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Le crepe trumpiane dietro la guerra all'Iran, un conflitto poco apprezzato

Giulio Silvano

Dall’attacco all’Iran, JD Vance è sparito. E a destra tanti si rivoltano contro l’interventismo del presidente, che di fronte alle critiche per l'inversione di rotta rispetto al dogma "America First" ha risposto: "Maga sono io"

Il giorno in cui è stato dato l’okay definitivo all’operazione “Epic fury” in Iran, Donald Trump era nella sua Versailles marittima, in Florida. Accanto a lui nelle foto ufficiali vediamo il segretario di stato e falchetto Marco Rubio, già architetto dell’azione di cattura di Nicolás Maduro in Venezuela. Nella war room allestita nel resort c’era un grande assente: il vicepresidente JD Vance. L’hillbilly bestsellerista supportato dalla Silicon Valley girardiana era rimasto a Washington, insieme alla capa della Sicurezza interna, Kristi Noem, che di lì a poco è stata licenziata. L’esclusione del memetico millennial Vance, si dice nei corridoi, è nata dalla sua iniziale opposizione al regime change nell’Iran degli ayatollah. Il giorno prima che le bombe colpissero Teheran, Vance diceva in un’intervista al Washington Post: “Trump è scettico su un intervento iraniano”, aggiungendo che la via diplomatica era “alla loro portata”. Poco prima aveva incontrato il ministro degli esteri dell’Oman per cercare di organizzare altre negoziazioni sul nucleare. Negli incontri a porte chiuse Vance aveva dichiarato di non volersi impaludare in medio oriente, ricordando a tutti che il successo del movimento Maga è nato anche dalla netta opposizione alla politica estera dei predecessori repubblicani. George W. Bush, dalla discesa in campo in scala mobile del tycoon televisivo, era diventato il feticcio espiatorio della nuova destra. A rivedere i vecchi comizi di Trump c’è l’imbarazzo della scelta sulle posizioni anti-interventiste in Iraq e Afghanistan, su cui, con la sua solita empatia, sembrava ignorare il trauma collettivo dell’11 settembre. “Quando smetteremo di sprecare soldi nel ricostruire l’Afghanistan? Prima dobbiamo ricostruire il nostro paese”, twittava nel 2011 e, in un rarissimo caso di vicinanza al nemico originario, aveva addirittura dato ragione a Barack Obama quando aveva dichiarato di volersi ritirare da Kabul. Meglio Obama di Bush, nella strana ottica demagogica Maga. Da vero maestro del populismo Trump diceva: “Spendiamo otto triliardi laggiù e qui le strade cadono a pezzi”. E’ così che è nata la destra pacifista, la destra “America first!”, slogan che Philip Roth, nel romanzo distopico Il complotto contro l’America, fa uscire dalla bocca di un candidato presidente Charles Lindbergh, vittorioso contro Roosevelt, che fa subito un patto di non interferenza con Hitler e il Giappone e accusa gli ebrei di manipolare i media. È anche sulla necessità di tenersi fuori dai “conflitti degli altri” che questa nuova destra ha costretto i vari neocon a fuggire dal partito dei Bush (da David Frum a Colin Powell, fino a costringere Dick Cheney, artefice della politica estera di Bush, a dichiarare il suo voto per Kamala Harris). Una destra che adesso, dopo aver governato per cinque anni, con in mezzo la parentesi bideniana, si sente tradita dall’espansionismo che, usando il vocabolario della sinistra hippy e socialista, etichettano come “imperialista” e troppo costoso.

