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Meglio liberare mille colpevoli che punire un innocente

Mosè Maimonide

L’argomento di un gigante medievale contro la presunzione di colpevolezza e le sue inevitabili degenerazioni

Avanza, fra i giuristi americani e non solo, un movimento ostile alla presunzione d’innocenza, caposaldo dello stato di diritto finito sotto attacco sull’onda di un clima di sospetto che da decenni alligna nella cultura universitaria americana. Le relazioni sessuali, con la loro carica abusiva, sono da tempo al centro di un processo per riformare la logica del consenso e rovesciare l’onere della prova. Secondo la disciplina del “consenso affermativo”, noto anche come yes means yes, è la persona accusata di molestia a dover provare la sua innocenza, e la necessità di ottenere un assenso esplicito per consumare un atto sessuale ha generato un clima vagamente persecutorio nei campus. Ogni relazione è una molestia in potenza, ogni uomo è uno stupratore che deve dimostrare la sua innocenza. Il MeToo ha catalizzato e amplificato questa tendenza, offrendo a schiere di avvocati ed esperti di diritto il destro per tentare un’ambiziosa operazione di travaso dei protocolli universitari negli ordinamenti giuridici di ogni grado. Il dibattito interno all’American Bar Association raccontato qui illustra i termini di un’operazione giuridica in cui lo strumento legale viene esplicitamente usato per imporre o accelerare un cambiamento sociale, non per individuare e punire comportamenti criminali. Nell’ambito della common law, la presunzione di innocenza è legata a una massima di William Blackstone, uno dei padri della giurisprudenza anglosassone: “E’ meglio che dieci colpevoli sfuggano alla legge che un innocente venga condannato”. Si tratta di una variazione su un tema ancestrale, affrontato almeno a partire dal Genesi, dalle parti di Sodoma e Gomorra, elaborato ampiamente nel medioevo e ripreso da Benjamin Franklin, che aveva moltiplicato di dieci volte il numero dei colpevoli che era conveniente barattare con un solo innocente accusato ingiustamente. Qui sotto pubblichiamo la versione di Mosè Maimonide, ad uso dei perplessi.

 


 

La 290esima proibizione dice che non ci è permesso punire qualcuno basandoci sulla nostra discrezione, senza effettive testimonianze, anche se la colpa è virtualmente certa. Un esempio di questo è una persona che insegue un suo nemico per ucciderlo. L’inseguito si rifugia dentro una casa e l’inseguitore entra nella casa dopo di lui. Noi entriamo nella casa dopo di loro e troviamo la vittima a terra, uccisa, con l’inseguitore sopra di lui con un coltello in mano, entrambi coperti di sangue. Il Sinedrio può non infliggere la pena di morte su di lui, poiché non c’erano testimoni che hanno assistito all’omicidio. La Torah proibisce la sua esecuzione con le parole di Dio: “Non uccidere una persona la cui colpa non è stata provata”. I nostri saggi hanno detto nei Mekhilta: “Se hanno visto uno che inseguiva un altro per ucciderlo e lo hanno avvertito, dicendo ‘è un ebreo, un figlio dell’Alleanza! Se lo uccidi, sarai condannato a morte!’; se poi i due scompaiono alla vista e ne trovano uno ammazzato, con la spada nella mano dell’assassino sporca di sangue, uno può pensare che possa essere condannato a morte. La Torah perciò dice: ‘Non uccidere una persona la cui colpevolezza non è stata provata”. Non mettete in questione questa legge, ritenendo che sia ingiusta, perché ci sono cose che sono estremamente probabili, altre che sono estremamente improbabili, e altre che sono nel mezzo. La categoria del possibile è molto ampia, e se la Torah ha permesso all’Alta corte di punire laddove l’offesa era assai probabile e quasi certa (come nell’esempio precedente), allora deciderà per la punizione anche in casi che sono sempre meno probabili, fino a che le persone non verranno messe a morte a ogni piè sospinto sulla base di stime volatili e dell’immaginazione dei giudici. Per questo Dio “ha chiuso la porta” a questa possibilità e ha proibito ogni punizione a meno che non ci siano testimoni certi oltre ogni dubbio che l’evento è accaduto in quel modo e non c’è un’altra spiegazione possibile. Se non comminiamo una punizione anche quando l’offesa è assai probabile, la cosa peggiore che può succedere è che qualcuno che è colpevole sia giudicato innocente. Ma se la punizione viene disposta sulla base della discrezione e delle prove circostanziali, è possibile che un giorno una persona innocente sia messa a morte. Ed è preferibile e più opportuno che mille colpevoli siano liberati che un solo innocente venga messo a morte. In modo analogo, se due testimoni dicono che una persona ha commesso due offese capitali, ma ciascuno di loro ha visto solo un fatto e non l’altro, questo non può essere condannato.

 

Mosè Maimonide
Sefer Hamitzvot, comandamento negativo 290

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