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la crisi americana e l'Europa
Trump, il leader “diverso” chiamato a guidare una società in sofferenza. Anatomia di una crisi che ci tocca da vicino
Cercare di capire perché un presidente ha avuto quel mandato equivale ad analizzare le cause della sofferenza della società che l’ha prodotto. I voti, i punti deboli dell’elettorato, il nuovo moralismo, la globalizzazione. Un saggio
Donald Trump è una persona fuori dall’ordinario e in velocissima evoluzione (meno di venti anni fa frequentava lo stesso ambiente dei Clinton e nel 2008 donò decine di migliaia di dollari alla campagna dei democratici), una persona cioè “diversa” e dotata di energia eccezionale, come si capisce dalla sua reazione all’attentato o riflettendo sulla quantità e la rilevanza (il loro successo è altra storia) delle sue iniziative.
Come conferma la guerra in Iran, ma avevano già indicato i dazi o la Groenlandia, l’imprevedibilità – personale oltre che pubblica – è una delle sue caratteristiche
Ragionare su quello che una persona così farà è quindi impossibile: al massimo si possono fissare delle regole di comportamento che tengano conto dei nostri interessi e cercare di navigare a vista nelle tempeste che suscita. Ragionare però si può sul perché gli Stati Uniti abbiano eletto un presidente appunto “diverso”, cui era contrapposta una democratica che rappresentava un mondo altrettanto “diverso”, quello woke, e per questo non poteva esprimere liberamente opinioni che anche i suoi consiglieri sapevano impopolari.
Ciò vuol dire cercare di orientarsi nella crisi americana, molto differente, ma per certi versi anche simile, a quelle europea e italiana, e quindi vuol dire ragionare indirettamente anche su di noi, benché sia importante tenere sempre presenti le sostanziali differenze. Lo faccio sfruttando le capacità dell’intelligenza artificiale (Chatgpt 5.2 in modalità extended thinking) di trovare e organizzare dati che hanno quindi dei problemi, ma sono infinitamente migliori di impressioni che permettono di ripensare e correggere.
Parto da una metafora che aiuta a inquadrare il problema nel modo che mi sembra più opportuno. Sappiamo che buona parte dei senzatetto, degli alcolizzati, delle persone con disturbi da dipendenza sono esseri umani che soffrivano di problemi psichiatrici in gioventù, problemi che hanno cercato di curare da sé, intossicandosi. Allo strato problematico legato alla loro condizione originaria se ne è aggiunto così un altro, da essa derivato ma dotato di forza propria, che complica tutto e rende la situazione ancora più difficile. Ciò vuol dire che se anche, come può accadere nei casi migliori, si riuscisse a eliminare il secondo strato si tornerebbe ad avere a che fare col primo. Questa mi pare, in poche parole, la situazione americana e, ma in modo differente, la nostra. Viviamo cioè in società sofferenti, che cercano rimedi che non trovano in politici che proprio per la loro “diversità” sembrano in grado di portarci in un mondo migliore, ma che spesso non fanno che aggiungere un nuovo, grave problema a quello di partenza. Un caso esemplare è quello del Grillo che attraversa a nuoto lo stretto di Messina dopo aver lanciato il suo vaffanculo, uno slogan che dovrebbe sconsigliare qualunque essere ragionevole dal votarlo ma che porta il suo movimento a diventare il primo partito italiano nel 2013. Ma altri se ne potrebbero fare a partire dal 1991 e poi specie dopo la crisi del 2008.
In queste condizioni dire che un leader politico è, per usare un termine sbagliato cui spesso si ricorre, un “matto”, credendo così di liquidare il problema, mostra solo un’incomprensione radicale della situazione in cui ci troviamo: nelle nostre società insoddisfatte, che cercano altro, un leader “diverso” deve preoccupare ancora di più, perché è proprio quello che molti vogliono. Certo, una volta eletti essi diventano un problema a sé stante, e spesso molto grave se si è sfortunati. Una persona diversa al potere si comporterà infatti come crederà di poter fare, spesso imprevedibilmente. Il Trump che balla al ritmo delle canzoni dei Village People, un gruppo icona gay, si fa regalare premi Nobel, costruire statue e intitolare istituzioni, cambia spesso di umore e che anche per questo suo super-individualismo è in perfetta sintonia col mondo dei social e di TikTok ne è un caso esemplare.
Trump è però anche un rivoluzionario e condivide un tratto proprio ad alcuni dei più grandi tra essi, spesso portati ad attaccare per cambiare e a reagire ai fallimenti dei loro primi tentativi rilanciando piuttosto che tornando indietro o cercando altre strade, nella convinzione che alla fine potranno sfondare, come è talvolta accaduto con terribili costi umani. È tuttavia proprio per la loro capacità di fare tentativi del genere che hanno raggiunto il potere e sono dunque non immotivatamente convinti di avere un mandato per andare avanti.