 

Torna la teoria del ferro di cavallo per cui gli estremi si avvicinano, e così contro l’intervento in Iran abbiamo riunite le vecchie pretoriane bionde iper-nazionaliste come Marjorie Taylor-Greene – “non abbiamo votato per questa guerra!”, grida, “Trump è un bugiardo!” – e i sessantottini del Vermont come Bernie Sanders coi suoi neo-troskisti di Brooklyn. La voce più forte che sta capitanando il mondo alt-right contrario alla guerra è quella di Tucker Carlson, influentissimo ex volto della Fox che si è costruito un suo canale-partito e che sta diventando un nuovo Steve Bannon. Più pulito, televisivo e preppy, con le sue cravattine Ralph Lauren e le sue interviste a Viktor Orbán. Carlson ha detto che questa guerra è “assolutamente crudele e disgustosa”, e senza paura di cadere nel più bieco cospirazionismo da Protocolli dei Savi di Sion, dice che Trump è diventato un burattino di Benjamin Netanyahu, perché questa “è la guerra voluta da Bibi”, per cui non dovrebbero morire soldati americani. Il senatore Ted Cruz, prima antitrumpiano e poi salito sul carro per evitare l’esilio, ha definito Carlson “il più pericoloso demagogo di questo paese”. “Ho visto più antisemitismo nella destra negli ultimi 18 mesi che in tutta la mia vita”, ha aggiunto il senatore texano, che secondo alcuni vorrebbe candidarsi nel 2028 alla presidenza - l’ultima volta è arrivato secondo. E qualcuno ha fatto anche il nome di Carlson per la Casa Bianca. “Si candiderà?”, gli hanno chiesto. E lui ha risposto: “Solo se sarà contro Cruz”. Nel team di Carlson c’è un’altra persona, anche lei figura di riferimento del trumpismo di qualche anno fa: Megyn Kelly. Anche lei ex-Fox, va nei programmi pomeridiani usando lo slogan: “Questa è la guerra di Israele”, aggiungendo che “nessun americano dovrebbe morire per un paese straniero”. Queste voci stanno creando una frattura interna, o comunque mostrano che non tutti sono uniti dietro il Commander in Chief.

 

L’altro giorno un senatore veterano del GoP, Lindsey Graham, la cui carriera precede l’arrivo dei Maga, e che da anni chiede un intervento militare in Iran, è stato contestato. Non dai democratici, ma da gente del suo partito, quelli che il sito di news Politico ha definito “scettici della guerra”. Graham ha minacciato i paesi del Golfo che non hanno aiutato con l’operazione militare – “ci saranno conseguenze!” –, ha invitato l’Arabia Saudita a unirsi ai bombardamenti e ha proposto di togliere le basi aeree americane dalla Spagna dopo che Sanchez l’ha definita una “guerra illegale”. Megyn Kelly, un tempo dalla stessa parte di Graham, l’ha etichettato come “un maniaco omicida”, che si sta comportando come “una coniglietta di Playboy” per farsi vedere in televisione da Trump. Il rasputin tradizionalista di Capitol Hill, Steve Bannon, ha detto che Graham dovrebbe registrarsi come “un agente straniero del governo israeliano”. Il podcaster Joe Rogan ha parlato di una guerra “malata”. L’influencer antisemita, e fan di Hitler, Nick Fuentes, ha detto che per via dell’interventismo trumpiano la prossima volta voterà un democratico. E poi è arrivato Joe Kent. Il super soldato, ex berretto verde ed ex Cia, che ha perso la moglie in Siria, un Ken mascellone, complottista, no vax e amico dei neo-nazi, nominato da Trump capo dell’antiterrorismo, ora si è dimesso proprio perché “l’Iran non era una minaccia imminente alla nostra nazione ed è chiaro che questa guerra sia iniziata su pressione di Israele e della sua potente lobby americana”. L’addio dell’avenger Maga Joe Kent è il segnale che la macchia d’olio dell’antinterventismo si sta allargando, e che è macchiata di antisionismo.

