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Fastweb-Telecom Italia Sparkle, la fine di un calvario giudiziario

Sono scaduti i termini per l’eventuale ricorso in Cassazione da parte della procura generale. Definitivamente assolti i sei manager coinvolti. Uno di loro, Massimo Comito, racconta la sua incredibile vicenda

17 Febbraio 2018 alle 06:00

Fastweb-Telecom Italia Sparkle, la fine di un calvario giudiziario

“È finita, è finita”. È con un misto di commozione e rabbia che Massimo Comito, ex dirigente di Telecom Italia Sparkle, annuncia al telefono che ha scalato la montagna: la fine del suo calvario giudiziario, durato ben otto anni, è arrivata. Venerdì scorso, infatti, sono scaduti i termini per l’eventuale ricorso in Cassazione da parte della procura generale contro le due sentenze di assoluzione di primo grado e di appello emanate nei confronti dei sei manager coinvolti nel caso Fastweb-Telecom Italia Sparkle, scoppiato nel 2010.

 

È quindi definitiva l’assoluzione dei dirigenti delle compagnie telefoniche: da un lato quelli della controllata di Telecom (l’amministratore delegato Stefano Mazzitelli, il responsabile del Carrier sales Italy Antonio Catanzariti e, appunto, Massimo Comito, allora responsabile commerciale dell’Europa), dall’altro i manager della compagnia all’epoca guidata da Stefano Parisi (il fondatore Silvio Scaglia, il direttore finanziario Mario Rossetti e il responsabile dell’area Large Account Roberto Contin). A loro si aggiunge Manlio Denaro, socio della I-Globe. Tutti accusati di aver messo in piedi una maxi-truffa fiscale e di riciclaggio internazionale (di oltre due miliardi di euro) e tutti assolti: non erano gli artefici, bensì le vittime della truffa ordita, secondo i tribunali, da un’associazione a delinquere composta da altre quindici persone e guidata dall’imprenditore Gennaro Mokbel (condannato ad oggi a 10 anni e mezzo in appello).

 

Tutto bene quel che finisce bene, dunque. E invece no, perché rimangono sul campo i segni di una lunghissima battaglia combattuta contro accuse ingiuste. Danni economici (allora Fastweb era una delle aziende più all’avanguardia nel settore delle telecomunicazioni a livello internazionale, Telecom perse 1,2 miliardi di euro di capitalizzazione in borsa in soli tre giorni), professionali (i manager di Telecom Italia Sparkle furono licenziati in tronco), familiari e personali, tra carcere, domiciliari e gogna mediatica.

 

Le vicende dei “big” (Scaglia, Mazzitelli e Rossetti) sono piuttosto note. Il fondatore di Fastweb, che a causa dell’inchiesta trascorse tre mesi in carcere e nove mesi ai domiciliari, è diventato un vero e proprio simbolo contro le storture della giustizia, tanto da essere evocato nel 2013 da Matteo Renzi nei suoi propositi riformatori, poi non completamente mantenuti (“La sua storia ci dice che dobbiamo fare la riforma della giustizia”). Meno note sono invece le storie dei cosiddetti “pesci piccoli” coinvolti nella vicenda, gettati nel calderone mediatico-giudiziario con spazi di visibilità ancor minori. Quelli che finiscono in secondo piano persino nelle cronache giudiziarie a loro favorevoli (“Con Scaglia e Mazzitelli assolti anche…”), quando va bene che siano nominati.

 

Stavolta a parlare con Il Foglio è proprio un “pesce piccolo”, Massimo Comito, assolto definitivamente nel silenzio generale dei media, gli stessi che all’inizio dedicarono allo “scandalo” prime pagine e servizi d’apertura in televisione, tutti di taglio accusatorio e fatti solo di fango: “Quando venni arrestato – racconta Comito – fui sbattuto in televisione per una settimana consecutiva, ma le assoluzioni sono passate inosservate, tanto che oggi la gente mi incontra per strada e mi dice: ‘Ho saputo che Scaglia è stato assolto, ma tu?’”.

 

Anche lui è stato assolto. E da assolto, ora, riannoda i fili di una vicenda che ha cambiato per sempre la sua vita. Tutto comincia il 23 febbraio del 2010, quando alle cinque del mattino le forze dell’ordine si presentano nella sua abitazione romana, la mettono a soqquadro e poi conducono il manager nel carcere di Rebibbia. Lì vi rimarrà cinque mesi, trascorrendo i primi cinque giorni in isolamento giudiziario, una misura solitamente utilizzata per i mafiosi. Uscito dal carcere, altri sette mesi di arresti domiciliari non meno duri. Tutto questo senza che ci fossero reali esigenze cautelari, come la possibilità di reiterazione del reato: ai primi squilli di tromba dell’inchiesta, Telecom aveva licenziato in tronco Comito: “A differenza di Fastweb, che ha difeso i suoi manager dall'inizio alla fine, con i propri dirigenti Telecom è stata latitante quando non addirittura ostile verso gli uomini e i dipendenti”, attacca l’ex responsabile dell’area Europa. I fatti e il tempo, anche su questo fronte, gli daranno ragione: “Ad oggi ho fatto causa all’azienda per licenziamento illegittimo e ho vinto”.

