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L'analisi
La strage di Brandizzo e l'innovazione nelle grandi imprese
Una procura che non si limita a indagare sull’assenza o sul cattivo utilizzo di una tecnologia sperimentale, ma che mette al centro la sua mancata implementazione su larga scala? L'ennesima “supplenza giudiziaria” ai problemi del paese, che può fare più male che bene
E’ di pochi giorni fa la notizia secondo la quale, nelle indagini legate alla “strage di Brandizzo” del 30 agosto 2023, e nella quale persero la vita cinque lavoratori impegnati nella manutenzione di una tratta ferroviaria, la procura di Ivrea avrebbe acquisito materiale sulla sperimentazione di una tecnologia denominata TP8000. Questa tecnologia, se fosse stata implementata su larga scala anziché accantonata da Rfi, avrebbe forse potuto evitare la strage. Da quanto trapela, pare che gli inquirenti considerino rilevante questa decisione di Rfi, e che ciò potrebbe spiegare il coinvolgimento nell’inchiesta dei vertici dell’azienda. Se così fosse, si tratterebbe di una posizione inedita: una procura che non si limita a indagare sull’assenza o sul cattivo utilizzo di una tecnologia rilevante per la sicurezza e prevista dalle norme, ma che mette al centro il mancato scaling up di una tecnologia sperimentale.
Il nesso causale tra questa decisione e la strage andrà ovviamente approfondito nel procedimento, ma la notizia è tale da stimolare alcune riflessioni più generali sia sul modo con cui molte nostre grandi imprese gestiscono i loro processi di innovazione, sia su una magistratura che si ritrova sovente a “supplire” alle carenze del nostro paese.
In molte imprese, un progetto Proof of Concept o un progetto pilota non si negano mai a nessuno, soprattutto se il tutto viene pagato da fondi pubblici di supporto alla ricerca e sviluppo, oppure se si è avviata una startup challenge coperta da un’azione di marketing (quello della “grande impresa che stimola e coinvolge le piccole startup dei giovani promettenti” è infatti un genere a sé, amatissimo dagli uffici di comunicazione, forse più che dagli uffici tecnici…). Alla fine di queste sperimentazioni, e anche se queste si concludono con successo, tutto tende però ad arrestarsi. Le motivazioni sono molte, ma la più comune è il subentro del business as usual: da un lato, si iniziano ad accantonare i progetti che possono comportare vantaggi incrementali (“tanto non faranno la differenza”). Ciò è comune soprattutto nelle imprese che operano in settori protetti, la cui redditività è garantita a prescindere dalla capacità di innovare. Sul lato opposto, si accantonano i progetti che porterebbero a cambiare il modo di operare, o che potrebbero addirittura svelare inefficienze organizzative. In questi casi, sovente si conclude con “aspettiamo che la tecnologia venga resa obbligatoria dalla normativa”.
Le collaborazioni si interrompono, il fornitore della tecnologia si ritrova “sedotto e abbandonato”, e i suoi finanziatori si chiedono cosa potrà accadere. Nel caso citato, il fornitore del sistema TP8000 avviò un contenzioso contro Rfi, pare senza successo. Agli occhi del magistrato di allora, si può forse obbligare un’azienda a fare innovazione fino in fondo? Ora però un secondo magistrato introduce un nuovo punto di vista: e se dovessero emergere eventi imponderabili? Nel caso in esame, immagino che gli inquirenti andranno a esaminare i processi decisionali interni a Rfi. Ora, se Rfi aveva processi formali e rigorosi a guidare le decisioni connesse ai vari passi in cui una tecnologia viene progressivamente esaminata, sperimentata e implementata su larga scala, sarà per lei facile difendersi. Se invece queste decisioni erano prese informalmente e un po’ “a sentimento”, il tutto sarà più difficile. Un caso forse estremo, che mostra però come il gestire l’innovazione nelle aziende richieda un approccio rigoroso e sistematico, che non lascia spazio al dilettantismo.
Venendo invece al ruolo della magistratura, chi in Italia si occupa di innovazione tecnologica e patisce la lentezza con cui questa viene gestita dal nostro tessuto industriale potrebbe pensare di gioire per un simile intervento giudiziario: se si suggerisce l’esistenza di una responsabilità penale per un “progetto pilota abbandonato”, ciò non potrebbe portare a una specie di obbligo a porsi alla frontiera della tecnologia, per lo meno laddove si parla di sicurezza? Ritengo però che questa ennesima “supplenza giudiziaria” ai problemi del paese farebbe più male che bene. Proseguire, sospendere o abbandonare un progetto di innovazione è una decisione complessa e intrinsecamente legata a grande incertezza. Andarne a sindacarne ex post gli esiti in un caso specifico può essere fuorviante: qualsiasi nuova tecnologia può comportare sia dei pro che dei contro, e sia gli uni che gli altri potrebbero condurre a esiti rilevanti presso una sede giudiziaria, di fatto rendendo impossibile una qualsiasi decisione. Non solo, se non cambiano alla radice la cultura aziendale e i sistemi di incentivi interni, la reazione delle imprese sarà semplice: “Se un progetto pilota abbandonato può mandarci nei guai, non facciamone mai più”. Sarebbe la celebrazione dell’ignoranza, ma sarebbe anche la fine di qualsiasi tentativo di portare innovazione nelle grandi imprese italiane.
Marco Cantamessa
Politecnico di Torino