell’indagine svizzera – e tantomeno degli sviluppi di quella romana: per qualunque tipo di prognosi, bisogna conoscere meglio i contesti. E noi non sappiamo quali sono le contestazioni formulate nell’una o nell’altra procedura. Anche se questo caso continua a suscitare grande preoccupazione e allarme”.

È il dilemma fra i tempi della giustizia – del giusto procedimento – e quelli delle emozioni, chiaramente sconvolte dal vedere e rivedere le immagini di quella tragica notte di Capodanno. Il bersaglio sono i titolari del locale Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. Ma se l’indignazione impulsiva dell’opinione pubblica è più comprensibile e quella mediatica evitabile, colpiscono in particolare le dichiarazioni di rilievo che vanno nella stessa direzione: l’ambasciatore d’Italia in Svizzera ha sottolineato che “se i fatti fossero avvenuti nel nostro paese, i titolari del locale sarebbero stati sicuramente arrestati per la gravità del reato commesso”. E lo stesso dicono gli avvocati delle vittime, in aperta rottura con gli inquirenti svizzeri, chiedendo il fermo anche per i funzionari comunali responsabili dei controlli di sicurezza della struttura. “A rigor di diritto, le misure cautelari andrebbero contro i nostri principi costituzionali più volte affermati”, risponde però Petrelli. “Gli esiti tragici di un reato o l’allarme sociale non sono mai sufficienti per far scattare le cautele. Che sono misure incidentali, applicate solo ed esclusivamente se ricorrono specifiche esigenze: anche in presenza di reati molto gravi l’ordinamento italiano non adotta misure. Un principio garantistico e liberale fondamentale, perché soltanto le persone condannate possono vedere limitata la propria libertà personale. Dunque, pendente l’accertamento, prevale il criterio dell’eccezionalità”.

In Italia le cose sarebbero potute andare diversamente. Jacques Moretti e Jessica Maric, ipotizza Petrelli, sarebbero stati probabilmente arrestati: "Attenzione però: non per una valutazione di ordine tecnico, ma sulla spinta del processo simbolico”. Cioè, appunto, quelle pulsioni sociali che finiscono per condizionare populisticamente la giustizia. “Nel caso concreto poi bisognerebbe conoscere il contenuto dell’indagine: dal comportamento del sindaco, che ha fatto pubbliche ammissioni, ai concorsi di colpa potenzialmente numerosi”. I precedenti degli accusati – Moretti, come ricostruito dal Corriere della Sera, nel 2005 era finito in carcere per truffa, rapimento e sequestro di persona – possono incidere sull’adozione di eventuali misure cautelari? “Anche questi devono essere molto specifici, omogenei rispetto ai fatti e alla reiterazione del reato: se ci fosse stata una serie di fatti colposi che evidenziano un comportamento insofferente nei confronti di leggi e regolamenti, questo avrebbe potuto sollecitare una riflessione. Ma in situazioni così complicate, occorre cercare di non lasciarsi influenzare dall’ovvio sentimento di solidarietà verso le vittime”.

Come si può far evolvere il dibattito pubblico in senso garantista? “È un’operazione difficile, alla quale devono concorrere un po’ tutti”, esorta Petrelli. “Stampa, informazione, la stessa magistratura. Si tratta di un compito di riflessione collettiva, che si può risolvere in base a una semplice ma efficace considerazione: non sempre la rapidità di un’indagine – cioè la risposta immediata dell’ordinamento a sollecitazioni di tipo emotivo – è buona compagna di strada della giustizia. La tempestività mossa dall’istintivo moto di solidarietà può portare anche a dei disastri, a errori di accertamento che potrebbero risolversi in un danno nella tutela della giustizia che meritano le vittime di questa e altre tragedie”. Un aspetto spesso sottovalutato. “Penso ad alcuni gravi disastri ambientali, nei quali i vizi di contestazione hanno portato alla prescrizione degli imputati. E al forte disagio di chi chiedeva giustizia per i propri cari”.

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