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Sempre caro mi fu Leopardi

Anche la nuova collana del "Corriere" inizia con il Poeta di Recanati. Giusta occasione per rileggere la monografia di Pietro Citati del 2010, che fu un evento perché evento è la sua scrittura

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

22 Novembre 2017 alle 10:33

Sempre caro mi fu Leopardi

Si comincia con Leopardi. Si comincia sempre con Leopardi. Anche il Corriere, per lanciare la lunga serie di Grandangolo dedicata alla Letteratura, comincia con il giovane favoloso. Ci sarà anche Machiavelli, tra qualche uscita, e non comprendo perché entrambi non abbiano fatto parte del precedente Grandangolo dedicato ai filosofi. Quali sono i filosofi se non Machiavelli e Leopardi? Che cosa avrebbero dovuto pensare e scrivere, più di ciò che hanno pensato e scritto, per essere annoverati tra i filosofi? Sto sfogliando il volumetto dedicato al Poeta, ma sento il bisogno di tornare al Leopardi di Pietro Citati. Se per il Leopardi filosofo m'inginocchio davanti alle pagine sublimi di Emanuele Severino, per il Leopardi letterato mi rivolgo a Citati. Anche il grande critico ha letto Leopardi, non ne ha affatto trascurato l'acutezza filosofica, e il suo libro del 2010 fu e resta un evento, perché evento è la sua scrittura, chiara, elegante, raffinata, intensa, capace di emozionare, di entrare nelle vite e nelle opere dei grandi, per restituircele ancora più grandi. Da Goethe ad Alessandro Magno, da Mansfield a Tolstoj, da Kafka a Proust, fino al nostro amato Leopardi, che da un piccolo borgo dell’anima continua a vivere in noi, con la sua poesia, il suo dolore, il suo genio.

La ricostruzione di Citati, di una casa che è ventre caldo con i tanti libri di cui si nutre (la Biblioteca era il suo regno) e ventre freddo, con le tante distanze che preparano le malattie, è minuziosa, attenta, nessun particolare è rimosso. Del resto, come afferrare Giacomo, la sua natura, la sua grandezza e la sua debolezza, se non passando per Monaldo, il padre-Dio, e per Adelaide, la madre? Se non passando per un luogo, che segna il vicino e l’infinito, lo sguardo oltre la siepe, la mente in grado di segnare per sempre la sua e quella degli altri, di lasciare un marchio indelebile sulla letteratura e la filosofia, sul pensiero, cosa arcana e stupenda?

Anche se dal luogo si allontana, alla ricerca di una felicità che mai verrà, attraversando le città (Bologna, Pisa, Firenze, Napoli) che ne accolsero i drammi, i versi, i canti che mai dimenticheremo. Scrive Citati: «Nella mente di Leopardi s’intrecciano le sensazioni più diverse: l’infinito e il reale, il silenzio e la voce del vento, l’eterno e il tempo, il passato e il presente. Mentre sta rannicchiato presso la siepe, l’eterno evoca la sua presenza infinita, il passato s’identifica con la morte che porta con sé, il presente offre lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continua a paragonare silenzio e voce, ecco che l’eterno ondeggia e scivola sul tempo, il passato sul presente, il presente sul passato, finché tutte le dimensioni della rêverie confluiscono in una dimensione unica: l’immensità-mare. A questo punto, almeno in apparenza, ogni controllo della mente è perduto: il flusso delle sensazioni l’ha invasa e posseduta senza incontrare ostacoli».

Una mente che intuì come nessuno il suo e il nostro tempo, l’Ottocento e il Novecento, trafiggendo la disperazione che lo trafisse, cogliendo le trame segrete, i sospiri dell’uomo, viandante in pena, misto di potenza e incompiutezza. Non c’è volta, per me che spesso mi reco a Urbino, che non lanci un pensiero a Leopardi, mentre l’auto sfiora la sua terra. Se ho tempo, esco al casello di Porto Recanati e lo raggiungo o, meglio, credo di raggiungerlo. Perché Leopardi è irraggiungibile, come Silvia, come il passero solitario, come la ginestra, come la nostra Italia che non sa, che non vede, che non ricorda, che ha smarrito persino il ricordo. Da Dante: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!» a Leopardi: «O patria mia, vedo le mura e gli archi, E le colonne e i simulacri e l’erme Torri degli avi nostri, Ma la gloria non vedo, Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi I nostri padri antichi» siamo ancora qui a cercare l’ispirazione giusta, senza riferimenti certi, senza luce. Citati, con un grande libro, ha penetrato l’impenetrabile, ha (quasi) raggiunto l’irraggiungibile, ci ha riavvicinati ai grandi, li ha tenuti con noi. Senza, saremmo tutti più poveri. Davvero poca cosa.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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