Il problema è quindi capire perché hanno avuto quel mandato, il che equivale ad analizzare le cause della sofferenza della società americana e i tempi e i modi in cui essa si è manifestata. Riguardo ai tempi si può sostenere che negli Stati Uniti scricchiolii si siano avvertiti chiaramente con l’elezione di Clinton nel 1992. Malgrado la famosa regola che guidava la sua campagna (“E’ l’economia, stupido!”), egli vinse allora con il 43 per cento dei voti contro il 37,5 per cento di Bush senior. Il 19 per cento andò a Ross Perot, un candidato che rappresentava un malessere generale che non aveva solo radici economiche. Ma è più corretto dire che la rottura del sistema nato dal New Deal e dalla Seconda guerra mondiale si era già verificata negli anni Settanta con l’affermazione in campo repubblicano di Reagan, un ex democratico seguito da molti ex democratici, intellettuali delusi come operai irritati dalle politiche di discriminazione positiva. Il sistema americano “moderno” raggiunse così la sua acme con le speranze suscitate dai Kennedy e con la “Grande società” di Johnson che però – grazie anche alla riforma dell’immigrazione del 1965, a lungo sottovalutata – aprirono le porte a un nuovo mondo.
Le trasformazioni in corso furono poi nascoste dalle illusioni di vittoria di un 1991 mal interpretato e da una forte crescita economica legata a nuove tecnologie oltre che a una nuova immigrazione di massa. I conflitti nel e col mondo musulmano, il crollo delle Torri gemelle e la crisi del 2008 segnarono nuovi passaggi di un malessere americano che si schierò allora con Obama, un uomo intelligente investito da aspettative straordinarie che nessuno avrebbe potuto realizzare. Le sue presidenze segnarono l’ingresso nel mondo in cui viviamo, a cominciare dallo spostamento dell’attenzione verso il Pacifico e dalla trascuratezza dei problemi europei e mediorientali rispetto all’obiettivo dichiarato di costruire un’America più giusta.
La crisi trasformativa americana entrò così in una nuova fase, che mise in risalto il suo carattere paradossale, che la differenzia da quella per certi versi simile ma molto più grave del nostro continente. Al contrario della nostra che è una crisi assoluta, incarnata da un declino sia pure ancora moderato e quindi tollerabile (fatta eccezione per il ritardo politico-militare e tecnologico), quella statunitense è una crisi relativa, che si è accompagna a una crescita vistosa e allo sviluppo di nuovi settori, come l’intelligenza artificiale, di cui gli Stati Uniti hanno l’egemonia. Questo spiega la prominenza acquistata dai loro tycoon nel nostro immaginario, che ha portato a sopravvalutare il loro peso rispetto a quello di una politica che, se vuole, ha sempre il sopravvento sull’economia: tragicamente nel caso di Khodorkovsky nella Russia di Putin, in maniera soft in quello del rapporto tra Trump e Musk.
Rispetto a quelli europei, il prodotto interno lordo e il tenore di vita americani sono cresciuti in modo straordinario: la cameriera regolare di un buon albergo guadagna come e forse più di un funzionario di molti paesi europei, e anche quelli che sembrano (e per noi sono) prezzi impossibili non fanno che riflettere questo andamento divergente. Grazie all’immigrazione gli Stati Uniti vantano inoltre una situazione demografica per ora migliore della nostra. Trump si è però potuto presentare come il salvatore di un’America sull’orlo della catastrofe perché il progresso generale non vuol dire il progresso di tutti e nella nuova economia avanzata, che ha lasciato i settori tradizionali o “maturi” agli stranieri per posizionarsi su gradini più alti, gli addetti di quei settori hanno sofferto, venendo anche più colpiti dall’aumento dei prezzi causato dal boom prolungato e dalle misure anti-Covid. Essi sognano con Trump il ritorno a un mondo che non c’è più anche grazie alla re-industrializzazione dell’America, un obiettivo che l’80 per cento degli americani di entrambi i partiti dice di condividere anche se meno del 20 per cento dice poi di essere disposto ad andare a lavorare in fabbrica (del resto anche in Italia la maggioranza degli operai sognava altri destini per i propri figli).
Tutti gli americani avvertono però con chiarezza la fine del secolo americano, vale a dire un forte declino relativo non rispetto ad Europa di cui sono più forti, ma rispetto all’Asia, oggi soprattutto rispetto alla Cina ma domani anche rispetto all’India. E la Cina e l’India, stati con una popolazione quattro volte superiore a quella americana e dotati di notevolissime capacità industriali e tecnologiche, non sono la vecchia Unione sovietica, condannata dal suo sistema economico a essere un “paese di seconda mano”. Questo declino relativo ferisce il nazionalismo, quello buono come quello cattivo, dell’America number one, che accomuna democratici e repubblicani. Si spiegano forse anche così le ambiguità del movimento Maga, che vuole al tempo stesso fare l’America di nuovo grande e rinchiuderla in sé stessa (pensiamo alla chiusura dell’UsAid, fondata appunto nel 1961, o alle promesse di non mandare più stivali americani all’estero), un’ambiguità che Trump è stato dapprima capace di interpretare ma che oggi tradisce per una parte dei suoi stessi seguaci con un impegno internazionale in velocissima espansione.