 

Intanto sui giornali i manager venivano rappresentati come dei delinquenti accertati. Aldo Morgigni, l’allora gip di Roma che autorizzò gli arresti chiesti dalla procura con un’ordinanza cautelare di 1.600 pagine, disse che si trattava di una delle “più colossali frodi poste in essere nella storia d’Italia”. Secondo Pietro Grasso, allora procuratore nazionale antimafia, si era di fronte a “una strage di legalità”. Come se non bastasse, nel calderone delle accuse rilanciate indiscriminatamente dalla stampa si aggiunsero anche notizie circa infiltrazioni della ‘ndrangheta nel giro di affari illeciti compiuti dalla presunta organizzazione criminale, manager telefonici compresi. “Rileggendo a distanza di anni gli articoli pubblicati in quei giorni, mi sono chiesto: ma cosa avrà pensato mia moglie?”. Una moglie (con un figlio minorenne) coraggiosa, che le è stata a fianco durante tutto il calvario, subendo anche lei le conseguenze di una condanna anticipata: “La sera stessa del mio arresto andò in auto a fare benzina e si ritrovò con la propria carta di credito non funzionante perché, ancor più grave, il suo conto corrente su cui riceveva lo stipendio era stato sequestrato. Insomma, la custodia cautelare si estese subito a tutta la mia famiglia”. Una prassi comune di uno Stato incivile: anche Rossetti nel suo libro (“Io non avevo l’avvocato”) ha raccontato di aver subito il sequestro di tutti i beni (conti correnti, carte di credito, persino i braccialetti del battesimo dei figli) e di aver visto sua moglie, con tre figli piccoli, abbandonata dalle istituzioni senza neanche un euro per poter vivere.

 

Dopo quasi quattro anni, il 17 ottobre 2013, il verdetto di primo grado del tribunale di Roma, che assolve tutti i manager demolendo le ricostruzioni fatte dalla procura. “In dibattimento abbiamo trovato un collegio giudicante che ha voluto ascoltare tutti, leggere le carte, studiarle, approfondirle – spiega Comito – In alcuni passaggi della sentenza che ci riguardano, i giudici dichiarano di essere arrivati a conclusioni diametralmente opposte a quelle dei pubblici ministeri. La cosa più assurda è che nel processo non sono emerse circostanze nuove rispetto a quelle contenute nell’ordinanza iniziale. Nell’ordinanza c’era scritto tutto, tant’è che il mio avvocato mi aveva detto subito che le accuse erano basate sul nulla. Senza dubbio i pm avrebbero potuto utilizzare il loro tempo per approfondire la vicenda prima, senza sbattere in galera le persone”.
Ma non paga delle sofferenze causate con l’inchiesta, la procura di Roma decise di fare ricorso in appello contro la sentenza del tribunale, rinnovando questa lenta tortura giudiziaria. “Fu una notizia terribile – racconta l’ex manager di Telecom Italia Sparkle – Pensavamo che di fronte a una sentenza di quel tipo alla procura potesse venire un briciolo di amor proprio, ma purtroppo non è stato così. Forse i pm, dopo averci sbattuto in carcere per un anno, hanno pensato che fosse inevitabile andare avanti”.

 

Sono stati necessari altri due anni di udienze per arrivare alla sentenza di appello dello scorso settembre, che ha confermato l’assoluzione per i manager. Intanto ciò che c’era da distruggere è stato distrutto, e chi ha potuto fare carriera l’ha fatta. Morgigni nel 2014 è stato eletto componente del Consiglio superiore della magistratura, Grasso oggi presidente del Senato e leader di una forza politica. “Non si capisce come in questo Paese possano avvenire ancora queste cose”, confessa Comito, e neanche noi sappiamo dargli una risposta.

 

Ora, decorsi i termini di un’ulteriore eventuale impugnazione, la sentenza di assoluzione è passata in giudicato e la vicenda si è conclusa definitivamente. Si conclude una “storiaccia”, come la definisce Comito, che ha dovuto anche far fronte a problemi di salute. Una storiaccia in cui non sono mancati scampoli di umanità, da quelle vissute con i propri compagni di cella a Rebibbia (“Mi hanno accudito come fossi il loro padre”) alle giornate interminabili trascorse per anni tra scartoffie e conversazioni con il suo avvocato Fabrizio Merluzzi (“E’ diventato il mio miglior amico”).

 

Eppure è inevitabile ora guardarsi indietro e tracciare un bilancio, delle sofferenze vissute e delle opportunità perse. Chiedersi come sia possibile che il sistema dell’informazione continui a partecipare in maniera così vile alla distruzione di persone coinvolte in casi giudiziari, dando voce esclusivamente alle accuse (due giorni dopo gli arresti dei manager, l’ordinanza di custodia cautelare era stata pubblicata online), per poi fregarsene di ciò che accade nel processo, in dibattimento, quella che dovrebbe essere l’unica sede preposta in cui giudicare i cittadini, e fregarsene anche delle assoluzioni: “Nelle prime fasi delle inchieste, un giornalista non può prendere l’ordinanza cautelare e riportarla integralmente – sottolinea Comito – Finché non c’è l’intervento di un giudice terzo (che non è certamente il gip) si è totalmente in balia di ciò che dice l’accusa e tutto ciò che si scrive è solamente basato su ciò che sostengono gli inquirenti. Un giornalista che lavora così non è un giornalista che merita questo nome”. “Purtroppo – aggiunge – penso che fino a quando la gente non vive personalmente queste situazioni non è in grado di capire, nella sostanza e nella profondità, che cosa significa”.

Oggi Massimo Comito ha 56 anni, è un non-vecchio e un non-giovane, un “rottamato” dalla malagiustizia. “Sto lentamente cercando di ricostruire la mia vita, ma non è facile – ci dice – Devo potermi lasciare alle spalle questa storiaccia, con la stessa forza con cui ho scalato la montagna”.

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Commenti all'articolo

  • gesmat@tiscali.it

    gesmat

    17 Febbraio 2018 - 11:11

    Dai giudici mi salvi Iddio che agli altri briganti ci penso io!

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