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Italia-Spagna: a la muerte

Non poteva capitarci migliore avversario per gli ottavi. Non qualcuno amorevolmente ripescato come tappabuchi di un tabellone obeso. Non uno di quei secondi senza quarti di nobiltà che superano la blanda selezione a forza esclusiva di garretti. No. Questa è una signora seconda.

23 Giugno 2016 alle 10:53

Italia-Spagna: a la muerte

Eder festeggia il gol della vittoria contro la Svezia (foto LaPresse)

Non poteva capitarci migliore avversario per gli ottavi. Non qualcuno amorevolmente ripescato come tappabuchi di un tabellone obeso. Non uno di quei secondi senza quarti di nobiltà che superano la blanda selezione a forza esclusiva di garretti. No. Questa è una signora seconda, non ha vinto il suo gruppo solo perché a dieci minuti dalla fine ha sbagliato un calcio di rigore e si è fatta distrattamente infilzare dal fulmineo contropiede di un croato ipertiroideo e lunatico: quella che affronteremo lunedì è una squadra abituata a dominare il gioco per due terzi del tempo, molta palla a terra, tanto talento: è la nobile Spagna di Vicente del Bosque, uno che con il club, il Real Madrid, e con la Nazionale ha vinto tutto quello che c’era da vincere e filosofeggiava quando ancora Mourinho portava i calzoni corti. Giocheremo dunque a dentro o fuori contro il campione in carica del continente e, fino a Brasile 2014, campione di tutti i continenti. L’imperativo è uno solo: V come vendetta. Tremenda vendetta. Quattro anni fa l’Europeo si tenne fra Polonia e Ucraina, arrivammo alla finale, la sera del 1° luglio. Allo stadio Olimpico di Kiev i malnati marrani con i loro capelli all’olio di oliva ci inflissero la peggiore lezione della nostra storia, 4 a 0, un punteggio da Coppa America del centenario. Mai una grande fu strapazzata così in una finale. Ne prendemmo quattro anche dal Brasile a Messico ’70 ma almeno lottammo per un tempo ad armi pari, Roberto Boninsegna pareggiò lo stacco in cielo di Pelé, crollammo solo nel secondo tempo, le gambe piegate dall’acido lattico delle due ore di battaglia in semifinale contro la Germania, la partita del mitico 4 a 3. Lì non ci fu mai partita.

 

Dobbiamo cancellare la sera di Kiev. E la cantonata di chi volle vedere nell’autore dei due gol che sconfissero la Germania e ci portarono in finale, l’eroe eponimo, l’inizio di una nuova etnia, dal torace possente tutto talento e vitamine. Volemmo vedere in Mario Balotelli un Jocinero, il Miura che sventrò cavalli, picador e toreri e fu messo a morte solo dopo diciotto picche e quattro tentativi di spada. Non era vero, sarebbe stato uno sciupio, un immenso spreco, sul corpo c’era una testa da tronista. Toccherà agli umili e tosti, ai Giaccherini che sono la sua metà ma corrono per due e si battono per tre, mondarci da tanta dabbenaggine. La Spagna sarà la stessa, sette o otto di loro erano già quella sera a Kiev. Avranno dunque quattro anni di più, giocatori e allenatore: Xavi è andato in pensione, c’è Iniesta che comincia ad avere i capelli bianchi ma non per questo è meno pericoloso e c’è Cesc Fabregas che dà sempre l’idea di dover ancora terminare l’università. La loro sarà l’ennesima variante del tiki taka, mantenere il possesso della palla con un reticolo di passaggi orizzontali e avanti e indietro fino a trovare il pertugio utile, che fece grande il Barcellona di Guardiola, demoralizzò i suoi avversari ma annoiò il resto del mondo. Contro questo modo di giocare abbiamo buone qualità per sfangarla, siamo squadra femmina con vestito corto ma anche stretto e non sarà così facile infilarci le mani sotto. Ogni palla che rubiamo potremo fare loro del male e loro tre o quattro se le faranno rubare, è fisiologico. La Croazia l’ha battuta così: calma, gesso e un paio di guizzi. Anziché trascinare i piedi e nutrirci di illusioni per poi essere sconfitti a un passo, due dalla fine, meglio misurarsi ora. A la muerte. E’ bene sapere subito quanto vale la nostra splendida plebaglia e il primo console che la schiera a coorte. In altre epoche gente così conquistò il mondo conosciuto. Oggi gli si chiede, più modestamente, un Europeo.

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