Dal Mar Nero a Hormuz, la guerra asimmetrica delle mine

Giulia Pompili

L’Iran minaccia lo Stretto, e l'Ucraina offre competenze e mezzi per proteggere le rotte globali. Parla Dmytro Pletenchuk, portavoce delle Forze navali di Kyiv

Ieri alla Cbs alcune fonti dell’Amministrazione americana hanno riferito che, secondo le attuali valutazioni dell’intelligence, l’Iran avrebbe piazzato nello Stretto di Hormuz almeno “una dozzina” di mine cosiddette a ventosa di tipo Maham 3 e Maham 7, di fabbricazione iraniana. Le tattiche della guerra asimmetrica iraniana sono simili a quelle della Russia di Putin, e i due teatri sono sempre più connessi. Se nei cieli il terrorismo si basa sui droni usati come arma a basso costo, in acqua quella funzione la svolgono le mine antinave. Sulla difesa di entrambi i fronti, l’Ucraina è il paese con più esperienza operativa sul campo. Nella difesa dai droni “Kyiv è già impegnata nella condivisione di competenze con i partner”, dice in una conversazione con il Foglio Dmytro Pletenchuk, portavoce delle Forze navali ucraine, “ed è pronta a contribuire anche alla sicurezza di rotte critiche come lo Stretto di Hormuz, se richiesto”. 


Ieri, dopo il massiccio attacco con i droni da parte di Mosca, che oltre a Kyiv, Ternopil, Vinnytsia, alle quattro del pomeriggio ha colpito anche il centro di Leopoli (un drone è caduto sulla chiesa di Sant’Andrea), il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che “la situazione geopolitica si è complicata a causa della guerra contro l’Iran e, purtroppo, questo sta incoraggiando la Russia”. Mosca continua a bombardare i civili ucraini con i droni di fabbricazione iraniana, ma sempre ieri Zelensky ha affermato che l’intelligence militare ucraina è ora in possesso di prove inconfutabili del sostegno che la Russia sta offrendo all’Iran per continuare a bombardare il Golfo e tenere sotto ricatto lo Stretto di Hormuz. 

 


L’appoggio di Mosca (e di Pechino) nei confronti del regime iraniano viene da lontano, e ha a che fare non solo con il sostegno politico ed economico, ma pure con tattiche di difesa e con l’interoperabilità delle loro Forze armate, specialmente navali. Fino a qualche anno fa, i cacciamine dei paesi Nato ospitavano marinai e palombari ucraini per insegnargli il mestiere, ma negli ultimi anni la situazione si è rovesciata, anche perché Kyiv ha dimostrato di avere una capacità di Difesa marittima fuori dal comune, dimostrata nel Mar Nero e oltre. Secondo Pletenchuk, l’esperienza ucraina “è unica, perché maturata in condizioni di guerra attiva. Tuttavia, ogni conflitto è diverso: cambiano attori, condizioni operative e contesti geografici”. Il portavoce della Marina dice che “alcuni elementi, in particolare quelli legati alle operazioni di sminamento, possono essere trasferiti anche ad altri scenari, incluso Hormuz. Il principio di base resta lo stesso, ma l’efficacia dipende dall’adattamento alle condizioni specifiche del teatro operativo”. Pletenchuk parla di un’esperienza significativa che è “maturata in guerra e pagata a caro prezzo, in particolare nel contrasto ai droni kamikaze”, e dice di non poter rivelare quali cooperazioni siano già attive, ma molte delle loro competenze oggi potrebbero essere utili anche alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. E ripete: “L’Ucraina è pronta a partecipare a eventuali iniziative. Almeno due navi ucraine specializzate nella guerra contro le mine, già certificate a livello Nato, sono pronte a svolgere missioni di questo tipo”.
L’impiego di mine navali è sempre una questione complessa: “Kyiv le utilizza per la difesa costiera nel rispetto delle convenzioni internazionali, mantenendo il controllo del processo. Il problema principale deriva invece dalle mine russe presenti nel Mar Nero, in particolare quelle sganciate dagli aerei verso il corridoio del grano. La bonifica è diventata un’attività quotidiana per la Marina”.

 

Certo non si tratta di una novità nella guerra marittima: “Le mine restano una minaccia persistente, tanto che ancora oggi si affrontano residui risalenti alle due guerre mondiali”, dice Pletenchuk, che qualche giorno fa in un briefing aveva definito il Mar Nero come una “zona grigia” in cui le forze navali russe non possono operare liberamente, in gran parte attraverso l’uso efficace da parte dell’Ucraina di droni navali e missili: “Un’area marittima può diventare una zona grigia non solo attraverso il controllo dello spazio aereo, ma anche tramite la minaccia dell’impiego di questi strumenti”. Ci sono alcune analogie con Hormuz, “ma ogni situazione evolve in modo specifico. Nonostante i continui attacchi russi, l’Ucraina è riuscita a mantenere operativo, in modo relativamente sicuro, il corridoio del grano. In altri contesti, molto dipenderà anche da fattori non militari, come le condizioni assicurative e la disponibilità di compensazioni per eventuali perdite.

 


Resta centrale la capacità di proteggersi dagli attacchi aerei: una questione di risorse e mezzi disponibili”. Anche per questo già solo la minaccia iraniana di minare lo Stretto sta avendo effetti concreti sulla navigabilità. Per Pletenchuk è un’arma che non può essere sottovalutata: “La loro posa è complessa e pericolosa, soprattutto in acque aperte esposte al fuoco nemico. Ma si tratta di ordigni sofisticati, che richiedono condizioni operative difficili per essere impiegati efficacemente. Sono strumenti ereditati dalle guerre del passato, ma possono ancora essere efficaci”. L’Ucraina ha sviluppato “approcci diversi, come l’uso di droni navali per colpire direttamente le navi, con risultati concreti”. La Russia, per esempio, “che utilizzava mine sganciate da aerei, ha perso questa capacità dopo l’abbattimento di un velivolo nel dicembre del 2023”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.