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Magyar mette in crisi l’asse del pensiero Maga tra Ungheria e America
La sconfitta di Orbán potrebbe portare allo smembramento della rete di think tank finanziata dall'ex premier, cuore dell’asse tra destra nazionalista ungherese e mondo trumpiano, mettendo a rischio l’influenza ideologica sull’America di Donald Trump e dei suoi alleati come J. D. Vance
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16 APR 26

Peter Magyar (foto di Denes Erdos per AP Photo, via LaPresse)
Tempi duri per l’internazionale della New Right. Quell’architettura transatlantica fatta di think tank e università della destra nazionalista che negli ultimi dieci anni ha visto consolidarsi un asse del pensiero conservatore che ha fatto dell’Ungheria il serbatoio di idee a cui attinge il mondo Maga trumpiano. L’ascesa di Péter Magyar a Budapest farà sentire presto i propri effetti non solo a Bruxelles, ma anche e soprattutto a Washington. Il premier eletto ungherese ha già promesso di voler esaminare a fondo e smantellare la realtà dei centri studi messi in piedi e finanziati dal governo di Viktor Orbán. Quella che probabilmente verrà presto alla luce è una rete di accordi, scambi e tanti soldi che lega a doppio filo istituzioni ungheresi – con le loro filiali in molti paesi europei – e l’ambiente “post liberale” della nuova destra americana, che fa capo soprattutto al vicepresidente J. D. Vance.
A rischiare di restare senza fondi e senza padrini politici è il laboratorio di idee ungherese che ha sostanzialmente fornito la materia prima intellettuale per elaborare i programmi che sono alla base della seconda Amministrazione Trump. Il famigerato “Project 2025” dell’Heritage Foundation, per esempio, dal quale il presidente ha preso le distanze dopo la rielezione, ma i cui contenuti sono filtrati direttamente nelle scelte politiche della Casa Bianca, ha le sue radici nel lavoro dei think tank ungheresi e nell’esperienza pratica dei successivi governi Orbán. Fu Kevin Roberts, appena eletto nel 2021 alla presidenza della Heritage, a dichiarare apertamente che l’Ungheria era “il modello di riferimento” e a firmare un anno dopo un trattato formale di cooperazione con il Danube Institute di Budapest, una delle roccaforti del pensiero della destra nazionalista.
Adesso il Danube è una delle istituzioni che finiscono sotto i riflettori di Magyar e che rischiano lo smantellamento, assieme alle altre stelle del firmamento conservatore finora finanziate da Orbán: il Mathias Corvinus Collegium (Mcc), la Batthyány Lajos Foundation (Bla), lo Hungarian Institute of International Affairs e il Center for Fundamental Rights. Quest’ultima è l’organizzazione che ha fatto da ponte per permettere l’apertura del Cpac Hungary, cioè del braccio ungherese della Conservative Political Action Conference americana, la realtà che tiene insieme a livello politico e culturale il mondo Maga vero e proprio e tutta la galassia di podcaster, opinionisti e attivisti della destra trumpiana (e anche molti tra i dissidenti che cominciano a ribellarsi alle scelte della Casa Bianca).
La costruzione di questo ecosistema transatlantico ha richiesto un decennio e molti investimenti. Dall’America sono arrivati finanziamenti importanti, che hanno permesso al governo ungherese di fare enormi iniezioni di capitale a sostegno di una rete del pensiero che ha visto il Mathias Corvinus Collegium, per esempio, trasformarsi da un piccolo progetto filantropico nato alla fine degli anni Novanta a una realtà che oggi conta su un endowment di un miliardo e mezzo di dollari (che supera le disponibilità finanziarie di tutte e 27 le istituzioni pubbliche di alta istruzione ungheresi messe insieme). A cosa sono serviti tutti questi fondi? A dare tra l’altro una parvenza di legittimità accademica alle teorie contro l’Unione europea e contro l’Ucraina che da Budapest, passando per Bruxelles (dove Mcc ha una attivissima sede satellite), si sono diffuse per tutta l’Europa e hanno attraversato l’Atlantico. Teorie che poi riemergono spesso nei discorsi che Vance dedica alla “decadenza” dell’Europa e che trovano infine un punto di atterraggio – rielaborate secondo lo stile del personaggio – nei post antieuropei di Trump su Truth.
Grazie ai finanziamenti del governo ungherese sono stati lanciati, soprattutto dal Danube Institute, programmi di fellowship che hanno attratto a Budapest una serie di personaggi americani che hanno un legame forte con l’amministrazione Trump. Se Kevin Roberts visita spesso l’Ungheria, altri l’hanno scelta addirittura come seconda casa, come lo scrittore Rod Dreher, l’autore del celebre “L’opzione Benedetto”, che è amico personale di Vance e lo ha accompagnato al battesimo dopo la conversione al cattolicesimo. Dreher è un fellow del Danube Institute, così come lo è Christopher Rufo, uno degli strateghi dell’offensiva culturale dell’Amministrazione Trump contro le grandi università americane. Rufo è molto ascoltato alla Casa Bianca da Stephen Miller, l’architetto delle politiche sull’immigrazione e sulle università, ed è anche il punto di contatto tra il Danube e alcuni importanti think tank conservatori come Manhattan Institute, Claremont Institute, Discovery Institute e la Heritage. A presiedere il Danube Institute è poi un inglese con un’enorme rete di contatti in America, John O’Sullivan, che dopo essere stato uno stretto consigliere di Margaret Thatcher ha lavorato per anni negli Stati Uniti alla National Review.
Un’altra istituzione che si potrebbe definire ungherese-americana è lo Hungarian Institute of International Affairs. A presiederlo è Gladden Pappin, un accademico statunitense che si è trasferito a Budapest ed è diventato uno stretto consigliere di Orbán. Pappin è uno scienziato politico divenuto un punto di riferimento, assieme a Patrick Deneen e altri, della corrente di pensiero del postliberalismo che si colloca, ancora una volta, nella galassia della New Right vicina a Vance e i cui esponenti il vicepresidente potrebbe portare con sé alla Casa Bianca, se nel 2028 riuscisse a coronare il sogno di diventare il successore di Trump. Non sorprende, alla luce di questi legami, la scelta di Vance di correre nei giorni scorsi a Budapest in soccorso – inutilmente – all’amico Orbán ormai avviato verso la sconfitta.
La vittoria di Magyar rappresenta ora una sfida esistenziale per questo network costruito nel corso di un decennio. Se il nuovo primo ministro decidesse, come è probabile, di tagliare i fondi pubblici e smantellare tutto, è possibile che si vada verso una migrazione al contrario: un “ritorno di cervelli” americani negli Stati Uniti, accompagnati magari da un gruppo di esuli ungheresi in cerca di asilo nel mondo Maga.