Un tempo Pidcock

Giovanni Battistuzzi

Sabato il corridore inglese ha vinto il Giro d'Italia U23. Poteva passare professionista a gennaio, ha rinviato perché non era tempo: “Mi hanno insegnato che divertirsi è la cosa più importante. E non c'è niente di cui ho bisogno che non ho qui”

Diventai grande in un tempo piccolo / Mi buttai dal letto per sentirmi libero / Mi truccai il viso come un pagliaccio / E bevvi vodka con tanto ghiaccio / Scesi nella strada mi mischiai nel traffico”. Thomas Pidcock sarebbe tranquillamente legittimato a cantare la canzone di Franco Califano, a eccezione, forse, per il passaggio sulla vodka: un'inglese potrebbe avere altri gusti in fatto di bere.

  

  

E sarebbe tranquillamente legittimato a cantare Califano perché il tempo di Thomas Pidcock è davvero piccolo. Ventun'anni da poco compiuti, un dozzina passati in bicicletta, un passato da vincente in tutte le categorie e su tutte le superfici, un presente tra gli under 23 non da meno, anzi, un futuro che potrebbe esserlo altrettanto. E poi quella capacità di rotolare “in salita come fosse magico” e toccare “la terra rimanendo in bilico”. Questione di attitudine, quella che ti rende immediatamente familiare le novità. Questione abitudine, perché se fin da piccolo hai considerato la bicicletta come un mezzo per esplorare il reale, qualsiasi fosse il terreno sul quale le ruote scorrevano, ecco che nessuna novità lo è poi davvero. Questione di adattamento: “Strada, pista, ciclocross, mountain bike cambia poco. La bicicletta è una e funziona allo stesso modo ovunque. Tocca solo capire come stare in piedi. Il resto è semplice: tocca far girare le gambe velocemente”. E lui non ha preferenze: “Dipende da cosa sto vincendo, ma adoro fare downhill nei miei tempi morti”, ha detto a Cyclist.

 


Foto Ansa


 

Ha iniziato a girare con una mountain bike nel parco dietro casa. E il Roundhay Park di Leeds non è piccolo e nemmeno piatto, c'è spazio per imparare e per pedalare a lungo. Ha poi preso una bici da corsa, ha pedalato su strada e su pista. Si è improvvisato ciclocrossista finendo per innamorarsene. È ritornato a girare su una mountain bike e se l'è goduta pure lì. Ovunque ha vinto. E tanto. “Mi hanno insegnato che divertirsi è la cosa più importante” e lui ha preso alla lettera questo consiglio: “Quando inizio a stufarmi di qualcosa, passo ad altro. Facendo tante discipline ci si diverte di più”.

  

Non poteva essere altrimenti per un ragazzo cresciuto ammirando Mathieu Van der Poel perché “fa bene quello che vorrei fare bene anch'io, vincere ovunque. E poi ha avuto la forza di non scegliere una specialità: corre ovunque gli va, su qualsiasi superficie”. Di Van der Poel potrebbe essere un rivale sulle pietre del Nord. Per ora si è preparato al meglio su quelle riservate alle categorie giovanili: nel 2017 ha vinto la Parigi-Roubaix Juniors, nel 2019 l'Espoirs Parigi-Roubaix, che altro non è che la versione under 23 della corsa conquistata da Philippe Gilbert un anno fa. Ma non solo a nord vanno i sogni dell'inglese. Perché “al momento non so che corridore diventerò, mi piacciono le classiche e i grandi giri. La mia dimensione futura è ancora un'incognita. Vedremo”, ha detto a Velonews. Per scegliere c'è tempo, intanto sabato ha conquistato anche il suo primo grande giro in miniatura (che poi miniatura nemmeno troppo): il Giro d'Italia U23. E lo ha fatto staccando sempre tutti in salita. A Bolca, prealpi veronesi, stroncando di ritmo le velleità di Filippo Conca, su di una salita dura ma corta.

 

 

Sullo Spluga scattando secco in faccia a tutti nel tratto più duro di un'ascesa lunga quasi trenta chilometri.

 

  

Sul Mortirolo zompettando come fosse la cosa più naturale del mondo, stando ben attento di non staccare il belga Henri Vandenabeele, perché il traguardo era distante oltre trenta chilometri e in due si evita un po' di vento in faccia.

 

Dopo il Giro, il tempo piccolo di Thomas Pidcock vorrebbe rivolgersi alla Francia, al Tour de l'Avenir, che altro non è che lòa riduzione del Tour de France, la corsa che l'anno dovette abbandonare quando era nono in classifica. Se ne tornò a casa con una commozione celebrale e un ginocchio messo parecchio male. Vorrebbe tornare per vincerlo, per giocarsi “i ricordi provando il rischio / poi di rinascere sotto le stelle”.

 

C'è però in Pidcock una cosa che cozza tremendamente con Califano: quella calma così lontana dalla fame, quasi ingorda, con la quale il cantante si approcciava alla vita. Il “voglio tutto e meglio se subito che domani chissà” di Califfo, come raccontò in un intervista radiofonica di qualche decennio da, si declina in un'assenza di turbamenti per il futuro, nella capacità di rifiutare la fretta che a volte attanaglia i giovani corridori, soprattutto quelli abituati a vincere. “Non ho fretta di passare professionista. Mi sto godendo quello che sto facendo, non c'è niente di cui ho bisogno che non ho qui”, ha detto in un'intervista al sito della Red Bull

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