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L'estremo pragmatismo

Israele a testa in su. La risposta agli attacchi è necessità

Ghila Piattelli

Dalla distruzione al progetto, dall’emergenza alla gestione. Sulle rovine dei palazzi distrutti si costruiscono grattacieli di quindici piani: è la resilienza della popolazione israeliana

Tel Aviv. Mentre Israele entra nella quarta settimana di guerra, sale il numero dei feriti causati dagli attacchi di Iran e Hezbollah. Sabato sera missili iraniani hanno colpito Dimona e Arad, nel deserto del Negev.  Ad Arad l’esplosione in un quartiere densamente popolato ha causato 115 feriti, di cui una decina gravi e ha danneggiato venti edifici. L’Idf ha dichiarato che non si sono verificati errori nell’intercettazione dei missili balistici e ha ribadito che per quanto il tasso di successo delle intercettazioni sia senza precedenti, non arriva mai al 100 per cento; il resto lo devono fare i cittadini, entrando nei rifugi.  A sole dodici ore dall’evento, il sindaco di Arad, Yair Maayan, ha promesso che saranno rilasciati permessi per costruire grattacieli di quindici piani sulle rovine dei palazzi distrutti.

Da questo estremo pragmatismo, dalla capacità di passare dalla distruzione al progetto, dall’emergenza alla gestione, emerge quella che spesso viene indicata come la resilienza della popolazione israeliana. Anche quando le sirene suonano incessantemente costringendo milioni di cittadini a rifugiarsi nei bunker, migliaia di riservisti vengono richiamati e le comunità del Nord restano bersaglio del lancio di razzi degli Hezbollah, la vita continua e, accanto all’emergenza, Israele vive una forma di normalizzazione della guerra: il lavoro si sposta online, le lezioni scolastiche diventano ibride, i matrimoni si celebrano comunque e nei rifugi pubblici vengono organizzate attività come yoga e pilates. Non per eroismo ma per necessità. Quando la situazione si fa dura, recita un detto israeliano, si alza la testa non le mani. Non stupisce quindi che anche nel 2026 Israele si collochi all’ottavo posto nella top 10 del World Happiness Report, la classifica dei paesi più felici al mondo promossa dalle Nazioni Unite e tra gli under 30, al secondo posto. Oltre a fattori concreti come pil pro-capite, senso della comunità e aspettativa di vita, pesano anche la capacità di adattamento, l’ottimismo e la fiducia nel futuro.

Questa attitudine trova riscontro anche nella classifica della natalità dei paesi occidentali che vede Israele al primo posto con 2.9 figli per donna, seguito a distanza dalla Francia con circa 1.9. Un dato che trova spiegazione in politiche mirate, come il finanziamento della fecondazione assistita e tutele lavorative tese a conciliare famiglia e carriera, ma non si tratta soltanto di condizioni materiali, fare figli vuol dire investire nel futuro, avere un orizzonte di fiducia. Tuttavia, la resilienza non è un tratto esclusivamente israeliano, ma una risposta collettiva automatica, dove alla minaccia segue un’azione operativa. Basti pensare ai londinesi che durante i bombardamenti del 1940 si rifugiavano nelle stazioni della metropolitana continuando per quanto possibile le loro abitudini o agli ucraini che sotto i missili sono riusciti a mantenere una routine lavorativa e scolastica adattata. Non è un mistero genetico, né una qualità innata, gli israeliani non sono dei supereroi, ma una popolazione civile costretta dalla Storia a sviluppare forme di adattamento a situazioni limite.

E Israele vive questa condizione di minaccia con una continuità e un’intensità che la rendono strutturale ed è proprio questo a trasformare il caso israeliano in un unicum, il resto è pragmatismo, una disciplina che nasce dalla necessità, che si traduce in innovazione tecnologica e gestione delle risorse, come il riciclo delle acque reflue o l’irrigazione a goccia. Con il protrarsi del conflitto l’adattamento diventa un fatto organico più che eroico, una normale reazione umana che si attiva quando non c’è altra scelta. Resta però il prezzo, inevitabile e cumulativo: nel 2025 il 32 per cento degli israeliani ha dichiarato di aver bisogno di supporto psicologico, contro il 12 per cento prima del 7 ottobre 2023. Anche la discesa dal quarto posto del 2023 all’ottavo del 2026 nella classifica della felicità riflette questo cambiamento. A due anni e mezzo dall’inizio della guerra, Israele continua a reagire come qualsiasi nazione la cui sopravvivenza è in gioco, tessendo l’emergenza nella trama della quotidianità, trasformando la minaccia in risorsa, perché l’alternativa, il collasso, nei suoi quasi settantotto anni di vita, non è mai stata un’opzione. 

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