(foto Ansa)

Toga d'assalto

Ecco chi è Colace, il pm che accusava il leghista Molinari (ora assolto)

Ermes Antonucci

Il magistrato che ha accusato il capogruppo della Lega è lo stesso che intercettò un imprenditore 24 mila volte e il senatore Esposito 500 volte, senza autorizzazione del Parlamento. Oggi è sotto procedimento disciplinare

Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera dei deputati, è stato assolto dal tribunale di Torino dall’accusa di falso elettorale. I fatti si riferivano al presunto illecito avvenuto nel 2020 alle elezioni comunali di Moncalieri, quando il nome del candidato del Carroccio Stefano Zacà, ex di Forza Italia, venne cancellato dalla lista “Lega Salvini Piemonte” poco prima della consegna delle liste all’ufficio elettorale. Il pubblico ministero aveva chiesto per Molinari una condanna a otto mesi di reclusione. Chi è il pm? Gianfranco Colace, cioè lo stesso che in un’altra inchiesta è arrivato a intercettare l’imprenditore torinese Giulio Muttoni addirittura 24 mila volte. Non solo: tra le 24 mila intercettazioni, 500 coinvolgono Stefano Esposito, amico fraterno di Muttoni e all’epoca dei fatti (2015-2018) senatore, dunque non intercettabile senza l’autorizzazione del Parlamento.

 

Per aver utilizzato quelle captazioni senza chiedere l’autorizzazione del Senato, Colace si ritrova ora sotto procedimento disciplinare da parte della procura generale della corte di Cassazione, insieme alla gip Lucia Minutella, con l’accusa di “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”. La vicenda delle intercettazioni che coinvolgono Esposito è inoltre finita dritta alla Corte costituzionale, visto il conflitto di attribuzioni sollevato dal Senato. Non è tutto.

 

Colace è anche il pm che ha messo sotto indagine mezza classe politica piemontese (l’ex governatore Sergio Chiamparino, gli ex sindaci Chiara Appendino e Piero Fassino, e gli assessori che hanno gestito la delega all’ambiente tra il 2015 e il 2019), accusandola di inquinamento ambientale colposo, cioè di non aver adottato misure adeguate per ridurre il livello di sostanze nocive nell’aria nel corso degli anni. Un’inchiesta più politica che giudiziaria, in cui il magistrato si spinge a valutare l’“adeguatezza” e l’“efficacia” di scelte adottate dagli amministratori nella loro legittima discrezionalità politica. Un’altra indagine destinata, con molta probabilità, al flop.