cerca

La bacchetta di Dio

Il direttore d’orchestra ha potere di vita e di morte sui suoni e sulle voci. Chi l’ha issato sul quel podio, come bandiera, come mito intoccabile, davanti a folle acclamanti?

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

29 Ottobre 2017 alle 12:15

La bacchetta di Dio

Foto tratta da kotaku.com

“Non c’è alcuna espressione del potere più evidente dell’attività del direttore d’orchestra”. Così Elias Canetti, ossessionato dal potere, delinea la figura di un uomo che, attraverso il suo ruolo, assolutizza il comando. Ma chi è quest’uomo che, indossato l’elegante abito ottocentesco (simbolo di una fuoriuscita dalla quotidianità, dallo spazio e dal tempo profani), le spalle volte al pubblico, spesso con l’aiuto di una bacchetta tenuta tra pollice e indice, guida, intìma, sferza, atterrisce decine di uomini? Chi è quest’uomo che con un gesto, uno sguardo, un movimento, indica la strada da seguire, che è sempre l’unica possibile? Chi è quest’uomo che ha potere di vita e di morte sui suoni e sulle voci? Insomma, chi è quest’uomo che suscita timore, ammirazione, fascino e invidia? Si sente forse Dio? Che cosa lo anima, che cosa lo turba, che cosa lo esalta, che cosa vuole dimostrare?

Per Canetti, “il direttore d’orchestra si considera il primo servitore della musica. Ne è tanto compreso da non poter neppure concepire il pensiero di un secondo significato, extramusicale, della sua attività”. Dunque, parrebbe inconsapevole di sentirsi Dio. Eppure, verrebbe da scrivere: guardatelo, come s’atteggia, come s’impone, come domina! È venuto a tradurre, a mediare, a risvegliare il nostro ascolto, la nostra addormentata sensibilità, porgendo le musiche dei più grandi compositori della storia, o è venuto a celebrare la sua, di grandezza? Quante volte, osservando quel gesto imperioso, teatrale, abbiamo pensato che Mozart fosse Lui, che Beethoven fosse di nuovo tra noi? Quante volte abbiamo pensato che il mediatore, il sacerdote, il dispensatore della Parola di Dio, fosse Lui stesso Dio?

Ma chi l’ha messo lì? Chi l’ha issato su quel podio, come bandiera, come mito intoccabile, davanti a folle acclamanti? Quale Chiesa, quale potere ha deciso di rendere sovrano colui che pare chiamato a esser servo? Molti sostengono che all’inizio fu Wagner. Unico in tutto, di un’unicità diabolica. Da lui in poi si cominciò a pensare che l’arte, come strumento di dominio, come occasione per camminare sugli altri, potesse riguardare non più il solo committente, ma lo stesso artista. Il servo diviene padrone. Da quest’arte, lo stesso Nietzsche, prima fervido ammiratore del compositore, prenderà le distanze, poiché nel passaggio da Tribschen a Bayreuth i colori dell’arte mutano. Non sono più solari. Diventano cupi. E la purezza dei suoi messaggi si trasforma in propaganda.

Quante tirannie vengono perpetrate in nome dell’arte! E dell’Assoluto, di cui molti direttori d’orchestra ritengono di essere la manifestazione. Ma che cos’è questo Assoluto? È il tendere verso Dio? È il riportare la legge di Dio in terra? O è l’affermazione di una volontà di potenza (o di potere) mascherata da una tensione verso l’infinito? Per tentare di svelare l’arcano, di avvicinarsi alle tante, difficili risposte, imprescindibile è ancora Massa e potere, il capolavoro di Canetti. Vi sono tre pagine, soltanto tre pagine, dedicate al direttore d’orchestra ma nessuno, meglio di Canetti, ha saputo centrarne l’essenza, il nucleo di vita, il nucleo di morte.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    10 Novembre 2017 - 14:02

    Io so poco di musica. Anzitutto, la esecuzione è la parte terminale di un lavoro abnorme del direttore con gli orchestrali. Secondo: i più grandi direttori minimizzano i gesti eclatanti. Certo; il direttore pare messo lì..ma quando li vedi, in serate di sciopero, eseguire tutta , ad esempio , l'opera lirica al pianoforte; ciò ha un significato: il direttore deve avere tutto in testa e saperlo trasmettere. Ecco perché, forse. Ma è il risultato che conta. Chiedo scusa per l'inadeguatezza.

    Report

    Rispondi

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    30 Ottobre 2017 - 19:07

    Chi li issa lassù? L'insopprimibile bisogno del "mito", senza distinzioni, che l'uomo si porta dentro.

    Report

    Rispondi

  • perturbabile

    30 Ottobre 2017 - 14:02

    Leggerò Massa e Potere, o almeno le tre pagine in questione. L'Assoluto non dovrebbe essere la resa sublime di una partitura? Ma, - assolutamente ovvio - è merito del direttore 'e' dell' orchestra. O, per parafrasare Besa, è il leopardiano 'infinito silenzio'? :). Vedremo le tre pagine. Quanto ai gesti del Direttore, ricordo le parole del grande Carlo Maria Giulini che, richiesto di esprimersi sul 'bel gesto', in quanto tale, lui, che era molto essenziale e pertanto umile (l'antitesi di qualsivoglia ambizione di potere), e che sul podio stava quasi fermo, rispose che andare a un concerto significava entrare in teatro, sedersi e a quel punto chiudere gli occhi, per 'vedere' solo la musica, tutta lì essendo la cosa,, e non nel saettare della bacchetta.,

    Report

    Rispondi

    • Davide D'Alessandro

      02 Novembre 2017 - 00:12

      In un libretto che scrissi sulla musica e il potere intervistai anche il Maestro Giulini. Disse le parole da lei riportate. Lui era davvero un servitore della musica. Uno dei pochissimi...

      Report

      Rispondi

  • luigi.desa

    30 Ottobre 2017 - 11:11

    Forse l'articolo non volendo si riferiva a quella composizione musicale di un grande direttore che diresse in un concerto 15 minuti forse 30 ( mi pare) di silenzio.lds

    Report

    Rispondi

Servizi