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Il ciclismo malinconico di De las Cuevas

Avrebbe voluto diventare un pugile, si ritrovò in bicicletta. Il ciclista francese è morto all'isola Reunion a 50 anni. Si parla di suicidio

3 Agosto 2018 alle 17:47

Il ciclismo malinconico di De las Cuevas

Foto tratta da Wikipedia

Lo sguardo malinconico ce lo aveva anche quando vinceva, non lo ha mai perso. Lo sguardo di chi sognava la boxe e gli toccò il ciclismo, ché era più forte sui pedali che con i guantoni. Lo sguardo di chi gli avevano detto che sarebbe stato tutto fantastico, ma fantastico non lo era, perché ogni giorno aveva vento da prendere in faccia e chilometri da percorrere in testa. Poco male, la fatica non lo spaventava, sapeva benissimo che fare il gregario era uno sporco lavoro ma che a qualcuno doveva toccare. Armand de las Cuevas questo mestiere lo sapeva fare molto bene e lo faceva per il migliore che c'era allora in circolazione: Miguel Indurain. Si metteva in testa, pancia a terra e menava duro sui pedali per tenere sotto controllo la situazione, per non lasciare troppo spazio alla fuga, per inseguire attacchi altrui, soprattutto perché il Navarro doveva stare al coperto, tranquillo, pronto per vincere. Considerava tutto questo un lavoro come un altro, una fatica come un'altra, una preparazione all'unica cosa che gli piaceva davvero: la cronometro. Lì si sentiva a suo agio, solo contro il tempo, perché "il ciclismo è molto più sincero così", contro le lancette. E a cronometro volava. Nelle giornate buone poteva battere chiunque. E pure in salita nelle giornate buone era difficile staccarlo. A tal punto che Roger Pingeon, ex campione del ciclismo francese, disse a metà degli anni Ottanta che il futuro del ciclismo d'oltalpe poteva essere ottimo, "perché abbiamo un corridore completo come de las Cuevas, uno che ci darà grandi soddisfazioni". Non andò così, non proprio almeno, ma tant'è. De las Cuevas nei dieci nei quali corse in gruppo s'altalenò tra picchi e sprofondi, tra momenti di alta scuola ciclistica e altri di assoluto anonimato. "Puoi essere il più bravo e intelligente al mondo, puoi passare la vita nel primo banco a spiegare come funziona il mondo, ma se il giorno che passa quello che cerca talenti sei malato non vai da nessuna parte lo stesso". Sfortuna, mancanza di tempismo. Chissà. Sicuramente qualche caduta di troppo, qualche intoppo fisico nei momenti sbagliati. Forse, soprattutto, l'assoluto disinteresse a diventare il più forte, a sacrificare interi anni alla bicicletta: "La bici mi diverte, ma mi piace anche andare al mare, pescare, guardare le piante crescere".

 

De las Cuevas parlava per immagini, a volte la gente lo guardava strano, non capiva cosa volesse dire: "Devo ringraziare la luce", disse dopo la cronometro vinta nel 1994 al Giro d'Italia; "Negli ultimi chilometri sentivo la montagna, ma il vento mi è dentro", disse al Tour de France del 1992. Quando smise di lavorare per gli altri provò a mettersi in proprio. Provò con la classifica, si riscoprì uomo da fughe, quasi sempre andate male. Non si crucciò però, nessun rimpianto: "Ho fatto il mio lavoro come se stessi andando in fabbrica. Avrebbe potuto cambiare la mia vita se fossi stato come Virenque. Lui sì che sapeva come giocare con i media".

 

Nel 1999 si stufò della bici e della mondanità. Doveva partire per il Giro d'Italia e non ci andò, si ritirò da un giorno all'altro, con una telefonata. Finì prima in campagna e poi all'isola della Reunion. "Era semplicemente finito un momento della mia vita", disse nel 2015.

 

Ieri la sua vita è finita per davvero. Hanno dato la notizia della sua morte. Forse Armand de las Cuevas si è suicidato. Dicono questo almeno.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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