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Niki Terpstra vince Le Samyn, la corsa che è un ricordo

Nel gelo delle Fiandre, l'olandese della Quick Step-Floors batte il suo compagno di squadra Philippe Gilbert. Il destino dei nomi e di José

27 Febbraio 2018 alle 19:50

Niki Terpstra vince Le Samyn, la corsa che è un ricordo

Terpstra è un suono duro e freddo che bene si intona con il clima duro e freddo del Belgio. E poco importa se Terpstra sia addolcito un poco dal nome, Niki, come le Fiandre da quelle collinette che sembrano piccole increspature nella terra del nord Europa. Niki Terpstra, almeno in bicicletta, è più cognome che cognome, non è tipo avvezzo ai sentimentalismi, uno ancor più coriaceo delle pietre sulle quali piace correre, così come le collinette fiamminghe tanto morbide non sono e nascondono spade di pavé che tagliano polmoni e polpacci. E quando oggi, alla Le Samyn si è ritrovato davanti a tutti con a ruota il compagno di squadra e amico Philippe Gilbert e lo sventurato francese Damien Gaudin, chiuso in una morsa che sapeva sarebbe stata fatale, se ne è fregato alla grande di fare calcoli su quanto fosse poco carino andarsene da solo lasciando l'altra maglietta della Quick Steep-Floors a inseguire con il terzo incomodo, ha allungato, ha accelerato, non si è mai girato a controllare ciò che stava accadendo alle sue spalle, ha vinto. E per una volta ha fatto bene.

 

 

Perché Niki Terpstra è corridore che sul pavé è meraviglioso, che più le strade diventano sconnesse e ruvide più si trova a suo agio e meno ha paura. Che sa cos'è l'efficacia, un po' meno l'eleganza, ma le pietre sono terreno strano e che sanno perdonare l'estetica, che forse non esaltano l'etica, ma sicuramente la prassi.

 

Anche José Samyn era uno più bravo che bello, almeno in bicicletta. Anche lui uno che sulle pietre sapeva andare forte e che non aveva paura di niente quando si trovava a quelle latitudini e a quelle longitudini, in quelle Fiandre che sentiva sue per discendenza materna, ma che mai aveva abbracciato per orgoglio paterno e francese. Uno che però campione non era e che dunque si doveva adeguare alle volontà dei capitani di allora, che si chiamavano Jan Janssen prima e Jacques Anquetil poi, gente che dai propri gregari pretendeva solo una cosa, abnegazione totale a una causa, la loro.

 

José Samyn aspettava il suo momento, sognava un Sessantotto ciclistico, un ribaltamento dei ruoli e dei gradi. Ma il 1968 era già passato e il 1969 quasi, quando ad agosto in un criterium a Zingem, colpì uno spettatore, scivolò, batté la testa e morì.

 

José Samyn delle Fiandre avrebbe voluto essere Leone divenne un nome preceduto da un articolo: Le Samyn, corsa, la prima che vinse sulle pietre, quella da lui battezzata quando ancora si chiamava Grand Prix de Fayt-le-Franc e che un anno dopo il suo addio prese il suo cognome.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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