Capodanno è una bella bici blu

Il primo giorno dell'anno, una strada stretta, una porticina di legno e una sorpresa. Un racconto

1 Gennaio 2018 alle 13:43

Capodanno è una bella bici blu

Foto di chelsom tsai via Flickr

Ogni giorno. Da tre anni ogni giorno passava per quella strada. Due muri che nemmeno tre metri li separavano, una serie di archi e una piccola camminata che a stento tre persone ci passavano affiancate e tre scalini ad alzarla da terra. In fondo delle porticine basse nella penombra, di legno consunto dal tempo. All’insù invece il bianco dell’intonaco macchiato qua e là dal marrone delle travi dei terrazzini e dal violetto dei ciclamini ai balconi.

 

Ogni giorno. Da tre anni ogni giorno passava per quella strada. Camminava piano, un passo dopo l’altro come un’abitudine lontana, di un tempo in cui la velocità era solo un’alternativa di poco conto. La testa la teneva bassa, quasi il suo lavoro gli fosse diventato giogo e avesse attaccato alle spalle un carro intero di inquietudine. La incrociava al mattino che ancora il sole era solo un’ipotesi e poi la sera che le stelle erano pronte a tentare di illuminare la notte. Con la pioggia o il sole, con il vento o con la bonaccia, gli stessi passi alle stesse ore rimbombavano sul selciato.

 

Ogni giorno. Da tre anni ogni giorno passava per quella strada. E mai si era accorto che una luce brillava dietro a una di quelle porticine basse di legno consunto dal tempo. L’aveva notata due giorni prima quando la Tramontana soffiava e aveva alzato lo sguardo nel sistemarsi il bavero del pesante cappotto che portava. Ci aveva fatto caso anche l’indomani incuriosito quella volta dalla novità.

 

Ora era il nuovo anno. Ora era fermo a pochi metri dai tre scalini che portano alla camminata, a pochi metri da quella luce che usciva da una di quelle porticine. Era da tanto che la curiosità l’aveva abbandonato. Quasi non se lo ricordava più quando era stata l’ultima volta che aveva fatto qualcosa di diverso dalle solite cose, dai soliti posti, dai soliti tragitti.

 

Forse da quando era ancora ragazzo e ancora scorrazzava con gli amici in bicicletta per le colline che come panettoni accerchiavano il suo paesino. Pendii di strade in ghiaia, strisce bianche che si arrampicavano tra il verde di prati e boschetti di faggi. Avventure a pedali nelle quali uno era Moser, uno Saronni, uno ancora LeMond, un altro Hinault e poi Fignon e Visentini. Chissà che fine avevano fatto i suoi amici di allora. Chissà dov’erano finiti, di cosa parlavano, dove vivevano e cosa facevano per lavoro. E chissà poi la bici che aveva allora che fine aveva fatto. Era blu con la sella di pelle marrone e il manubrio all’ingiù come quella dei ciclisti veri. A lui piaceva Giovanni Battaglin, che in salita era una furia e quando era in forma sui pedali menava forte e quando la strada saliva mica era facile stargli dietro. Avrebbe voluto anche lui essere come Battaglin. Danzare sui pedali, un po’ storto magari, ma volare quando il ghiaino si impennava sotto la bici. Ma erano ormai solo ricordi. Ricordi di un’epoca che non c’era più, che si era perduta tra il selciato della città nella quale era andato a vivere. E chissà che fine aveva poi fatto anche Battaglin.

 

Qualche passo e quei metri che lo separavano dalla luce diminuirono. Qualche passo e avrebbe spiato cosa c’era all’interno. Tre scalini.