Un altro segnale importante di disagio sta nella comparsa di teorie sulla presenza corruttrice di un deep state che è sbagliato liquidare come semplice espressione di manie del complotto, come pure sono. Dietro vi è infatti l’oscura percezione dell’ascendenza e del potere di uno stato amministrativo, cresciuto in seguito all’espansione dello stato del benessere, che è certo frutto di buone intenzioni ma le cui burocrazie godono di giganteschi poteri discrezionali, per esempio in termini di interpretazione di una legislazione che non riesce a stare al passo coi tempi. Questo deep state svela con la sua stessa forza e capacità di penetrazione le difficoltà di un sistema di governo democratico – basato sulla legge e non sull’amministrazione – che è alla base del sogno americano, anche per questo incrinato. Soprattutto, esso rappresenta l’apparato che risponde agli executive order di presidenti decisionisti, come sono stati in ordine decrescente Carter (80 ordini all’anno), Nixon (63), Johnson (62) fino a Biden (41), George Bush jr (36) e Obama (35), passando per i 55 del primo Trump fino all’esplosione – 225 nel primo anno! – del secondo mandato.
Il sistema politico statunitense è oggi in difficoltà anche per la delegittimazione reciproca delle sue ali di destra e sinistra di cui la prima – anche se nulla è definitivo – ha conquistato il Partito repubblicano, trasformandolo, e la seconda egemonizza ideologicamente quello democratico per motivi su cui tornerò. Alle diverse anime radicali del Maga fanno infatti da contrappeso le altrettanto diverse anime woke, identitarie o socialiste della sinistra americana, che ha appena dato sei oscar, incluso il più importante, a un film sui weathermen, l’equivalente statunitense della nostra lotta armata, di cui si ricordano le buone intenzioni e non si vedono il vuoto intellettuale e la catastrofe morale. Coi suoi atteggiamenti moralisti e perbenisti, i suoi comportamenti censori e repressivi e le sue follie ideologiche questa sinistra ha alimentato quelle Culture Wars di cui James Hunter parlava già in un libro del 1991 purtroppo mai tradotto in Italia. Essa ha quindi contribuito non poco all’affermazione di Trump che ha battuto la Harris anche sull’onda dello slogan Kamala is for they/them, Trump is for you, spalancando le porte alla reazione ancor più indigesta che le si è abbattuta addosso.
Per farsi un’idea del danno fatto si può guardare al manuale dell’American Medical Association Advancing Health Equity: Guide to Language, Narrative and Concepts o alla Elimination of Harmful Language Initiative della Stanford University (entrambi recuperabili sul web), che superano l’immaginazione distopica di George Orwell. O si può pensare agli istituti di cui il distretto scolastico di San Francisco propose di cambiare nome per cancellare la memoria anche di un Abramo Lincoln che certo pensava che i neri fossero inferiori ai bianchi ma resta il presidente che ha abolito la schiavitù. L’ostilità suscitata tra asiatici e bianchi, ma anche in una parte delle comunità nere e latina, dalle politiche di discriminazione positiva (ideate da Johnson ma rafforzate da Nixon) è ben nota, e sono note anche le posizioni apertamente ostili agli europei e alla loro storia apparse in diverse università statunitensi, alcune delle quali fino a poco fa chiedevano dichiarazioni di buone intenzioni al momento dell’assunzione.
Qualche dato e un’analisi
Se si guarda ai dati delle elezioni, quelle del 2024, pur indicative, sollevano problemi più contingenti. Penso alla già richiamata ostilità di una parte moderata e persino moderatamente progressista dell’elettorato alle posizioni woke, o alla reazione suscitata in un paese con tradizioni libertarie molto più radicate di quelle europee (anche il New York Times presenta la proposta di Trump di far chiedere agli elettori un documento di identità come una follia reazionaria) dai controlli resi almeno in parte necessari dalla comparsa del Covid, di cui parla il film Eddington. Si spiegano così, oltre che con la fragilità di Biden e le debolezze politiche, nonché il sesso e l’ascendenza indiana e caraibica della Harris, i più di sei milioni di voti assoluti da lei persi rispetto a quelli presi da Biden nel 2020.
