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Luigi Zoja,
oltrepassare il padre (e l’analista)

A colloquio con il noto psicoanalista di formazione junghiana: “Ettore (al cui nome ho intitolato il mio studio sul padre) si augura precisamente di essere oltrepassato dal figlio, non ucciso: quindi il mito greco offre ben più del modello sofocleo. Se il rapporto padre – figlio dovesse essere sempre di rivalità inconciliabile non sarebbe esistita la società occidentale tutta, che è stata patriarcale. Oltrepassare, invece, è possibile e auspicabile, nelle relazioni famigliari come in quelle professionali”

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

12 Settembre 2019 alle 22:44

Luigi Zoja,oltrepassare il padre (e l’analista)

Luigi Zoja

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

Un dialogo tra un professionista e un paziente che cerca di capire meglio sé stesso.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Nel 1968 mi iscrissi alla formazione del C. G. Jung Institut di Zurigo. Dopo le interviste di selezione, fui accettato. Ho quindi iniziato direttamente con la cosiddetta “analisi didattica”, non con una analisi personale. In realtà il bisogno personale era molto forte: lo sapevo in modo semi-cosciente.

Come scelse i suoi analisti?

C’era un elenco ufficiale: presi tre nomi per un colloquio di prova. Poi scelsi un quarto, che teneva una serie di lezioni e mi era piaciuto.

Che cosa occorre per fare un ottimo analista?

A differenza di quasi tutte le professioni, ci vuole sia una formazione seria, sia un temperamento preesistente. Lo studio da solo non basterà mai. È necessaria una propensione all’ascolto, che difficilmente si impara. Ma ho qualche dubbio sulla possibilità di parlare di “ottimo analista”. Il fattore temperamentale e soggettivo dalle due parti, quindi il dialogo (a differenza per es del chirurgo, che è molto importante sia “ottimo”, ma ti opera mentre dormi) è così centrale che anche un analista molto esperto e stimato potrebbe non lavorare bene con un certo paziente. È ben difficile prevederlo a priori. Diciamo semplicemente che il buon analista è quello a cui capita di rado di “non combinare” con certi pazienti.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Difficile dirlo: ci vorrebbe un campione di controllo. Che ovviamente è impossibile. Uno dei problemi che circondano i dibattiti sulla psicoanalisi sta proprio nel fatto che appartiene alle scienze umane, non alle scienze esatte. Si può misurare se un preparato chimico è più efficace di un altro, non se una personalità (che in parte può essere frutto di un lavoro analitico) è migliore di un’altra. Così come non si può dire che una teoria antropologica, o anche una filosofia, sia migliore di altre. Ma la non quantificabilità non impedisce certo che antropologia e filosofia siano importanti. Così la psicoanalisi.

Perché ritiene Jung il più convincente dei maestri?

Non ho detto che Jung sia il più convincente dei maestri. Ho detto solo che mi sono formato allo Jung Institut: e ci sono arrivato quasi per caso, non conoscendolo. Poi mi sono trovato bene. Diciamo che anche i seguaci di altre scuole difficilmente negano che quello di Jung sia un modello molto aperto (magari diranno che è troppo aperto: e in certi casi avranno ragione).

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

Secondo me è una espressione un po’ troppo specifica. La parola viene dal latino, con un contesto che abbiamo dimenticato. Anche le parole Soul, che impiega Hillman, o Seele di Jung, hanno più di un significato e sono traducibili male in italiano. Comunque Hillman voleva dire che discutere di temi psichici in sé può essere meno astratto di quel che sembra; e il ricorso a culture passate e ad archetipi fruttuoso e concreto.

Chi o che cosa decide quando termina l’analisi?

Di regola il paziente. Deve tener conto che per il percorso junghiano è centrale l’idea di “processo di individuazione”, che sostituisce quella di guarigione, più presente in altre scuole e derivato dal modello medico. Quindi è difficile che l’analista sia prescrittivo o normativo.

Qual è la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti?