Non è poi un caso che questo GI Joe dell’alt-right sia un uomo di Tulsi Gabbard, la capa dell’intelligence americana che ha ammesso che, “sì, forse l’Iran non era proprio una minaccia”, ma che “alla fine a decidere cos’è una minaccia ci pensa il presidente”, a cui lei ha piacevolmente delegato ogni ruolo sull’Iran. Gabbard ha ammesso che il pericolo nucleare iraniano era già stato annientato a giugno, con l’operazione “Midnight Hammer”, e che nel frattempo non c’erano stati sviluppi che giustificassero un bombardamento. Ora Gabbard, se non sarà cacciata da Trump, rischia di diventare una spina nel fianco dell’amministrazione che ogni giorno cerca nuovi motivi per giustificare la guerra (l’ultima è che Trump aveva “sentito” dentro di sé, che l’Iran avrebbe attaccato a breve, come con quei calli all’alluce che un tempo prevedevano il meteo).

Alla cricca pacifista non interessa il numero di dissidenti morti uccisi dal regime degli ayatollah, le repressioni di massa, gli omicidi degli omosessuali, le torture. Non interessa se l’Iran era sul punto di sviluppare una bomba atomica. Non interessa se il paese stava diventando una “minaccia all’ordine globale e regionale”, anche per via dei suoi legami con la Russia e la Cina, come ha scritto il conservatore Bret Stephens sul New York Times (non proprio un giornale filogovernativo). “C’era un tempo, nemmeno troppo lontano”, ha scritto Stephens, “in cui sia alla sinistra che alla destra importava sufficientemente dei diritti umani per credere che, in alcune circostanze, fosse giustificabile un intervento militare”. Si sta così consolidando una fronda, che appare sempre più rumorosa, di chi a destra non accetta questa virata “globalista” di un presidente che si era sempre autopromosso come “presidente della pace”, tanto da ricevere il premio su misura della pace creato dalla Fifa e richiedere apertamente il Nobel (la signora Machado gli ha comunque regalato il suo, ma non è la stessa cosa). I giornali parlano di questa frattura dentro il partito, ma secondo alcuni non si deve urlare all’ammutinamento. Come ha notato il sito The Free Press, negli editoriali in cui si parla della crepa Maga non si cita un vero e proprio gruppo di deputati che ha provato a fare pressione. Non emergono voci dal Congresso che criticano chi vede nell’uccisione di Khamenei un’opportunità positiva per il medio oriente e per gli iraniani. L’unico senatore del GoP ad avere un ruolo apertamente discordante è l’ultra libertario Rand Paul (anche lui, come chiunque si conquisti una notizia da prima pagina, è dato come possibile candidato nel 2028). Paul, figlio d’arte, vorrebbe che il governo avesse meno influenza possibile nella vita delle persone, anche all’estero, per quanto abbia ammesso di detestare i pasdaran. “Non penso che sia la mansione del nostro governo essere coinvolti in ogni movimento che chiede la libertà in giro per il mondo”, ha detto. “Bombardare l’Iran non è la risposta. Come si fa a sganciare una bomba nel mezzo di una folla o di una protesta e proteggere le persone coinvolte?”. Paul è preoccupato che quando si tornerà al voto tra meno di un anno per rinnovare il Congresso, il prezzo del petrolio in salita porterà a un “disastro” per il suo partito. Già i sondaggi precedenti al conflitto gli danno ragione: secondo il Pew Research Center 7 americani su 10 sono scontenti della situazione economica del paese che Trump aveva promesso di risollevare durante la campagna elettorale – prima si parlava di uova, ora di barili di petrolio.

Anche se le voci più forti – Carlson, Bannon e Rogan – non sono quelle di persone elette, hanno comunque un ruolo centrale di grillo parlante raddrizzatore della nuova destra americana. E a differenza dei deputati questi pundit non hanno paura delle ritorsioni di Trump, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre (vale ancora la regola che senza il supporto del presidente le primarie repubblicane non si vincono e si resta fuori – meglio un fedelissimo sconosciuto che un veterano ribelle). La fronda nata dopo il 28 febbraio esiste, ma per ora è limitata. “Dipende da quanto tempo durerà il conflitto, e da quante vite americane si perderanno”, ha detto uno stratega repubblicano alla Bbc. Il sentimento fa in tempo a cambiare perché, come ricordano gli analisti, l’entusiasmo intorno alle operazioni militari all’inizio è alto, e può unire un paese. Ma dopo un po’, con i soldati che tornano ad Arlington fasciati dalla bandiera, lo slancio non può che diminuire. Per ora il numero di soldati morti è arrivato a 13. Nel 2001 l’approvazione per l’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan era del 93 per cento. Oggi il 50 per cento del paese dice, a posteriori, che quello di Bush è stato un gigantesco errore. Non va dimenticato che Obama vinse alle primarie contro Hillary Clinton anche perché lui, a differenza della ex first lady, aveva votato contro l’invio di truppe.