Trump invece ne ha guadagnati più di 14 milioni, un dato straordinario ma che va spiegato insieme ai ben 63 da lui guadagnati nel 2016 contro la Clinton, dopo aver espugnato il Partito repubblicano. Si calcola inoltre che 7-9 di quei 63 milioni fossero votanti di Obama, probabilmente delusi dalla mancanza del cambiamento radicale in cui avevano sperato, mentre solo cinque milioni di votanti Biden 2020 sono passati con Trump nel 2024 e un numero più alto decise di astenersi per ostilità alla Harris.
L’analisi elettorale aiuta così a individuare i punti critici della sofferenza di settori importanti della società americana e quindi i cambiamenti che quella sofferenza alimentano. Se la percentuale relativa dei votanti maschi e femmine è restata sostanzialmente invariata, è invece notevole il calo della percentuale di elettori definiti “bianchi non ispanici”, scesi dal quasi 88 per cento del 1980 al 71 per cento del 2024, con una crescita invece concentrata tra gli ispanici (dal 2,5 all’11 per cento) e gli asiatici, non rilevanti nel 1980 e quasi il 5 per cento dell’elettorato nel 2024. Il fenomeno, che è la conseguenza della nuova immigrazione permessa dalla legge del 1965, ha probabilmente avuto un doppio impatto: di reazione difensiva tra una parte dei bianchi di origine europea, e di manifestazione di tendenze conservatrici tra l’elettorato ispanico e asiatico, di cui una parte ha un orientamento “tradizionalista”.
Un altro cambiamento notevole è rappresentato dalla crescita degli elettori che hanno almeno quella che noi chiameremmo una laurea di primo livello, balzati dal 1980 al 2024 dal 20,6 al 45 per cento dei votanti, con un cambiamento ancor più straordinario nel caso delle donne, tra cui la percentuale delle elettrici di questo tipo è triplicata, dal 16,8 a più del 46 per cento. Le “laureate”, che nel 1980 erano meno dei maschi, oggi li superano, indicando due altri cambiamenti fondamentali: il peso crescente dell’istruzione e del sistema educativo, di cui è quindi essenziale capire gli effetti, e il notevolissimo miglioramento relativo della posizione delle donne rispetto a quella degli uomini. Dal 1980 a oggi, per esempio, i redditi femminili sono passati negli Stati Uniti dal 60 all’83 per cento di quelli maschili, e la differenza si annulla se si considerano le donne che non fanno figli. In particolare, il reddito mediano reale delle donne è cresciuto molto di più di quello degli uomini, del 61 invece che del 16 per cento. Questo ha permesso l’aumento, concentrato tra i ceti sociali meno abbienti, di famiglie guidate da donne lavoratrici, famiglie che sono passate dal 14 al 20 per cento del totale e le cui “conduttrici” spesso avvertono la presenza dei maschi, di regola in questi casi poco istruiti, come un peso.
La deduzione che una parte dell’elettorato popolare bianco e poco istruito fosse scontento della propria posizione è confermata dalle caratteristiche dei votanti democratici passati a Trump nel 2016, che erano soprattutto bianchi privi di istruzione superiore, spesso anche ostili alla globalizzazione e a un permissivismo in materia di immigrazione da cui si sentivano danneggiati. Nel 2024 il trend si è fatto ancora più forte e ha assunto nuove caratteristiche: tra i votanti di Biden passati a Trump un ruolo chiave lo hanno giocano i maschi sotto i 50 anni, che avevano sostenuto Biden al 53 per cento nel 2020 e che hanno invece nel 2024 preferito sia pure di poco Trump alla Harris. Ad essi si sono aggiunti settori delle comunità ispaniche, asiatiche e persino nere che hanno fatto la stessa scelta, regalando la vittoria a un Trump capace di conquistare rispettivamente il 48, 40 e il 15 per cento del loro voto rispetto al 36, 30 e 8 per cento del 2020. Un comportamento simile è stato assunto persino dai cittadini naturalizzati, irritati dalle politiche “accoglienti” nei riguardi dell’immigrazione clandestina, un campo che Biden aveva lasciato appunto alla Harris.
Più che evolversi i segmenti principali del blocco trumpiano si sono quindi estesi. Nel 2016 i tre più importanti erano i bianchi di entrambi i sessi senza istruzione superiore, il 44 per cento dell’elettorato, tra i quali Trump batté la Clinton 64 a 28 per cento; gli evangelici protestanti bianchi, il 20 per cento del totale dei votanti, che scelsero Trump al 70 per cento, una percentuale superiore a quella di altri gruppi religiosi tra cui egli è però in ascesa, anche grazie alla conversione al cattolicesimo di Vance; e i votanti delle aree rurali, più di un terzo del suo elettorato rispetto al 20 per cento di quello della Clinton. Ad essi nel 2024 si è aggiunto come sappiano un numero elevato di ispanici e asiatici nonché di maschi con meno di 50 anni.
