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È morto Felice Gimondi

Il campione bergamasco non è mai stato l'altra faccia del ciclismo dominato da Merckx, non è mai stato l'alternativa al Cannibale. È stato di più, un campione che ha brillato di luce propria

16 Agosto 2019 alle 21:14

È morto Felice Gimondi

foto LaPresse

C'è stato un periodo, lunghissimo o brevissimo a seconda dalla fede sportiva, nel quale il ciclismo aveva una faccia soltanto, quella inquadrata sul gradino più alto di (quasi) qualunque podio: quella di Eddy Merckx. In quello stesso periodo, lunghissimo o brevissimo a seconda dalla fede sportiva, la massima aspirazione di quasi tutti i corridori era quella di arrivare secondi, alle spalle di quello lì, del Cannibale. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli Settanta un'intera generazione di grandissimi ciclisti ha vinto pochissimo. D'altra parte se si ha come avversario uno come Merckx, uno che andava fortissimo ovunque, uno che voleva vincere qualsiasi gara, fosse un Mondiale o la corsa della parrocchia, c'era poco da fare se non accontentarsi di quello che restava. Avessero vissuto in altre epoche Joop Zoetemelk, Luis Ocaña, Lucien Van Impe, Walter Godefroot, José Manuel Fuente li ricorderemmo come dei campioni capaci di grandissime vittorie. Campioni lo sono stati, ma alle spalle di Merckx. Merckx raccontò che tutti loro, in qualche modo, lo misero in difficoltà. Solo di uno però disse che "staccarlo era difficile, dovevo impegnarmi al massimo per farlo. Quando ci riuscivo ero sicuro che nessuno mi avrebbe raggiunto". Questo qualcuno era Felice Gimondi.

 

Felice Gimondi non è mai stato l'altra faccia del ciclismo di quel periodo, non è mai stato l'alternativa al Cannibale. Era Felice Gimondi e basta. Un campione capace di essere battuto senza essere secondo, di essere avversario senza essere antagonista, di essere alternativa senza essere satellite. Era di più. Un altro pianeta, forse più piccolo, forse meno luminoso, ma dotato di una sua gravità, di una sua consistenza, di una stella che lo illuminasse di luce propria.

 

Felice Gimondi è morto oggi per un malore. E di quella luce il ciclismo non si è dimenticato. È impossibile farlo.

  

Felice Gimondi apparve al Tour de l'Avenir del 1964, ma solo ai grandi appassionati. A tutti si palesò l'anno dopo, al Tour de France, il primo che correva, quello che vinse stupendo tutti. Apparve lampante che quel ragazzino timido aveva qualcosa fuori dal comune, un modo di pedalare così eccezionale da rappresentare al tempo stesso una novità e un ritorno al passato, quello glorioso di Coppi e Bartali, quello che gli italiani non riuscivano a dimenticare.

  


Foto LaPresse


 

Disse in un intervista alla Rai che "poteva andare diversamente, potevo vincere molto di più, sicuramente tanto, forse non tutto ma tanto sì. Ma quando corri contro Merckx...". Lasciò la frase sospesa. Riprese: "...ci vuole pazienza". Lui la ebbe. Lasciò passare il belga, lo lasciò consumarsi presto in quel bagliore abbagliante e tornò a conquistare ciò a cui teneva di più: il Giro d'Italia. Era il 12 giugno 1976.

 

Qualche mese dopo quel successo, l'ex commissario tecnico della Nazionale italiana Alfredo Martini disse che "essere Felice Gimondi è una cosa meravigliosa". Si spiegò meglio: "È l'essenza di un amore assoluto non per la vittoria, ma per il ciclismo. Una fede assoluta nell'unico insegnamento che una persona dovrebbe tenere a mente: un grande giorno arriva solo se lo desideri davvero".

 

Elio e le Storie tese questo amore assoluto l'hanno sintetizzato a loro modo in una canzone, forse la più bella mai dedicata a Felice Gimondi:

"Lo so che non è facile
nella vita scoprire
che c'è anche Eddie Merckx,
ho quasi paura.
Ma affronterei il mondo
quando lui pedala al mio fianco.

A volte mi vien voglia
di saltare in sella,
pedalare un po' con lui,
parlare della nostra biga,
e magari lui è lì
che sta indossando la maglia rosa
perché in testa è così lontano
ma è così vicino a me.

A volte lui se ne va via,
non mi sta neanche a aspettare,
mi lascia con Bitossi,
mi sembra di impazzire,
tanto che mi vorrei ritirare
e sento in un minuto
tutti i ciclisti del mondo
che hanno bisogno di aiuto
dalla propria ammiraglia
ma non lo sanno dire
come me in questo momento,
che sono Felice".

 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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