Pena e prescrizione spiegate con un vasetto di marmellata rubata

Adele Saita

Nel diritto penale, il trascorrere del tempo estingue il reato proprio perché fa venire meno tre funzioni generali della pena: repressivo/retributiva, di prevenzione generale/speciale e rieducativa

La frase standard che bofonchiavo in risposta alle disperate preghiere di mia madre di mettere in ordine la moltitudine di scarpe che popolava il pavimento sotto il letto era: sì, ora poi lo faccio. Ora, poi. Un utilissimo ossimoro che conciliava perfettamente la sua urgenza e la mia indifferenza al problema. Cosa misteriosa è il tempo. Si dice che sia la reale moneta della nostra epoca. Vero o no, indubbiamente rappresenta un valore, personale prima ancora che economico. La scienza ha dimostrato che il tempo è relativo, una consapevolezza che noi tutti empiricamente abbiamo sempre avuto. Così, cinque minuti sembrano volare per chi li trascorre in compagnia del proprio innamorato o sembrano un’eternità se si è in coda alla posta. In entrambi i casi, la relatività nasce rispetto a un evento o situazione terza che è, appunto, posta in relazione con quella che sta accadendo.

 

Per esempio. Amedeo e Daniela Giorgetti stanno giocando con i lego quando sentono un certo languorino e le loro testoline corrono subito a quel vasetto di marmellata che la mamma, prima di uscire, aveva riposto nella credenza dicendo: questo non si tocca! Quatti quatti, i due cuginetti salgono l’una sulle spalle dell’altro e, tendendo le braccine, afferrano quella dolce merenda che mangiano golosi senza pane o cucchiaini. Qualche ora dopo, la mamma rientra a casa, prepara gli ingredienti per la crostata e trova il vasetto vuoto. E’ chiaro che metterà i due monelli in punizione, ciò che qui importa è capire perché. Il motivo è, possiamo dire, legato a una questione generale: la mamma rappresenta l’autorità che i bambini sono chiamati a rispettare, se non l’hanno fatto ora, è fondamentale che lo facciano poi. Quindi, una prima esigenza è rispetto all’ora. La punizione serve a reprimere un comportamento scorretto e a far vedere che a una monelleria corrisponde certo e tempestivo un castigo. Una seconda esigenza è rispetto al poi: prevenire marachelle future. Sia specificatamente da parte di Amedeo e Daniela, sia in generale da parte dei bambini (amichetti o altri cugini) che si troveranno a giocare in casa Giorgetti. In terzo luogo, ma non per importanza, la punizione serve a “insegnare l’educazione” ai bimbi. Questa funzione rieducativa ricolloca la monelleria in un contesto più ampio, quello del perché non avrebbero dovuto mangiare la marmellata. Intanto perché un vasetto di marmellata fatto fuori in due assicura solo un buon mal di pancia e poi perché questo li ha privati della crostata a fine cena.

 

Potremmo addentrarci ancor più nella filosofia e nei perché della punizione, ma ci basti tener presenti queste tre funzioni generali: repressivo/retributiva, di prevenzione generale/speciale e rieducativa. E ora, immaginatevi che la signora Giorgetti avanzi a larghe falcate per il corridoio fino alla stanza dei bimbi, giunga sull’uscio le mani sui fianchi e, fissandoli diritto negli occhi, dica: sì, ora poi vi metto in punizione. Facepalm di chi guarda la scena da fuori. Perché noi spettatori rimaniamo sconcertati? Per via del tempo. Vedete quanto è importante? E’ ora o è poi? E se è poi, poi quando? Così peraltro mi rispondeva esasperata mia madre per la faccenda delle scarpe. Anche perché, mamma, potrebbero argomentare i bimbi, se non senti l’esigenza di metterci subito in castigo o comunque di farlo entro un tempo definito, allora vuol dire che in fondo non te ne importa niente che abbiamo mangiato tutta la marmellata. Un discorso che non fa una piega, in effetti. Il tempismo è tutto.

 

Nel diritto succede più o meno lo stesso. Nel diritto penale, il trascorrere del tempo estingue il reato proprio perché fa venire meno quelle tre funzioni della pena di cui dicevamo sopra. Piccola nota: causa di estinzione significa che il reato, seppur commesso e accertato, non è più punibile proprio perché, come sostenevano Amedeo e Daniela, se non ci metti in castigo subito o entro un termine, vuol dire che non ti importava davvero di ciò che abbiamo combinato. Una regola che, oltre a rispondere a una elementare logica consequenziale, bilancia il potere punitivo dello stato con il diritto costituzionalmente garantito (art. 111 Cost.) di ragionevole durata del processo e l’altrettanto legittima pretesa di certezza della propria condizione giuridica rispetto all’ordinamento. Invece, dall’inizio di quest’anno è entrata in vigore la riforma che prevede la sospensione dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

 

Molto è stato detto e dalle più autorevoli rappresentanze del mondo del diritto italiano sul nuovo regime. Più volgarmente, potremmo azzardare che questa riforma è perfettamente in linea con la logica dell’ora poi che trasformava il pavimento della mia stanza in un campo minato di scarpe e che svuota di senso la punizione ad Amedeo e Daniela. Ve l’immaginate? Lui sposato, lei emigrata in America e la signora Giorgetti che dice: “Ecco! Stasera per punizione niente televisione”. Senza considerare che, essendo il tempo relativo, l’attesa della punizione può produrre risultati variabili in Amedeo e Daniela. Ansia? Indifferenza? Che si protraggono non si sa bene fino a quando. C’è ancora un’altra immagine che mi viene in mente, forse meno semplice ma di certo più evocativa. Ora poi, quest’ossimoro, è per l’appunto espressione di quella cultura che il Principe di Salina cercava di spiegare al piemontese Chevalley, giunto in visita per offrire al Gattopardo un seggio al Senato della nuova Italia. E’ espressione della predisposizione al sonno, alla lentezza, all’avversione al fare che contraddistingue la Sicilia. In tutta onestà, non saprei se considerare una vittoria o una sconfitta l’essere riusciti a esportare qualcosa di più profondo, sottile e sistemico di cannoli e arancini.

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