l'intervista

“Inasprire le sanzioni per i minori non serve”. Parla la Garante nazionale dell'infanzia

Ermes Antonucci

"La lotta alla criminalità minorile va combattuta innanzitutto con la prevenzione", dice Carla Garlatti (Agia). “Il minore non può essere trattato come un adulto. L’ho sentito dire ed è una frase che mi fa accapponare la pelle”

"Un inasprimento sanzionatorio del sistema penale non è la direzione corretta per affrontare la criminalità minorile. Punire e basta non serve. La sanzione nei confronti del minorenne deve essere sempre accompagnata da un’attività educativa, che deve avere la prevalenza”. Lo afferma, intervistata dal Foglio, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, commentando l’adozione da parte del governo del cosiddetto decreto CaivanoIl provvedimento contiene una serie di misure che inaspriscono le sanzioni contro la criminalità giovanile e anche l’abbassamento da nove a sei anni della pena minima perché un minorenne possa essere sottoposto a misura cautelare in carcere. “Il minore non può essere trattato come un adulto. L’ho sentito dire ed è una frase che mi fa accapponare la pelle”, aggiunge Garlatti

 

L’Autorità garante per l’infanzia si riferisce, indirettamente, alle tante dichiarazioni giunte nelle ultime ore con le quali è stata invocata una parificazione tra la punizione dei minorenni e quella dei maggiorenni. “Un quattordicenne che gira con un coltello o con una pistola, è capace di intendere e volere e se sbaglia, se uccide, se rapina, se spaccia deve pagare come paga un uomo di cinquant’anni”, ha affermato ad esempio il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini. “Il minore che commette un reato non è un maggiorenne, il suo percorso formativo non si è ancora esaurito – spiega Garlatti, dal 2017 al 2020 presidente del Tribunale per i minorenni di Trieste – Nel nostro ordinamento si ritiene che il ragazzo a 14 anni abbia la capacità di intendere e di volere per commettere un atto, ma non è ancora maturo per capire quali sono le conseguenze di quell’atto, qual è la valenza effettiva dell’atto che ha compiuto. Quello che ho notato, basandomi anche sulla mia esperienza lavorativa, è che manca proprio la percezione della gravità dei fatti commessi. Allora il minore deve essere sanzionato adeguatamente, ma deve essere soprattutto aiutato a crescere, educato, accompagnato”. 

 

A opinione della Garante nazionale per l’infanzia, la lotta alla criminalità minorile va combattuta innanzitutto con la prevenzione. “Il ragazzo che sbaglia va certamente punito, ma questo non basta – afferma – Bisognerebbe individuare le aree di marginalità, quelle cosiddette a rischio, e fare degli investimenti mirati che riguardino le comunità educanti, a cominciare dalla scuola e dalla famiglia”. “La dispersione scolastica – prosegue Garlatti – è un fenomeno che deve essere combattuto perché è l’anticamera dell’esposizione del minore a una situazione di rischio di devianza. Il ragazzino che ciondola tutto il giorno diventa una preda facile della criminalità. Bisogna invece creare una rete fra scuola, famiglia e comunità che diventi per il ragazzino più attrattiva del fascino che può avere la strada della devianza. E’ inoltre importantissimo intensificare  i procedimenti di giustizia riparativa, nei quali anche la vittima viene presa in considerazione”. 

 

Per combattere la dispersione scolastica, il governo ha scelto invece di introdurre un nuovo tipo di reato che punisce, con la reclusione fino a due anni, il genitore che impedisce al figlio minore di andare a scuola. “Credo che la proposta non abbia alcun tipo di utilità e che anzi possa essere addirittura dannosa”, dichiara Garlatti. “Molte volte – spiega – i ragazzini che non vanno a scuola provengono già da contesti di marginalità in cui la circostanza che il genitore venga attinto dalla misura carceraria può portare il minorenne a trovarsi in una situazione di marginalità ancora maggiore. Il fatto poi che un genitore vada in carcere significa che il minore si verrebbe a trovare nel bisogno ancora maggiore di andare a lavorare, sicuramente in nero”.

 

Per fortuna, è stato almeno evitato l’abbassamento dell’età della punibilità penale. “Abbassare la soglia non serve perché nel nostro ordinamento già oggi il minorenne che ha meno di 14 anni e commette un reato entra comunque in contatto con un giudice, il quale può prevedere l’adozione di tutta una serie di misure nei confronti del ragazzo e se necessario anche del nucleo famigliare”, dice la Garante nazionale dell’infanzia, che teme i segnali emersi nell’ultimo periodo: “Ciò che mi preoccupa è che ci sia una deriva punitiva che non tenga in considerazione che il minore non può essere trattato come un adulto. Se vogliamo un recupero di questi ragazzi, non possiamo non ritenere prevalente la fase della rieducazione”.
 

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