L'azzardo di Mette

Il voto danese è un test europeo su Trump

Paola Peduzzi

Mette Frederiksen ha anticipato le elezioni dopo lo scontro con Trump sulla Groenlandia. I sondaggi la premiano, ma tra economia, migranti e alleanze incerte il risultato resta aperto. Decisivo il ruolo del centrista Rasmussen

Oggi si vota in Danimarca alle elezioni anticipate volute dalla premier Mette Frederiksen soltanto due mesi fa, con un annuncio a sorpresa frutto di un calcolo politico molto pratico: a novembre, alle elezioni locali, i socialdemocratici erano andati molto male, il partito viaggiava sul 16 per cento dei consensi, ben lontano dai giorni d’oro del 30 o 40 per cento, ma nel frattempo la prepotenza di Donald Trump sulla Groenlandia aveva illuminato la leadership della premier: decisa e pronta a tutto, assieme agli altri europei, per difendere quel “piccolo pezzo di ghiaccio” parte della Nato. 

Oggi sapremo se l’azzardo di Frederiksen – che per i danesi è semplicemente “Mette” – ha pagato, i sondaggi dicono di sì, il Partito socialdemocratico è in vantaggio, è tornato al 22-23 per cento dopo l’abisso di novembre: se queste fossero le percentuali, si tratterebbe comunque del risultato peggiore degli ultimi cent’anni, ma qui non c’è in gioco soltanto l’umore dei danesi, parecchio altalenante nei confronti della loro premier  dal 2019 (la critica più interessante è questa: alcuni hanno detto nei sondaggi che Frederiksen fa troppo la mamma, tratta i danesi come se fossero dei bambini, forse possiamo chiamarlo “maternalismo”): si tratta di capire quanto i danesi vogliono sanzionare la prepotenza di Trump, e poi appuntarsi questo risultato su un taccuino europeo. 

In Europa il cosiddetto “momento Groenlandia” ha cambiato tutto. Alcuni analisti dicono che le mire trumpiane sul territorio danese hanno avuto un impatto sulla consapevolezza europea della fine del mondo di prima, quello del perno transatlantico su cui si reggeva l’ordine globale, quasi più dirompenti della guerra russa contro l’Ucraina. Nella difesa di Kyiv, gli europei hanno scoperto il disimpegno americano dentro la Nato, uno choc potente con una risposta lenta (e ancora con speranze: se si sente il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si capisce che c’è una certa ostinazione a mantenere il ponte transatlantico percorribile), cui però si è trovato un metodo di compensazione: oggi gli europei sostengono Kyiv da soli, comprando le armi americane che fino all’arrivo di Trump erano fornite in solidarietà a un alleato e a un principio liberale contrario all’invasione di Vladimir Putin. Faticano, si dividono, ritardano, ma il disimpegno trumpiano pur restando traumatico è stato assorbito. Con la Groenlandia è accaduto qualcosa di diverso: per la prima volta gli alleati europei hanno dovuto inserire nei loro scenari anche quello di dover combattere soldati americani sul territorio della Nato. Qualche giorno fa la tv pubblica danese, la Dr, ha svelato che i soldati danesi dispiegati in maggior numero a gennaio in seguito alle minacce più consistenti da parte dei trumpiani (e dopo la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro) avevano portato abbastanza esplosivo da poter eventualmente distruggere le principali strade d’accesso alla capitale groenlandese Nuuk e alla base di Kangerlussuaq, e anche sangue per eventuali trasfusioni. Ci si preparava a un attacco americano all’isola artica, definito da Frederiksen “la peggiore situazione di politica estera dalla Seconda guerra mondiale” e, ha aggiunto la premier, “l’unica ragione per cui oggi siamo in una situazione migliore è per la cooperazione europea”. Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi e Regno Unito avevano mandato alcuni soldati in missione di ricognizione in Groenlandia (l’Italia aveva partecipato alla dichiarazione congiunta di difesa dell’isola ma poi aveva escluso l’ipotesi di un invio di truppe), Trump aveva detto che avrebbe aumentato i dazi a questi paesi, ma a Bruxelles la Commissione era pronta a usare tutti gli strumenti necessari – il cosiddetto bazooka commerciale – per contrastare le minacce americane. Non ce ne fu bisogno perché al World Economic Forum di Davos, Trump, grazie all’intermediazione di Rutte, aveva ritirato minacce e pretese in nome di un “futuro accordo” con la Danimarca di cui poi non si è saputo più nulla.

La cicatrice però è rimasta e anche se adesso gli esperti dicono che la questione sembra meno urgente, nessuno pensa che sia risolta. Frederiksen ci ha costruito sopra una campagna elettorale, enfatizzando la minaccia trumpiana ma anche il coordinamento e la solidarietà europei che sono riusciti a disinnescare l’ostilità trumpiana. Ma poi ci sono la bolla immobiliare, la riduzione del potere d’acquisto, la politica migratoria molto dura che ha infastidito l’elettorato progressista e anche i pesticidi nell’acqua e l’inquinamento degli allevamenti di maiali: Frederiksen è molto più popolare in Europa, proprio perché ha tenuto testa a Trump, che in Danimarca. Qui la coalizione di sinistra sembra più avanti rispetto a quella di destra, ma c’è un kingmaker celebre, l’ex premier e ora ministro degli Esteri Lars Lokke Rasmussen, che è andato a Washington a discutere personalmente della Groenlandia e che non vuole farsi sfuggire l’occasione di una nuova rinascita.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi