cerca

François Noudelmann,
la verità della menzogna

L’autore francese mette sotto la lente Rousseau, Foucault, Sartre, Deleuze, Lévinas, De Beauvoir e Kierkegaard. Nel contesto di vita e scrittura, di enunciazioni o proclamazioni in pubblico e di concetti feticci, il libro si muove tra il predicare e il razzolare, tra l’analisi di testi famosi e il riscontro di uno scarto, tra ciò che sembra e ciò che è, tra ciò che si scrive e come si vive

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

6 Dicembre 2018 alle 09:08

François Noudelmann,la verità della menzogna

François Noudelmann

François Noudelmann insegna al Dipartimento di Letteratura francese e francofona dell’Università di Paris-VIII e alla New York University. Ha pubblicato numerosi testi di letteratura e filosofia tradotti in dodici lingue ed è produttore e conduttore di “Le Journal de la philosophie”, una trasmissione di France Culture. Così lo presenta l’Editore Raffaello Cortina, che pubblica Il genio della menzogna. I filosofi sono dei gran bugiardi?, tradotto da Alice Venditti. Libro che si muove tra verità e menzogna, tra il predicare e il razzolare, tra l’analisi di testi famosi e il riscontro di uno scarto, tra ciò che sembra e ciò che è, tra ciò che si scrive e come si vive.  Noudelmann premette: «La scelta degli autori selezionati per questa analisi della menzogna si basa su un criterio: la mia ammirazione attuale o passata per le loro opere, che ho a lungo frequentato. Quest’ammirazione dovrebbe limitare qualsiasi forma di risentimento e qualsiasi tentazione di denunciare dei bugiardi conclamati. Scrivere per calunniare gli autori mi è sempre parso un esercizio discutibile, proprio dell’odio delatore delle grandi autorità. Un minimo di generosità si rivela necessario per comprendere le opere, per rileggerle accreditando loro un significato irriducibile a una sola interpretazione, anche a costo di passarle al setaccio di una lettura infedele».

Ma chi sono gli autori selezionati? Rousseau, Foucault, Sartre, Deleuze, Lévinas, De Beauvoir e Kierkegaard vengono affrontati all’interno del contesto di vita e scrittura, di enunciazioni o proclamazioni in pubblico, di concetti feticci che richiamano misure altisonanti dietro le quali, spesso, si nascondono autentiche sorprese. Le due massime, poste a esergo, dicono più di tutto. Erasmo da Rotterdam: «L’animo umano, infine, è fatto in modo tale che la finzione lo domina molto più della verità». François de La Rochefoucauld: «Non bisogna offendersi se gli altri ci nascondono la verità quando siamo molto spesso noi i primi a nascondercela».

Annota Noudelmann: «Nel momento in cui scrive Il secondo sesso e pone le basi del femminismo, Simone de Beauvoir vive una passione divorante con uno scrittore americano. Da un lato, la filosofa ha teorizzato l’indipendenza delle donne, dall’altro, ha scritto centinaia di pagine sul suo godimento “servile”. Se è impossibile affermare dove si trovi la “vera” Beauvoir, l’analisi di questa doppia vita è di un’importanza estrema per comprendere l’investimento psichico di un pensiero e le svolte contraddittorie che gli permettono di affermare grandi tesi».

L’autore si serve, in appoggio alla sua disamina, anche di Freud, di Montaigne e Nietzsche per compiere quella introspezione psicologica in grado di far emergere i limiti della  maschera e l’umano, troppo umano che si cela dietro ogni essere…umano: «Insistere, ripetere, martellare sono atti linguistici sospetti che rivelano un’inquietudine, opposta alla sicurezza mostrata dall’enunciazione. Freud osservava che ripetiamo ciò che non riusciamo a dire una volta per tutte. Secondo lui, la ripetizione di un comportamento rimanda a un trauma passato che il soggetto non riesce a risolvere. Da un punto di vista linguistico, la ripetizione indica piuttosto una dissonanza vissuta al presente, o anche un conflitto in atto tra l’enunciato e il suo significato. Perché questo soggetto sente il bisogno ricorrente di dire che sta bene, che non ha paura o che riesce a fare tutto? Vederlo sbandierare continuamente la sua buona salute non ce ne fa dubitare?».

Amiamo la verità ma siamo fedeli alla menzogna, oppure «l’amore per la verità, così investito e sovraesposto, viene denunciato come una menzogna. Rousseau ha vissuto questo paradosso nella passione identificandosi con la virtù oltraggiata. Ha gradualmente costruito un’immagine di sé come martire della verità che subisce i soprusi dei “bugiardi”, gli altri, questi cattivi che celano le loro intenzioni. Alla fine della sua vita, vorrebbe essere detestato, non tanto per le sue possibili colpe, ma per ciò che è, l’uomo buono. Il delirio masochista che lo anima gli fa amare la calunnia generale che lo condanna, perché ciò lo trasforma nell’allegoria del martire buono: “Non trovo niente di così grande, niente di così bello, che soffrire per la verità. Invidio la gloria dei martiri”. Ciò che possiamo chiamare il pathos della verità assume forme psichiche diverse e a volte drammatiche. Con Rousseau la scena che organizza la menzogna affermativa rientra nel campo di una paranoia, che convoca tutti i bugiardi della terra attorno a un unico individuo, accusato ingiustamente». Chiarisce  Montaigne: «Se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in condizioni migliori. Di fatto prenderemmo per certo il contrario di quello che dicesse il mentitore. Ma il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito».

