La giornata di uno scrutatore a Budapest, tra Orbán e le spinte anti Ue

Le elezioni di domenica sono un vero e proprio referendum sul primo ministro ungherese. Ma qui il risultato travalica il destino nazional: c’è chi guarda al futuro europeo sospeso tra nazionalismo e integrazione, chi vuole dare un colpo alle interferenze straniere o agli appetiti politici. Da Mosca al mondo Maga 

10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 20:14
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Foto LaPresse

Budapest. Occhi puntati su Budapest. Da Washington, Mosca, Pechino e Bruxelles tutti col fiato sospeso per il risultato elettorale di domenica. Un vero e proprio referendum su Viktor Orbán al potere da cinque mandati e con nessuna voglia di cedere il passo al suo ex discepolo di Fidesz Peter Magyar, leader del partito Tisza in testa in tutti i sondaggi. Tutti si aspettano un record di partecipazione grazie a una corrida che non ha confini ideologici o di culture politiche ma piuttosto fronti contrapposti dove chi vince prende tutto. Una nazione europea che rappresenta il 2 per cento della popolazione e l’1 per cento del Pil europeo è il terreno di una sfida senza esclusione di colpi tra accuse di brogli, interferenze dei servizi segreti stranieri e di attentati alle linee di approvvigionamento di gas. Certo, basterebbe riannodare i fili delle ultime intemperanze del primo ministro ungherese per comprendere l’interesse geopolitico: blocco di tutti gli aiuti europei all’Ucraina, fitte interlocuzioni con il Cremlino , firma di ogni tipo d’accordo con la Cina e brindisi elettorale con il vice presidente americano Vance, accorso a Budapest per spingere l’alleato nazionalista, alla faccia dei “burocrati cattivoni” di Bruxelles.
E allora poveri noi, e povero me, osservatori elettorali dell’Osce/Odihr dispiegati nei vari seggi elettorali del paese. Dobbiamo sorvegliare le procedure elettorali in una campagna senza esclusioni di colpi, in cui i 199 seggi in palio del parlamento magiaro si giocano in 106 collegi maggioritari e 93 da assegnare dalle 5 liste dei partiti nazionali in competizione. La fibrillazione cresce perché i due maggiori competitor, Orbán e Magyar, non vogliono arrivare primi ma conquistare, per un sistema elettorale che in Italia farebbe arrossire gli eredi della legge Acerbo, i due terzi dei seggi. Otto milioni di elettori non verranno risparmiati fino alle 19 di domenica, silenzio elettorale questo sconosciuto, tirati in ballo con qualsiasi mezzo, lecito o illecito come si sospetta da alcune fonti, per decidere il futuro della “democrazia illiberale” di marca Orbán. Attenzione, voteranno anche elettori sedicenni ma , oibò, solo se già regolarmente sposati. Magyar corre su e giù per il Paese con comizi in ogni piccola e media città lontana da Budapest poiché sa bene che la cassaforte di voti di Fidesz è nelle aree interne dipendenti dalla mano pubblica ben costruita e finanziata dall’entourage di Orbán. Il governo punta tutta la sua macchina di propaganda sulla paura della guerra in Ucraina, sulla distruzione economica dovuta al conflitto nel paese confinante a cui gli ungheresi devono far fronte rinunciando al gas e petrolio russo. Più che sull’amore per Mosca Fidesz punta sul rischio di una Europa cieca che vuole portare giovani ungheresi sul campo di battaglia. Un video della campagna elettorale orbaniana mostra una bambina e sua mamma che piangono pensando al papà al fronte ucciso da un soldato, non identificato, nel fango del fronte ucraino.
“Solo Fidesz può mettervi al sicuro da guerra e carestia energetica” recita la narrativa del governo. E in giro per Budapest più che il faccione di Orbán si vedono i poster di Magyar accostato a Zelensky o Ursula von der Leyen accusati di voler piegare il nazionalismo ungherese ai guerrafondai senza cuore di oltre confine. Magyar dal canto suo , senza macerarsi troppo sul tema del conflitto ucraino, nelle duecento pagine di programma promette un “paese normale” libero da corruzione, con servizi pubblici come educazione e sanità funzionanti, e magari ricucendo i rapporti con Bruxelles al fine di riportare a casa i quasi venti miliardi di euro bloccati dalle tante procedure d’infrazione. I sondaggi sfornati a più non posso danno per spacciato Orbán ma tutti sanno che fino all’ultima campanella di domenica niente è scontato. Alle scorse politiche quattro anni fa i sondaggi disegnavano un pareggio ma finì con un distacco potente del leader della destra ungherese. Gli altri competitor, un partito di estrema destra e uno di sinistra, tentano di superare lo sbarramento del 5 per cento insieme alla lista satirica del “cane a due code” che promette birra gratis e lunga vita a tutti. In questo clima apocalittico almeno scappa un sorriso. Noi poveri osservatori veniamo redarguiti e informati in varie sessioni sui rischi del clima elettorale perché da più voci viene sottolineata la pervasività del sistema di potere di Orbán, dai media alla giustizia, dalla sicurezza fino alle commissioni elettorali di controllo. Mettetevi nei nostri panni se poi si scopre che fino a 500 metri dal seggio si può fare campagna elettorale anche domenica e che portare i telefonini nel seggio non è proibito… Non a caso gli osservatori elettorali, parlamentari nazionali ed europei in carica, sono quasi 150, numero delle grandi occasioni, che incroceranno nei seggi una marea di rappresentanti di lista e anche, ci avvisano, gruppi di controllo sui possibili brogli che di solito si sviluppano a ridosso dei seggi. Esperienze simili se ne fanno spesso ma qui il referendum travalica il destino nazionale, c’è chi guarda al futuro europeo sospeso tra nazionalismo e integrazione, altri vogliono dare un colpo alle interferenze straniere o agli appetiti politici da Mosca al mondo Maga targato Stati Uniti.
Certo, camminando per una assolata Budapest tutto si pensa tranne ai sospiri interessati di mezzo mondo. Per una nazione che nel suo recente passato ha vissuto il giogo di Vienna e poi di Mosca per una storia antica e dolorosa, fa quasi sorridere pensare che il tema del referendum di domenica è liberarsi dal cappio brussellese ma tant’è. Questa, per alcuni, è la vera sfida. Spiace che molti temi legati alla condizione economica e sociale dei tanti giovani in questa campagna rimanga sotto traccia. Il voto di domenica darà l’ultima parola a tutti augurandoci un risultato chiaro, prima speranza almeno di ogni osservatore elettorale che si rispetti.
Enzo Amendola, deputato del Pd, scrutatore a Budapest