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in medio oriente
Scade l'ultimatum di Trump. La rappresaglia iraniana potrebbe mirare a Suez
Il presidente americano che nel 2019 accusava i Democrats di aver portato gli Stati Uniti nel pantano del medio oriente ora sembra di essersi invischiato nelle sabbie mobili. Pioggia di missili iraniani su Israele
Quando scade l’ultimatum di Donald Trump? In teoria oggi, visto che le 48 ore scattavano da sabato, ma dipende se si tiene conto del weekend e soprattutto dell’umore del presidente. Anche per lui il tempo è relativo. Nell’attesa, l’Iran ha lanciato missili in pieno Oceano Indiano verso la base anglo-americana di Diego Garcia lontana 4 mila chilometri e soprattutto su Israele. “E’ stata una notte davvero difficile”, ha ammesso Benjamin Netanyahu. Ben 175 israeliani sono rimasti feriti (11 dei quali in modo grave) dai due ordigni caduti sabato prima a Dimona dove è collocato il reattore nucleare, poi poche ore dopo nelle vicinanze di Arad, bucando l’Iron Dome.
Una dimostrazione di forza da parte dei pasdaran che con la nomina del figlio di Khamenei sono ormai al comando assoluto? O sono gesti dettati dalla disperazione? Lo stesso Mojtaba nessuno lo ha visto e più tempo passa più assomiglia alla leggenda Cid Campeador issato ormai cadavere sul cavallo perché la sua figura carismatica potesse guidare i valenciani contro gli invasori berberi. Una risposta per il momento non c’è e gli analisti, compresi quelli dell’intelligence occidentale, sono divisi. Teheran minaccia una rappresaglia colpendo le infrastrutture energetiche. E molti immaginano che la prossima mossa, nel caso in cui gli Stati Uniti cercassero di liberare lo stretto di Hormuz con la forza, sarà il blocco di Suez.
Gli houthi finora sono rimasti fuori dal conflitto. Sono le truppe di riserva che l’Iran tiene in serbo come mossa della disperazione oppure vogliono restarne fuori? Secondo una scuola di pensiero non è la loro guerra e in ogni caso hanno paura di perdere il potere di ricatto che si sono conquistati: chi vuol passare deve pagare in un modo o nell’altro il suo tributo. La tesi contraria è che vengano tenuti in stand-by nel caso in cui i rapporti di forza peggiorassero. Nel caso di un blocco dello stretto di Suez, l’intero bacino del Mediterraneo potrebbe diventare un nuovo scacchiere del conflitto. A quel punto i paesi rivieraschi dovrebbero intervenire a cominciare dall’Italia, insieme a Francia, Spagna e Grecia. Ma anche la Gran Bretagna non potrebbe restare fuori non solo per proteggere Malta, ma soprattutto per tenere aperta Gibilterra. Scenari futuri per ora, ma scenari fondati.
I pasdaran hanno scelto una strategia di lunga durata, la più lunga possibile; alcuni analisti sostengono che sei mesi di resistenza attiva sarebbero sufficienti, un tempo troppo lungo per Trump. Le elezioni di mid-term, martedì 3 novembre, senza una chiara vittoria, con una crisi energetica che ricade anche sugli Stati Uniti ed entra nel portafoglio degli elettori, sarebbero davvero guai seri. Ma un successo pieno in tempi brevi è possibile? Secondo i capi militari israeliani la guerra è a metà strada e durerà almeno fino al prossimo mese mentre il ministro israeliano della difesa Katz sostiene che gli attacchi all’Iran aumenteranno a partire da questa settimana.
Molti analisti pensano che Trump voglia dichiarare vittoria al più presto se il costo del conflitto diventa troppo alto. Ciò lascerebbe in profonda crisi un paese di 93 milioni di abitanti, con centinaia di chili di uranio altamente arricchito sepolti sotto le macerie, infrastrutture vitali vulnerabili o distrutte del tutto e un regime politico disperato che cercherà di consolidare con ogni mezzo il suo controllo sul paese e preparare la rivincita. Tulsi Gabbard che dirige l’intelligence degli Stati Uniti, ha dichiarato al Congresso che il potenziale bellico iraniano è ancora sostanzialmente intatto. Ryan Crocker ambasciatore americano in Afghanistan e Iraq ha detto al Financial Times che gli iraniani stanno vincendo, nel senso che hanno dimostrato di poter resistere, non solo di sopravvivere, ma di provocare sconquassi. In ogni caso la vittoria che doveva arrivare in pochi giorni è lontana e soprattutto incerta perché incerto è lo stesso obiettivo della guerra. Trump che nel 2019 accusava i Democrats di aver portato gli Stati Uniti nel pantano del medio oriente ora sembra di essersi invischiato nelle sabbie mobili. Mentre il suo principale alleato, Benjamin Netanyahu, non nasconde il suo obiettivo da raggiungere in ogni caso se non ora in una prossima fase: il crollo del regime degli ayatollah, unica condizione per garantire a Israele una qualche sicurezza, almeno per un po’ di anni, prima che l’insidia alla sua esistenza venga da un altro fronte, sempre aperto, quello dell’estremismo degli arabi sunniti e della Fratellanza musulmana.