Aggiunge Noudelmann: «La menzogna prende la forma dell’arringa morale, quando un pensatore è minato da una colpa che non riesce a espiare. I deliri paranoici di Rousseau, persuaso che il mondo intero gli rimproverasse l’abbandono dei suoi figli, hanno portato all’edificazione di un trattato sull’educazione, in cui si presentava come un pedagogo premuroso. Sartre, dopo aver superato la guerra senza alcun eroismo, è diventato il modello esemplare dell’impegno denunciando la complicità degli intellettuali che restano in silenzio di fronte alle ingiustizie e ai crimini».

Oltre a Sartre, l’autore concentra l’attenzione su Deleuze, che fugge nel proprio concetto, una sorta di nomade in pantofole, poiché aveva una nota avversione per i viaggi: «La focalizzazione di Deleuze sul termine nomade e la sua applicazione al nomadismo sotto forma di tesi mostrano come un filosofo investa una parte di sé in un concetto, in una nozione, in una figura e in una metafora. Questo termine può diventare l’asse di ogni suo ragionamento, una sorta di schema motore che permette di articolare diverse tematiche che non hanno necessariamente punti in comune. Deleuze configura un’attitudine filosofica, psichica e politica: “Fare del pensiero una potenza nomade non significa necessariamente muoversi, ma scuotere il modello dell’apparato statale, l’idolo o l’immagine che pesa sul pensiero, mostro appollaiato su di esso”, scrive nelle sue Conversazioni con Claire Parnet. Per lui la figura della lotta contro l’apparato statale diventa il “carro nomade” e la sua speranza politica viene costruita su delle “unità nomadi immaginarie”».

Alcuni pensatori «nascondono una verità personale mentre fanno l’elogio della verità. Nel suo ultimo seminario, pronunciato nel momento in cui credeva di essere condannato, Foucault ha presentato un teatro filosofico in cui ha interpretato il suo ruolo per procura. Mentre esaltava il coraggio della verità, organizzava il segreto della sua Aids. Questo diniego ha prodotto un’ammissione paradossale, una confessione mascherata sotto i tratti solenni dei filosofi antichi».

Kierkegaard, invece, per Noudelmann «diventa ognuno dei suoi autori inventati, adottando le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi comportamenti nei confronti degli altri e del mondo. Le contraddizioni vengono annullate a favore delle alternative. Eppure, questa molteplicità non porta a rinunciare alla verità, suggerisce piuttosto che la sua ricerca attraversa diverse posizioni di esistenza. Così, un pensatore si compone di personalità multiple, senza possedere la chiave di tutte le sue invenzioni. Vive il suo pensiero secondo temporalità e ritmi diversi. Si proietta nelle sue vite potenziali, che costituiscono una parte di sé, tanti avatar che gli permettono di sostenere tesi diverse, e a volte contraddittorie. Anche per il filosofo, che lo voglia o no, “l’Io è un altro”».

L’altro avvolge e compie il pensiero di Lévinas. Finisce per essere la parolina magica, la nozione astratta, sostiene Noudelmann, dall’utilizzo multifunzionale: «L’altro è la nozione che riapre tutte le questioni filosofiche: l’etica, sicuramente, ma anche il tempo, Dio, l’Essere, l’infinito, la verità, la religione, il linguaggio, la comunicazione, la società, la pace e la violenza, la differenza sessuale».

Chiude Noudelmann: «Possiamo sentire la menzogna, anche nello scritto, se abbiamo orecchie per ascoltare. Un’affermazione tonante, un balbettio, un’espressione che torna di continuo e un tono contraffatto sono gli indizi di una crepa, o anche di un’impostura». Ai grandi, a chi ha lasciato un segno, di solito si è disposti a perdonare più che a un povero derelitto, ma il libro dello scrittore francese ci aiuta a non dare alcunché per scontato, a mettere in discussione, a cogliere dissonanze e contraddizioni, a saper distinguere tra menzogna e verità, tra una mezza verità e la verità, certi che la prima non sia in grado di cancellare la seconda e la seconda si porti dietro la prima, talvolta in maniera evidente, talvolta velata.

I filosofi, per Nietzsche «fanno tutti le viste di aver scoperto e raggiunto le loro proprie opinioni attraverso lo svolgimento autonomo di una dialettica fredda, pura, divinamente imperturbabile […], mentre in fondo una tesi pregiudizialmente adottata, un’idea improvvisa, un’ “illuminazione”, per lo più intima bramosia resa astratta e passata al setaccio, vengono da loro difese, con ragioni cercate in seguito – sono tutti quanti avvocati che non vogliono farsi chiamare tali, e anzi sono per lo più scaltriti patrocinatori dei loro pregiudizi, che battezzano come “verità” – e molto lontani da questo eroismo di coscienza che confessa a sé stessa la propria menzogna». Su Nietzsche e con Nietzsche non si scherza. Né in Al di là del bene e del male, né in Verità e menzogna in senso extramorale. Né con le sue opere, né con la sua vita. Un genio senza menzogna.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi