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Dalla maglia tricolore alla "tassa sul sudore". La burocrazia sbagliata dell'Italia

Cosa c'entra la casacca di Aru con la Bike card? Per capirlo basta dare uno sguardo a cosa succede nel ciclismo francese

3 Gennaio 2018 alle 18:38

Dalla maglia tricolore alla "tassa sul sudore". La burocrazia sbagliata dell'Italia

Foto tratta dal profilo Facebook del team UAE Emirates

Due notizie negli ultimi giorni hanno fatto sorgere una domanda: ma la Federazione ciclistica italiana ci è o ci fa? La prima riguarda i 25 euro che la Fci imporrà ai ciclisti amatoriali, se non tesserati per la stessa Fci o per alcuni enti di promozione sportiva affiliati, per la partecipazione a manifestazioni agonistiche o semplicemente ricreative; la seconda è l'ennesima maglia tricolore poco tricolore del nostro campione italiano (come quella presentata nei giorni scorsi dalla UAE Emirates e che dovrà vestire Fabio Aru).

 

 

Due notizie che, apparentemente, non sembrano correlate tra loro. Ma che invece sono figlie di uno stesso problema: quello relativo alla rotta scelta dalla Federazione. Una via che punta a burocratizzare la base del ciclismo, dimenticandosi invece di farlo agli alti livelli. Una scelta tafazziana, ancor più evidente se paragonata a quanto succede da anni oltralpe.

 

Una premessa va comunque fatta: la Bike card, la cosiddetta "tassa sul sudore", colpirà nemmeno il 30 per cento degli amatori, ossia quelle società non direttamente affiliate alla Fci all'Acsi e alla Uisp, insomma una netta minoranza di cicloamatori. Al di là di questo e al di là delle precisazioni fatte dalla Federazione – che assicura che "gli introiti derivanti dalla cessione delle Bike Card saranno interamente reinvestiti per la creazione di una serie di servizi a disposizione del mondo amatoriale" – c'è un problema di fondo che la Fci continua a ignorare: la mancanza di programmazione per favorire la crescita del movimento, o meglio l'incapacità di costruire un modello capace di ampliare il numero di persone che utilizzano regolarmente la bicicletta.

   

In Francia, da oltre un quinquennio, la Federazione cerca di aumentare la base di appassionati con politiche di snellimento delle procedure burocratiche per l'iscrizione alle liste delle società dilettantistiche e ricreative, una detassazione per chi decide di organizzare gare professionistiche e granfondo, oltre all'aumento dei fondi per il ciclismo giovanile e amatoriale. E' inoltre la stessa Federazione a investire sulle squadre professionistiche grazie a società a partecipazione pubblica (ad esempio la Française des Jeux, squadra appartenente al World Tour, la serie A del ciclismo mondiale) e contributi statali per le altre squadre (sono sette nei due massimi circuiti, le italiane sono quattro e nessuna nel World Tour). Insomma, deregulation per ampliare il più possibile la base di ciclisti amatoriali e incentivi finanziari per il ciclismo giovanile e professionistico con regole precise per poter partecipare agli incentivi statali. Tra queste una regola chiara: la maglia del campione francese deve essere a tradizionali bande orizzontali blu, bianca e rossa.

 

Regole che in Italia sono invece invertite. La maglia del campione italiano non è normata, gli incentivi per la sponsorizzazione di squadre professionistiche neppure, anche perché non ci sono, mentre il panorama amatoriale è un groviglio di regole e pezzi di carta da portare a società, organizzatori di corse, enti ecc. Servono certificati, tessere, iscrizioni, tesserine aggiuntive e permessi. Serve il certificato sportivo agonistico per indossare una maglietta in licra di una società dilettantistica, servono copie da depositare a ogni gara, anche se questa è una passeggiata non competitiva, servono firme su delibere, su prese visione, su assicurazioni gara e assicurazioni sulla salute. Insomma un apparato burocratico che, come sottolineato da Antonio Ruzzo sul suo blog sul Giornale, fa sì che "oggi far sport è diventato sempre più difficile e per iscriversi a una gara si compilano più moduli e scartoffie che non per chiedere un fido in banca. Complicato e costoso senza contare infatti il costo delle gare che è lievitato in modo a volte ingiustificato".

 

E così nonostante la Federazione scriva in una nota che "in questi giorni alcuni 'soloni' sui social hanno scritto di tutto e di più in merito all’accordo Fci, Acsi e Uisp, accusando la Federazione di volere ripianare i propri debiti a spese degli amatori", viene da pensare che forse, per dimostrare davvero che questo non sia il motivo dell'introduzione della Bike card, si inizi a favorire davvero questo sport, snellendo il sistema burocratico. Perché se è vero che le biciclette nelle strade aumentano e le iscrizioni alle granfondo pure, ci vorrebbe uno sforzo da parte di chi governa il ciclismo affinché questo trend possa continuare a crescere. I benefici sarebbero per tutto lo sport italiano e per la stessa Federazione: un aumento di pubblico spingerebbe anche qualche grande azienda a investire in questo sport e magari si supererebbe quello zero imbarazzante nel numero di squadre italiane all'interno della serie A del ciclismo mondiale. E' l'economia, bellezza: più pubblico vuol dire più visibilità e più visibilità comporta maggior interesse a investire.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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