Siamo qui di fronte a quella che si potrebbe definire la formazione di un bacino reazionario (nel senso letterale di reazione al cambiamento) di massa negli Stati Uniti, testimoniato anche dal sogno re-industrializzatore, un bacino che si va formando da tempo anche in Europa, dove però assume forme e contenuti diversi. Le sue fonti principali sembrano quindi essere cinque: la reazione alla crescente liberazione e affermazione femminile; quella al crescente ruolo di un sistema di istruzione di massa nel classificare le persone e nell’allocarle in fasce di reddito e garanzie diverse, riconoscendo le qualità femminili; la crisi demografica, quella delle famiglie e l’invecchiamento generale (di cui l’opinione pubblica americana comincia a intravedere i problemi, ma cui la sua parte progressista è ancora sorda); la reazione all’impatto differenziato della globalizzazione; e quella all’immigrazione, diversa se si tratta di un fenomeno legale o illegale.
La formazione di un “bacino reazionario (nel senso letterale di reazione al cambiamento) di massa”. La nuova disuguaglianza. La società che invecchia e l’immigrazione
La rivoluzione di genere colpisce infatti lo status dei maschi, specie ma non solo quello dei meno istruiti, che lo sanno e non ne sono felici. Ad essi centro e centrosinistra si sono guardati bene dallo spiegare gli aspetti positivi del fenomeno, ragionando piuttosto in termini di giustizia e di colpe, o dall’indicare rimedi rispetto a quelli negativi, come la crisi di un ruolo paterno che non si riesce a rinnovare e il danno provocato a tutti sul lungo periodo dall’assenza di figli, e quindi di vita. Se inoltre, sempre tra il 1980 e il 2020, la dimensione media delle famiglie è diminuita di poco (passando da 3,3 a 3,1 componenti), la loro solidità è diventata sempre più legata al livello di istruzione: la percentuale degli americani che si sono sposati almeno una volta e che ha divorziato è per esempio del 25 per cento tra i laureati, ma sale al 40 e più per cento, a seconda delle coorti, per chi ha al massimo un diploma delle secondarie.
Visto che una famiglia unita può contare spesso su due redditi, l’istruzione influenza anche così il benessere. E il successo scolastico incide non solo sul reddito ma anche sugli stili di vita, aggravando disparità che non sono solo economiche ma anche psicologiche, e includono una diversa possibilità di vivere coi propri figli. Negli Stati Uniti, come in Europa, tranne che per i pochi, veri ricchi il sistema di istruzione di massa si trasforma così da ascensore sociale (il suo aspetto prevalente quando a frequentarne i gradini superiori era una minoranza) a filtro sociale, che dà un contributo decisivo alla qualità della vita di chi lo attraversa, assegnandolo a questa o quella posizione.
Questo fenomeno genera anche un soddisfatto perbenismo tra chi è riuscito a scalarne i gradini con un certo successo. La più gran parte delle nuove classi medie, che deve all’istruzione il suo status, pensa infatti di “meritarlo” e guarda con sufficienza a chi non ce l’ha fatta, fermandosi ai gradini inferiori o riportando voti peggiori, gruppi tra i quali i maschi sono più numerosi delle donne. Con il voto a Trump, una parte degli americani ha così anche reagito a un nuovo moralismo, associato a un sentimento di superiorità spesso proprio dei ceti più istruiti e benestanti, un aspetto che forse aiuta a capire alcune delle più appariscenti caratteristiche dei protagonisti dell’“insurrezione” del sei gennaio 2021, molto dei quali sembravano degli “scappati di casa” piuttosto che i rappresentanti di gruppi sociali legge e ordine.
La globalizzazione acceleratasi dopo il 1991 ha avuto effetti cumulativi simili. Essa ha fatto del bene a tutti (senza i prodotti cinesi tutti i nostri redditi sarebbero inferiori e quelli dei più poveri avrebbero sofferto di più), ma ha colpito alcuni più di altri, e questi alcuni sono stati i lavoratori non laureati a basso salario, che svolgevano mansioni di routine nella manifattura tradizionale o vivevano nelle aree che hanno perso gran parte delle loro industrie. Si tratta di lavoratori spesso maschi – bianchi, neri e ispanici – che non solo hanno perso il loro status e il loro reddito, ma hanno difficoltà a trovare nel futuro lavori capaci di garantire guadagni pari a quelli degli addetti alle catene di montaggio delle grandi fabbriche di un tempo.
Si è andata così disegnando una nuova disuguaglianza, che prende forme diverse da quella europea pur condividendone alcune caratteristiche. Negli Stati Uniti, per esempio, l’indice di Gini (lo strumento più usato per stimare l’uguaglianza/disuguaglianza sociale) è cresciuto più che nei paesi europei passando dallo 0,40 del 1980 allo 0,462 del 2000 allo 0,488 del 2024 (quando era del 0,294 nell’Unione europea e del 0,322 in Italia). Anche in questo caso, il grosso dell’aumento della disuguaglianza – cresciuta quindi di circa il 20 per cento – è avvenuto tra gli uomini. Le donne che erano molto più diseguali in partenza hanno mantenuto le posizioni, sicché il peggioramento è avvenuto essenzialmente all’interno del mondo maschile. La maggiore differenziazione interna a quest’ultimo è stata causata soprattutto dal notevole aumento degli stipendi dei lavoratori più istruiti che lavorano nei nuovi settori di punta. Almeno una parte della maggiore disuguaglianza è quindi frutto dello sviluppo economico e tecnologico, cosa che contribuisce a spiegare la differenza con l’esperienza europea, dove la disuguaglianza non è forse cresciuta altrettanto anche a causa di una più forte tendenza alla stagnazione, oltre che del più forte ruolo redistributivo dello stato.
La maggiore disuguaglianza che caratterizza il nuovo mondo in cui sia noi che gli americani viviamo potrebbe inoltre essere legata a un fenomeno spesso sottovalutato. Mi riferisco a quella che sembra la tendenza stabile – i dati statunitensi la confermano da almeno 60 anni – a una disuguaglianza crescente all’interno di gruppi di famiglie ordinate in base all’età dei loro percettori di reddito. In particolare, le famiglie più “anziane” risultano molto più disuguali tra loro di quelle più giovani, probabilmente a causa del divario dello stato di salute e della capacità di attività dei loro membri. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini relativo al reddito complessivo delle famiglie i cui conduttori hanno meno di 30 anni è di 0,40, ma sale al 0,65 per quelle i cui conduttori ne hanno da 60 a 65; ed esso cresce allo 0,74 per quel che riguarda i guadagni derivati solo dalle attività dei loro membri (un dato che sorpassa lo 0.90 per le famiglie i cui conduttori hanno più di 66 anni). Quest’andamento è confermato dai risultati dell’indice di Theil, più attento alle differenze tra gruppi. Per quanto riguarda il reddito complessivo esso mostra una disuguaglianza medio-alta tra i gruppi più giovani (le cui cause varrebbe la pena di investigare visto che potrebbero essere legate all’ingresso precoce nel mondo del lavoro di quelli che saranno poi meno agiati) che poi decresce nella mezza età e riprende a crescere dopo i 55 anni. La tendenza alla crescita della disuguaglianza interna per gruppi crescenti di età in base ai loro quadagni è invece anche qui nettissima.
Società che invecchiano sembrano quindi avere una tendenza innata e sistematica all’aumento della disuguaglianza, dovuta a un diverso invecchiamento che a sua volta riflette differenze legate alla vita migliore resa possibile in passato da una maggiore istruzione e da lavori più stabili, meno usuranti e meglio retribuiti, ma anche alla genetica e al caso. Ciò contribuirebbe a spiegare alcuni dei tratti caratteristici delle società in cui viviamo e sarebbe perciò interessante stimare l’effetto specifico dei tre fattori (disuguaglianza fra coorti, diseguaglianza interna alle coorti e numerosità delle stesse).
Più in generale, malgrado i redditi delle famiglie più anziane continuino a essere – come è naturale che sia – inferiori a quelli delle famiglie il cui conduttore ha meno di 55 anni, negli Stati Uniti (come in Europa) si è affermata negli ultimi decenni anche una tendenza che vede i redditi delle prime crescere più di quelli delle seconde. Il fenomeno dipende anche ma non solo da sistemi pensionistici concepiti per società diverse da quelle odierne anche perché più capaci di sopportarli. Dal 1967 al 2005 per esempio il reddito mediano reale delle famiglie americane il cui capofamiglia aveva meno di 35 anni è aumentato del 27 per cento, mentre quello delle famiglie in cui esso aveva più di 65 anni è più che raddoppiato, e il miglioramento è continuato negli anni successivi. I giovani adulti e gli adulti guadagnano quindi ancora più degli anziani, ma hanno visto la loro posizione relativa peggiorare, un dato di cui vi è diffusa coscienza e che crea disagio, anche perché si somma alla percezione che il futuro sarà più difficile e le pensioni più basse e tardive. L’eredità immobiliare su cui molti contano ancora in Europa comincia inoltre a essere erosa negli Stati Uniti dalle spese legate alla vita nei complessi di assisted living, che spingono molti a vendere casa per assicurarsi una vecchiaia migliore.