Da quanto detto sopra può immaginare che ho imparato a dialogare col paziente in modo aperto: iniziando un’analisi si cerca di capire una persona, non di diagnosticare un caso clinico. Le diagnosi tendono a pre-determinare il processo seguito, quindi potrebbero limitarlo. Una volta venne da me un paziente la cui vita si era incagliata: non capiva se era omo- o eterosessuale. Dopo un anno questo gli era già chiaro. Ma scelse di continuare le sedute per altri quindici anni circa, affrontando infiniti diversi interrogativi: soprattutto riguardanti la sua professione, che imboccò strade inaspettate e di grande soddisfazione. Un inquadramento diagnostico iniziale non sarebbe stato un aiuto a questa libertà di lavoro. Questo non significa che non possa essere utile una classificazione clinica successiva, per esempio quando si è terminata una analisi e si vuole scriverne. E comunque, nei quattro anni in cui ho lavorato in clinica – a Zurigo negli anni ’70 – la cartella clinica era fondamentale: naturalmente i ricoverati erano casi gravi. Nell’attività libero-professionale che conduco oggi, invece, direi che la diagnosi non solo è poco rilevante, ma in un certo senso impossibile: bisognerebbe definire quasi tutti i casi come sofferenti di “insoddisfazione esistenziale”.

Curano di più le parole o i silenzi?

Sono necessari tutti e due

Anche l’analista, come il padre, va ucciso o, se preferisce, oltrepassato?

Non posso seguire la domanda. Parte dal mito di Edipo di Sofocle, che tra l’altro uccide il padre perché non lo conosce, non perché abbia ostilità verso di lui. Il problema della conoscenza è eterno, archetipico: ben più del conflitto generazionale, che varia con gli individui e le epoche. Ho lavorato molto sul tema, i miti greci non si limitano a uno. Ettore (al cui nome ho intitolato il mio studio sul padre) si augura precisamente di essere oltrepassato dal figlio, non ucciso: quindi il mito greco offre ben più del modello sofocleo. Se il rapporto padre – figlio dovesse essere sempre di rivalità inconciliabile non sarebbe esistita la società occidentale tutta, che è stata patriarcale. Oltrepassare, invece, è possibile e auspicabile, nelle relazioni famigliari come in quelle professionali.

Come si lavora per far crollare le resistenze?

Se si lavora per farle crollare, per lo più si rinforzano: non sono “resistenze” per caso. Piuttosto si contornano. Persino i muri di Trump  prima o poi hanno dei buchi.

È più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?

Il controtransfert è detto “il transfert dell’analista”, quindi hanno struttura analoga, non è quello il punto. Il punto è che in qualunque analisi ci vuole sia una valutazione oggettiva, distaccata, sia empatia. In assenza di uno, il lavoro non avanza. Il problema è l’equilibrio dell’analista: che deve, contemporaneamente, sia esser coinvolto dal rapporto, sia esserne fuori.

Per Freud, il sogno è la via regia per accedere all’inconscio. Se viene ben interpretato, aggiungerei. È possibile avere conferma di una buona interpretazione?

Più che l’interpretazione di un sogno, che non può esser separata dal processo, esiste il rapporto complessivo con i fattori inconsci. L’avanzare dell’analisi conferma – o disconferma – insieme le interpretazioni e la dinamica del rapporto

Ha faticato di più a lavorare con il suo inconscio o con quello degli altri?

Ho faticato soprattutto con certi pazienti, che per educazione ricevuta tendevano a dare una lettura razionale sia ai sogni che agli eventi.

Il costo elevato di un lungo percorso analitico ha spinto molti a orientarsi verso le cosiddette analisi brevi, ma può esistere un’analisi breve?

Difficilmente. Comunque, facendo sempre analisi vere e proprie, quindi non a termine, non saprei dirlo con certezza. È raro, ma possibile.

L’analisi è un cammino di libertà. Le piace questa definizione o è incompleta?

Mi piace: nel senso che sarà incompleta, ma tocca l’aspetto centrale. Purtroppo, come lei ha appena notato, la libertà richiede molte condizioni, per esempio una indipendenza economica che solo pochi possiedono. Diciamo che trasmette un paradigma di libertà, che poi sta al paziente portare avanti nel tempo e negli altri spazi della vita.

Qual è il rischio che si cela dietro l’angolo dell’analista?

Sono i rischi di un essere umano, non ne vedo di così specifici. Forse lei si riferisce agli scivolamenti verso l’onnipotenza? A chi, oltre che terapeuta, comincia a sentirsi un guru? Ovviamente ci sono: ma non necessariamente maggiori che in altre professioni. Oggi si rischia di più una onnipotenza, che tra l’altro può rovinare molti altri, lavorando nella finanza.

Per Thomas Ogden ci vogliono due persone per pensare, ma sono davvero soltanto due le persone che si incontrano durante la seduta?

Siccome sa che Jung ha introdotto le idee di coscienza e inconscio collettivi, sa anche la mia risposta.

La sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?

In mezzo secolo di lavoro non ho mai incontrato una persona senza sessualità. Questo non significa che sia il centro, e nemmeno necessariamente al centro, dei problemi del paziente.

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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