la "ricerca" di Pechino

Cosa nasconde la mappatura cinese dei fondali marini. Non solo ricerca scientifica

Priscilla Ruggiero

Due inchieste raccontano fin dove si sono spinte le navi "accademiche" cinesi negli ultimi anni, legate a doppio filo con la Marina dell'esercito. Gli scopi militari di Pechino negli oceani Pacifico, Indiano e Artico

“La crescente influenza cinese nel Pacifico è profonda 5.000 metri”, scrivono in un’inchiesta pubblicata ieri i giornalisti di Mongabay e Cnn, che negli ultimi cinque anni, tra il 2021 e il 2026, hanno monitorato  otto navi da ricerca cinesi che hanno intrapreso missioni esplorative per l’estrazione mineraria in acque profonde. Grazie a strumenti di tracciamento navale è stato possibile ricostruire che  le otto navi cinesi avrebbero trascorso soltanto il 6 per cento del loro tempo totale in mare aperto in aree riservate all’esplorazione, dimostrando un disegno che andrebbe ben oltre all’impiego civile sostenuto dal governo di Pechino. Sulla carta, le navi cinesi sono finalizzate alla ricerca scientifica, alla comprensione della vita marina e all’impatto dei cambiamenti climatici,  “in conformità con le disposizioni della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare”, hanno risposto le autorità cinesi ai giornalisti. 

 

Di fatto è ormai stato dimostrato che queste imbarcazioni si stanno spingendo sempre più lontano dai propri obiettivi e  raggiungendo profondità maggiori di quelle necessarie, servendo gli interessi  non solo civili ma anche militari, per esempio per quanto riguarda il dispiegamento dei suoi sottomarini nel Pacifico o per rintracciare quelli americani, più difficili da individuare. La maggior parte delle navi monitorate sono collegate a entità statali con legami con la Marina dell’Esercito popolare di liberazione cinese, fanno regolarmente scalo in porti con collegamenti militari, e alcune hanno visitato le zone economiche esclusive di altri paesi, probabilmente per svolgere attività di sorveglianza, spesso senza autorizzazione. Altre hanno mostrato comportamenti che suggeriscono tentativi di eludere il rilevamento, tra cui l’oscuramento dei segnali obbligatori che ne rivelano l’identità e la posizione. 

 

La flotta di sottomarini nella Marina cinese negli ultimi anni è cresciuta notevolmente,  nei suoi discorsi il leader cinese Xi Jinping ha più volte parlato della priorità di trasformare la Cina in una “forte potenza marittima” e già nel 2014 Wu Lixin, uno scienziato dell’Università oceanica cinese, aveva proposto di creare un “oceano trasparente”  con l’installazione di sensori che avrebbero fornito alla Cina una visione completa delle condizioni e dei movimenti delle acque in aree specifiche. Il progetto è prima iniziato nel Mar cinese meridionale, per poi estendersi agli oceani Pacifico e Indiano. 

 

Nel Pacifico, i dati mostrano che “la Cina ha dispiegato centinaia di sensori, boe e reti sottomarine per rilevare i cambiamenti nelle condizioni dell’acqua, come temperatura, salinità e movimenti sottomarini, nell’oceano a est del Giappone, a est delle Filippine e intorno a Guam”, scrive in un’altra inchiesta l’agenzia di stampa Reuters, che ha analizzato documenti governativi e universitari cinesi e oltre cinque anni di movimenti di 42 navi da ricerca attive negli oceani Pacifico, Indiano e Artico. Secondo gli esperti navali, queste operazioni di mappatura e monitoraggio sottomarino permettono alla Cina  una conoscenza dettagliata delle condizioni marine – topografia del fondale marino,  temperatura dell’acqua, salinità e le correnti oceaniche – che sarebbero cruciali per condurre una guerra sottomarina contro gli Stati Uniti. Inoltre, darebbero alla Cina un vantaggio  cruciale nella conoscenza del posizionamento di cavi sottomarini strategici. Almeno otto imbarcazioni monitorate da Reuters hanno effettuato mappature dei fondali marini, mentre altre dieci trasportavano attrezzature utilizzate per lo stesso scopo. Le informazioni raccolte potrebbero anche  aiutare Pechino  a mimetizzarsi meglio e decidere dove posizionare le mine sottomarine (o dove posare le ancore per danneggiare cavi). 

 

Uno dei primi paesi ad aver lanciato negli scorsi anni l’allarme sui dati sensibili raccolti da queste navi “di ricerca”  condivisi con l’esercito cinese è stata l’India, che ha definito le imbarcazioni  “navi spia” e classificato  come “piattaforme a duplice uso”, civile ma soprattutto militare.  Poi un numero maggiore di navi si è spostato nell’Oceano pacifico occidentale, mappando gli abissi che la Marina cinese considera strategicamente vitali, tra cui quelli al largo della costa orientale di Taiwan e a circa 250 miglia a est e a ovest dell’isola di Guam, che ospita bombardieri, sottomarini, marine e sistemi radar americani. Secondo l’ultima inchiesta di Reuters, ora  navi come  la Dong Fang Hong 3 si sarebbero spinte fino all’Oceano Artico, hanno mappato  le acque intorno alle Hawaii,  una dorsale sottomarina a nord di una base navale in Papua Nuova Guinea   e perlustrato l’isola di Natale, territorio australiano  su una rotta tra il Mar cinese meridionale e un’importante base sottomarina australiana.
 

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