Pur avendo migliorato notevolmente la loro situazione, molti vecchi continuano però a essere naturalmente scontenti perché sanno che il futuro non è loro. Quattordici milioni di essi vivono oggi da soli (un numero doppio rispetto al 1980 ma percentualmente inferiore a quello europeo) e tutti sono già entrati in quella che potrebbe essere chiamata l’età del “peggioramento continuo”. Malgrado fortunate ma occasionali eccezioni, ogni oggi della loro vita è peggiore di ogni ieri e migliore di ogni domani, il che li porta ad assumere una postura naturalmente reazionaria perché il passato è anche psicologicamente migliore oltre a essere culturalmente più “vicino” del futuro, dalle cui novità ci si sente emarginati. All’insoddisfazione di parte dei giovani si affianca perciò, sia pure per ragioni diverse, quella dei pur più favoriti anziani, e entrambi i bacini, specie nella loro parte maschile, alimentano un disagio che nutre i settori di destra e sinistra dello scontento.
Negli Stati Uniti come in Europa l’invecchiamento della popolazione ha anche un impatto significativo sull’atteggiamento nei confronti di fenomeni come la criminalità e l’immigrazione regolare. Nel caso della prima, per esempio, è probabile che anche una sua diminuzione non causi minore apprensione tra anziani per i quali la percezione conta più dell’andamento reale del fenomeno. Per quanto riguarda la seconda, generalmente più accettata dai giovani, il suo impatto su gruppi particolari – ancora una volta di regola i meno istruiti – porta questi ultimi a vedervi una delle cause del loro malessere. Sia tra una parte dei vecchi che dei giovani la reazione negativa è inoltre accresciuta oltre che dalle dimensioni quantitative del fenomeno da quelle qualitative, rappresentate dalla sua crescente diversità rispetto a un’immigrazione “tradizionale” che è stata fino agli Sessanta del Novecento essenzialmente bianca, cristiana ed europea, a eccezione di una componente latinoamericana però molto più ridotta di quella presente.
Grazie alla riforma del 1965 e a seguito del raggiunto benessere di un’Europa che ha visto dai primi anni Settanta il suo tasso di natalità scendere sotto quello di riproduzione, soprattutto dalla fine di quel decennio gli Stati Uniti hanno cominciato ad ammettere una grande quantità di immigrati di tipo nuovo. Dal 1980 al 2023 ne sono entrati nel paese più di 40 milioni, con picchi negli anni Novanta e nel decennio pre-Covid, di cui quasi venti milioni sono diventati cittadini. Meno del 10 per cento è di origine europea e più della metà è arrivata dall’America latina, coi messicani che superano da soli gli 11 milioni. Gli altri gruppi più consistenti sono indiani e cinesi (più di tre milioni), filippini (più di due) e altri asiatici, ma anche caraibici e africani.
Sono dati che suggeriscono il possibile approfondimento della frattura tra anglofoni di origine europea e una comunità latina e ispanofona in forte crescita, espressa per esempio dalle tensioni generate dallo show del rapper portoricano Bad Bunny nell’intermezzo del XL Super Bowl, pieno di riferimenti all’orgoglio latino. Vanno però ricordati anche i tanti ispanici che hanno votato per Trump, per motivi religiosi o per adesione al suo richiamo maschile e tradizionalista, ma pure per protesta nei confonti di una immigrazione clandestina spesso loro affine, da cui si sentono però minacciati.
Gli immigrati clandestini, che erano circa due milioni nel 1980, sono infatti oggi più di dodici milioni, una punta già raggiunta nel 2007 dopo una forte crescita cominciata negli anni Novanta. Si tratta in grande maggioranza di latino-americani e soprattutto di messicani, che costituirebbero da soli circa il 40 per cento di tutti gli irregolari, molti dei quali provengono anche da Guatemala, El Salvador e Honduras, nonché da Asia, Caraibi e Africa. La maggioranza di quelli tra loro che non si sono riusciti a regolarizzare ma vivono ancora negli Stati Uniti sarebbe entrata negli anni Novanta (3,4 milioni), nel 2000-09 (quasi quattro milioni) e nel decennio successivo (2,3 milioni).
Sono numeri che aiutano a comprendere come Trump abbia potuto ottenere consensi malgrado una retorica violenta, caricaturale e persino disumana che, come abbiamo visto, ha trovato sostegno persino tra gli immigrati regolari. Sembra però che il bacino elettorale che la ha più apprezzata sia stato quello dei maschi poco istruiti, tanto giovani che sentono anche loro quella concorrenza quanto anziani che vedono il loro mondo scomparire. I democratici, che hanno tentato di difendere gli ultimi si sarebbero così attirati l’ostilità dei penultimi, e Biden in particolare e la Harris più di lui, se ricordiamo che a lei fu affidata la risposta politica al problema migratorio.
