La guerra al regime finisce in mare
Per impoverire il regime si passa per Hormuz. L'opzione marines
Trump vuole la fine del conflitto contro Teheran e senza un accordo, prepara il “colpo finale”. Hormuz è centrale e non soltanto per i ricatti iraniani. I piani per lo Stretto dopo l'eliminazione di Alireza Tangsiri, comandante della Marina dei pasdaran
Uno dei vecchi motti dell'intelligence israeliana, usato per far capire che in medio oriente la strategia è soggetta ai dadi, quindi ai colpi di fortuna, e la pianificazione a lungo a termine è una virtù soppiantata dalla capacità veloce di adattamento al rischio, è: in Israele non si gioca a scacchi, si gioca a backgammon. Anche in Iran si gioca a backgammon, è una delle tante somiglianze fra i due paesi, e quando ieri il genero di Donald Trump, Jared Kushner, ha paragonato i piani di guerra della Repubblica islamica a quelli di un giocatore di backgammon alle ultime mosse prima della sconfitta, lo ha fatto perché spesso, prima di riconoscere la vittoria dell'avversario, nel backgammon si tenta il caos. La Repubblica islamica, ora che sa che Trump vuole negoziare, probabilmente non sente la sconfitta sul collo, vede l'apertura diplomatica come una delle vie di fuga non tanto per conquistare una vittoria vera – impossibile con la leadership decapitata, il programma nucleare neutralizzato se non fosse per le riserve di uranio arricchito al sessanta per cento, e l'arsenale missilistico ridotto pesantemente – ma per dichiararla e decretare che il regime è sopravvissuto. Anche il presidente americano vuole dichiarare “vittoria”, sa che la parola è pesante e che non basterà dire di aver ottenuto dagli iraniani un dono, come le “dieci grandi petroliere” in dimostrazione della serietà dei negoziati, né di aver ottenuto rassicurazioni sullo Stretto di Hormuz. Servirà qualcosa di definitivo, come a giugno dello scorso anno fu il bombardamento dell'impianto nucleare di Fordo per mettere fine alla Guerra dei dodici giorni. Trump vuole mettere fine alla guerra, ma non negoziando frettolosamente: come scrive Axios, al Pentagono si fanno piani per un “final colpo”, il colpo finale . Ieri il capo della Casa Bianca ha rilasciato molte dichiarazioni, la maggior parte confusa, messaggi confezionati per prendere tempo ora che si avvicina lo scadere dell'ultimatum. Mentre Trump parlava, era circondato dai suoi massimi collaboratori. C'erano il capo del Pentagono, Pete Hegseth, il segretario di stato e capo della Sicurezza nazionale, Marco Rubio, c'era anche l'inviato per il medio oriente, Steve Witkoff, tutte persone al corrente dello stato dei negoziati con gli iraniani. Trump ha detto che a Teheran conviene negoziare sul serio e che il dialogo è molto avanti, procede bene. Dall'Iran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, uno dei sopravvissuti ai colpi degli israeliani, ha detto che non esiste ancora nessun negoziato e che gli americani usano gli abitanti dei paesi del Golfo come scudi umani. Le due parti si parlano, ma vogliono far sapere che non si sentono. Chi pronuncia poche parole è Israele, che attende la prossima fase della guerra, che si aprirà se falliranno i negoziati.
Axios ha elencato quattro opzioni che potrebbero rientrare nella definizione di “colpo finale”. Al primo posto ha messo l'invasione dell'isola di Kharg, il principale centro di esportazione petrolifera dell'Iran; al secondo il blocco di Larak, un'altra isola il cui possesso consente di controllare lo Stretto di Hormuz, è un avamposto strategico con bunker, armi, radar per monitorare i movimenti nello Stretto; la terza opzione sono tre isole, la principale è Abu Musa, rivendicata dagli Emirati Arabi Uniti e molto vicina all'ingresso a Hormuz; infine, l'ultima delle opzioni in ordine di elenco è il sequestro delle petroliere dell'Iran che transitano sul lato orientale dello Stretto. Per portare a termine ciascuna delle quattro alternative servono uomini, soldati, non basta l'aviazione e il presidente americano ha già mandato i suoi marine, finora come avvertimento alla Repubblica islamica, ma probabilmente già con un piano da portare avanti in caso di mancato accordo e con la consapevolezza che, anche in caso di conquista, tenere il controllo di un'isola non è semplice.
La fine della guerra contro la Repubblica islamica dell'Iran inizia in mare, anche per questo Israele ieri ha eliminato Alireza Tangsiri, comandante della Marina del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica, l'ufficiale che dava le indicazioni su come tenere in ostaggio il traffico nello Stretto di Hormuz. Tangsiri è stato colpito nella città portuale di Bandar Abbas, da giorni sotto gli attacchi degli israeliani. Non sono scacchi, è backgammon, adattamento: la guerra si è spostata in mare, Hormuz è centrale, e Tsahal si è adeguata, con dei limiti. L'eliminazione indica che le manovre per lo Stretto sono all'inizio: “Se elimini la leadership crei disordine, ti prendi il tempo necessario a portare avanti lo sforzo militare tradizionale prima che il nemico si riorganizzi”, dice Eyal Pinko, comandante della Marina di Israele in pensione. La Marina della Repubblica islamica dell'Iran ha due braccia, uno è il braccio tradizionale, che a questo punto, con la sua quarantena di imbarcazioni, è stato affondato dagli americani, “l'altra Marina è quella dei Guardiani della rivoluzione islamica e sono loro che operano nello Stretto di Hormuz con circa 400 navi, di varie dimensioni, equipaggiate con molte armi”. Se si vuole liberare lo stretto dalla minaccia iraniana, bisogna dare la caccia a queste imbarcazioni, che per l'80 per cento sono operative. Pinko spiega che Hormuz non ha un valore soltanto perché adesso gli iraniani minacciano il commercio globale del petrolio, ma il vero elemento da capire è perché lo fanno. Non è puro ricatto: è backgammon. “La guerra è iniziata considerando la necessità di sferrare quattro colpi al regime: il primo è quello al progetto nucleare; il secondo all'arsenale missilistico; il terzo alla catena di comando e ai simboli della repressione; il quarto all'economia, alle fonti di guadagno del regime e la principale, per Teheran, è il petrolio che passa soprattutto attraverso lo Stretto di Hormuz”. Pinko valuta che per quanto riguarda il primo punto, la missione è a buon punto. Anche per i missili, le capacità iraniane sono ormai ridotte, sui simboli la morte di Ali Khamenei ei bombardamenti contro le milizie basij indicano che il regime ha perso il suo volto e parte delle sue mani per picchiare la popolazione, ma rimane in piedi nella sua principale fonte di guadagno: il petrolio, Hormuz, il quarto punto.