Le parole e i fatti: l'Arabia Saudita contro l'Iran e e i 3.000 soldati americani per il medio oriente

Micol Flammini

Mohammed bin Salman e Israele la pensano allo stesso modo: colpire il regime iraniano è un’opportunità storica. Chi sussurra a Trump e cosa vuole Teheran

Donald Trump ha detto: “L’Iran ci ha fatto un regalo di grande valore economico, legato a Hormuz. Credo che porremo fine alla guerra, ma non posso dirlo con certezza”. Nessuno però si aspetta che avverrà davvero. Secondo il tempo scandito dal presidente americano, fra tre giorni arriverà un accordo con la Repubblica islamica dell’Iran. Il conto alla rovescia è vuoto, non contempla lo scorrere del tempo e in Israele, che vive come se la guerra fosse appena incominciata, le parole di Trump si accompagnano con una delle raccomandazioni che il primo ministro Levi Eshkol faceva spesso ai suoi collaboratori: “Non datevi mai degli ultimatum”. E’ stato il giornalista Nadav Eyal a ricordare cosa diceva l’ex premier. Questo tempo sospeso gira attorno a Hormuz, ma per ora il conto alla rovescia di Trump è soltanto una pausa non dai bombardamenti, che continuano come se la diplomazia non si fosse mai mossa, ma dal momento delle decisioni importanti. Il Wall Street Journal ha raccontato che giovedì scorso, all’alba, i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sono riuniti a Riad alla ricerca di una via diplomatica per mettere fine alla guerra in Iran. Durante la riunione, i ministri si sarebbero accorti di non avere nessuno con cui parlare nella Repubblica islamica dell’Iran, fino a quando l’intelligence egiziana non è riuscita ad aprire un canale di comunicazione con il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. La notizia dei quattro ministri riuniti a Riad è arrivata a Donald Trump dopo che aveva lanciato il suo ultimatum. Per il presidente americano un ultimatum non è scolpito nella pietra, è solito ritirare, dimenticare e così è accaduto ancora una volta. Nella riunione dei ministri degli Esteri a Riad, però, c’erano i rappresentanti di quattro paesi che hanno gradi di vicinanza diversa agli Stati Uniti. Quello con il legame più forte è l’Arabia Saudita. Fra i quattro ministri, probabilmente, le posizioni non erano neppure allineate: da una parte l’egiziano e il turco che premono per la fine della guerra; dall’altra il saudita e il pachistano al  traino,  tentati invece da una soluzione diversa che porti al colpo più duro possibile contro la Repubblica islamica. 
Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha avuto un ruolo nella guerra sin dall’inizio e la sua posizione si è rivelata straordinariamente simile a quella di Israele. Quando il presidente americano Donald Trump, a gennaio, scriveva ai manifestanti iraniani che “l’aiuto stava arrivando” e iniziava a inviare la sua “big beautiful armada”, erano gli israeliani e i sauditi a caldeggiare un intervento americano non immediato: l’armata mandata da Trump era sì “grande” ma ancora non abbastanza.  Una volta schierate in mare ben tre portaerei americane, i sauditi e gli israeliani erano concordi, in sedi molto separate, nel dire che un ritiro degli Stati Uniti dopo un tale dispiegamento di forze sarebbe stato un danno per tutto il medio oriente, perché al regime sarebbe arrivato il messaggio che con le sue minacce era riuscito ad allontanare gli americani. Mohammed bin Salman aveva detto a Trump che il rischio di non attaccare l’Iran era più alto del rischio di  attaccarlo. E la guerra è iniziata. 


L’Arabia Saudita, come tutti i paesi del Golfo, è stata colpita dai missili e dai droni del regime di Teheran e ora non sarebbe interessata a mettere fine alla guerra senza una punizione forte della Repubblica islamica. Il New York Times ha raccolto le testimonianze di diversi funzionari americani che hanno raccontato di telefonate in cui Bin Salman dice a Trump che la guerra all’Iran rappresenta  “un’opportunità storica”. I sauditi non sono disposti a vivere a fianco a un vicino percepito come una minaccia incancellabile, vogliono che il ricatto sparisca e anche il blocco dei traffici attraverso Hormuz è ora visto come un problema  risolvibile in un secondo momento rispetto alla necessità di non dare al regime l’occasione di sopravvivere in forze.  Bin Salman ha mandato avanti il suo alleato pachistano come mediatore e potrebbe nascondersi anche in questo dettaglio uno degli indizi sulla decisione di Trump di concedere giorni alla diplomazia: la mediazione può servire a mostrare che l’Iran non accetta nessun compromesso. La Repubblica islamica avrebbe fatto sapere le sue condizioni: mantenimento dei programmi nucleare e missilistico; compensazioni di guerra; rassicurazioni che non sarà mai più attaccata; controllo dello Stretto di Hormuz. Le condizioni americane sono: rinuncia ai programmi nucleare e missilistico e fine del controllo sullo Stretto. Per i sauditi è inammissibile che gli iraniani possano mantenere il loro ricatto su Hormuz anche in futuro e da qui nasce la volontà saudita di punire il regime ora. Mentre gli Stati Uniti decidono di mandare tremila soldati in medio oriente a supporto delle operazioni contro Teheran,  il principe ereditario starebbe valutando anche un intervento contro la Repubblica islamica. Sarebbe simbolico, ma i simboli hanno una loro potenza soprattutto se per la prima volta Riad decidesse di intervenire in una guerra che combattono anche gli israeliani. Vorrebbe dire che per i sauditi non c’è spazio per la convivenza con la Repubblica islamica.
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)