Questa conclusione sembra corroborata dall’andamento del numero delle espulsioni di clandestini eseguite sotto gli ultimi presidenti, un dato complicato dalla varietà delle loro categorie e quindi solo indicativo. Si scopre infatti che Obama è quello che ne ha ordinate di più (circa 3,1 milioni in otto anni, con un picco di 440.000 nel 2013), seguito dal primo Trump, che usò una retorica aggressiva ma ne fece eseguire di meno (930.000 in un quadriennio). Ma se Bush e Clinton ne disposero ancor meno (ma il problema non era allora sentito in modo pressante), nel primo anno di Biden le espulsioni crollarono a 59.000 per risalire poi bruscamente a 271.000 nel 2024, quando si cercò di rimediare al danno politico ormai fatto.
In conclusione
La conquista trumpiana del Partito repubblicano come le difficoltà e le politiche di Biden, la sconfitta della Harris e la vittoria di Mamdani a New York segnalano la crisi dei due partiti tradizionali, che segue quella dei sistemi politici europei, dal crollo italiano degli anni Novanta alla quasi scomparsa della socialdemocrazia tedesca e del socialismo e del gaullismo francesi. E’ la conferma del tramonto del tipo di società che li aveva espressi e dell’emersione di una società nuova di cui l’analisi dei motivi della vittoria di Trump permette di tracciare un primo profilo. Esso illumina la fine del progetto democratico basato dai tempi del New Deal su un welfare all’inizio in parte ricalcato sulle esperienze europee e della cui morte scriveva acutamente già a fine Novecento nelle sue memorie Daniel Moynihan, uno dei suoi ri-ideatori negli anni della Grande società di Johnson. Il centro-sinistra americano è quindi di fatti da decenni senza un programma, il che ha aperto spazio alle nuove correnti woke e persino a un socialismo che un programma lo ha sempre perché si tratta di una para-religione che si rinnova nella fede di una società migliore ignorando la storia. Il tracollo dei repubblicani tradizionali punta con altrettanta chiarezza al drastico ridimensionamento, se non alla quasi scomparsa, del mondo da loro espresso.
Gli schieramenti della liberaldemocrazia del XX secolo, e quest’ultima con loro, sono quindi in crisi, una crisi espressa da un’afonia causata dalla loro incapacità di vedere la nuova società in cui viviamo e di parlarle, cioè di elaborare un nuovo discorso che certo non è facile costruire. Si aprono così spazi a “populismi” di tipo diverso, che suscitano a lor volta forti opposizioni che sembrano unite ma non lo sono se non di fronte al nemico, e non riescono quindi a costruire blocchi stabili. Negli Stati Uniti in particolare, una situazione complicata dalla nuova guerra in Iran e dalla crescente impopolarità di Trump, il cui tasso di approvazione è oggi sceso attorno al 40 per cento, lascia pensare che la sua probabile sconfitta nelle elezioni di novembre inneschi uno scontro forse drammatico. Il populismo trumpiano, che non ha probabilmente la forza di impedirle, è però intenzionato a delegittimarne i risultati, come apertamente dichiarato nel messaggio sullo Stato dell’Unione e questo in parte spiega la grandissima tensione che si avverte nei circoli intellettuali americani. Verranno quindi forse settimane decisive, ma anche se alla fine le elezioni togliessero a Trump il controllo almeno della Camera, e forse del Senato, la situazione non si stabilizzerebbe.
Se la possibilità di una soluzione autoritaria di tipo populista, basata su elezioni “guidate”, ancorché improbabile non è purtroppo scartabile, la crescita economica, il livello ancora relativamente basso della tassazione e la migliore, ma non buona situazione demografica, potrebbero tuttavia permettere agli Stati Uniti di trovare una temporanea stabilità attraverso un ulteriore aumento della spesa pubblica. Qui, insomma, al contrario che in Europa, esiste ancora lo spazio per una soluzione basata sull’espansione dello stato del benessere, sul modello di quel che è avvenuto in Italia negli anni Settanta del Novecento, una scelta che potrebbe rimandare lo scontro col nuovo mondo in cui viviamo.
Un orizzonte simile ma al tempo stesso diverso e più minaccioso, incombe su un’Europa il cui destino come comunità sarà deciso dalla guerra in Ucraina e dalle elezioni francesi del 2027, oltre che dall’evoluzione di nuovi populismi come quelli britannico o tedesco. Essa è inoltre scossa dalla perdita di qualcosa di più di un alleato cruciale e benevolo, visto che gli Stati Uniti sono stati a lungo anche un’Europa fuori d’Europa, pronti a venire in nostro soccorso e a finanziare la nostra sicurezza. Ma anche se gli interessi americani non coincidono più spesso con quelli europei, e sarebbe indispensabile riprendersi le chiavi di casa o meglio ancora cambiare la serratura, gli Stati Uniti restano il paese che ci è più vicino e il miglior alleato possibile in un mondo difficile. La necessaria presa di distanza andrebbe dunque guidata con fermezza ma anche saggezza e amicizia, un compito difficile su cui si gioca, come nei confronti della minaccia russa, il nostro futuro tanto in Europa quanto, nel caso peggiore, nella sola Italia.