 

Erano saliti come degli ossessi quel giorno. Un chilometro che sembrava non finire più irto com’era. Il Gran Premio della Montagna quella volta l’avevano posto vicino all’edicola con la Madonna poco prima che la collina si appiattisse e mostrasse cosa c’era al di là degli alberi. Non si erano mai spinti così lontano tanto che la consueta uscita si era trasformata in un intero pomeriggio. Ma era estate, la scuola lontana e le giornate lunghe, mamma e papà più calmi e meno ossessionati dai compiti da fare. Era arrivato secondo quella volta. Fabietto primo come sempre con la sua Colnago rossa che era bella come una di quelle che vedevi solo ai professionisti. Gli altri uno a uno staccati. Lui e Fabietto erano sul prato con la borraccia in bocca e la bocca aperta a cercare ossigeno quando il loro sguardo incrociò il tetto rossastro di una casa bianca giù quasi al termine della discesa. “A chi arriva primo?”. D’accordo, ma aspettiamo tutti. Una nuova corsa partì e quella volta vinse. Fu il primo a fermarsi davanti al cancello grande che sbrilluccicava al sole, il primo a vedere quella vite americana che avvolgeva un po’ tutto, anche le finestre del pianoterra. “Io il coraggio di entrare ce l’ho!”. Fabietto era convinto. Sarebbe entrato. Gli altri un po’ meno. Ma lo seguirono, mica potevano fare “la figura da femminucce”. Lui fu l’ultimo a scavalcare il cancello, l’ultimo a entrare per quella porta malmessa che cigolava che sembrava di stare in un film dell’orrore. Dentro era tutto come se ci vivessero ancora. Un camino alla parete, un tavolone di legno pesante, una cucina di pietra e qualche seggiola. Poi una grande stanza vuota. E le scale che scricchiolavano a ogni passo che facevano. In cima una stufa nera e gigante, alcuni letti coi materassi di fieno che nessuno di loro aveva mai visto. Qualche vestito logoro appeso a un gancio sul muro. Alcuni rettangoli di cartone con un’immagine di corridori con su nomi che avevano sentito solo dai vecchi seduti in osteria. Ne prese una. C’era raffigurato un uomo con il naso grosso e storto e una faccia simpatica da brontolone. Gino Bartali si chiamava. Ne scelsero una ciascuno e quando un rumore scosse il silenzio di quella casa, fuggirono giù per le scale di corsa, scavalcarono di nuovo il cancello e si misero a volare sulle loro biciclette rossi in viso e con il cuore che sembrava volesse uscire dalle loro casse toraciche.

 

Si avvicinò alla porticina e guardò dentro. Una stanza lunga e stretta con due luci a metà che illuminavano male tutto. Biciclette appese per la ruota davanti una a fianco all’altra sulla parete e altre messe sul cavalletto davanti. In fondo un bancone e un uomo di spalle che stava armeggiando su di un vecchio arnese con le ruote, di quelli che una volta ci si poteva portare cinquanta chili di pane per quanto era grande il cestino in acciaio davanti.

 

“Ti stavo aspettando”, disse il vecchio senza nemmeno girarsi. Un'ombra, scura, enorme. Che quasi si stupì del silenzio dell’uomo alla porta, immobile nell'incertezza di cosa dire.

 

Lo anticipò di nuovo. “Sì parlo proprio con te. Ti stavo aspettando”. 

  

Riuscì a balbettare solo un “perché” e nemmeno troppo convinto.

 

“E’ lì. La prima, quella appoggiata al muro affianco alla porta. Era pronta da un po’. Era da un po’ che ti stavo aspettando”.

 

Si girò piano, incerto. E la vide. Era lei, forse più grande di quello che si ricordava, grande che era perfetta per lui ora. Non poteva essere, ma era lei. Lo stesso colore blu, lo stesso graffio che divideva in due la O di Gios, la stessa sella in pelle marrone e gli stessi laccetti sui pedali, sfilacciati dal tempo alle estremità. Anche il nastro che avvolgeva il manubrio era quello lì. Rosso opaco per tutte le volte che ci aveva sudato sopra. Era lei, ma come poteva essere.

 

“Prendila. E’ tua. Anzi. E’ la tua. Ti aspettavo. Avevo perso le speranze, ma sei finalmente arrivato. Ti aspettavo”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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