Di fronte alle prime critiche all’inversione di rotta rispetto al dogma “America first!”, che secondo i puristi col cappellino rosso inquina l’anima Maga, Trump ha risposto: “Maga sono io”. Una reazione molto da Luigi XIV. Ma Trump non sarà in giro per sempre, non tanto perché quest’anno compie 80 anni – e girano sui social le foto delle caviglie gonfie e dei lividi sulle mani – ma perché dopo questo mandato la Costituzione non gli permetterebbe di farne un altro. Ed è su questo punto, sulla successione, sul futuro della rivoluzione, che si torna sul vicepresidente. JD Vance dopo l’attacco in Iran è sparito, proprio lui che non perdeva nemmeno un’occasione per farsi vedere accanto al presidente (perché sa che l’unico modo per influenzare un boss boomer è la vicinanza fisica). Proprio lui che insultava Zelensky nello Studio Ovale e che difendeva il capo a spada tratta davanti a ogni critica, ha appena fatto un’apparizione alla Fox quando ha sentito la pressione di articoli che si chiedevano “dov’è finito JD Vance?” e poi è tornato nell’ombra. Vance sta pensando. Non gli piace che Marco Rubio – la cui vera ossessione è Cuba – e il pompato “ministro della guerra” Pete Hegseth – anche lui ex della Fox, la cui ossessione è invece “l’ethos del guerriero” – si stiano prendendo tutta l’attenzione. Ma Vance non vuole neanche diventare il volto di questa guerra, soprattutto se dovesse diventare un secondo Afghanistan. Vance non è uno stupido. E soprattutto vuole candidarsi alle presidenziali del 2028. Vuole arrivarci senza un bagaglio scomodo sulle spalle, senza la responsabilità di una politica estera che non piace al pubblico americano. Vuole dare la colpa di tutto a Rubio, quando verrà il momento e i due dovranno sfidarsi in tv per le primarie presidenziali – questa è la narrazione che si fa a Washington, vicepresidente vs. segretario di stato. Da quando è iniziata la guerra Vance ha postato solo otto volte sui social. Quando ha parlato brevemente in televisione ha sempre parlato in nome di Trump dicendo “il presidente fa, il presidente vuole”. Vance si sta fidando dei sondaggi, che vedono oltre la metà degli americani sentirsi “meno sicuri dopo l’attacco”. Secondo il 54 per cento del paese, dice la Cnn, “Epic fury” renderà l’Iran ancora più arrabbiato e minaccioso, con rischio di attacchi terroristici. Solo 2 americani su 10 appoggerebbero l’invio di truppe a Teheran. La maggior parte del paese vorrebbe che l’attacco finisse il prima possibile. Ma allo stesso tempo il 41enne Vance non vuole nemmeno perdere i favori del capo, non vuole cancellare la sua immagine di ossequioso e grato numero due, non vuole che Trump lo infili nella lunghissima lista dei traditori da epurare, perché sarebbe la sua fine dentro la Casa Bianca. Vance si era già, timidamente, provato a opporre agli attacchi contro gli houthi, in Yemen. Quando lunedì a Trump hanno chiesto se lui e Vance stessero litigando sull’Iran lui ha risposto: “Penso di no. No, no. Siamo molto d’accordo su questo tema”. Poi il presidente ha fatto una pausa e ha continuato: “Poi certo, direi che filosoficamente lui è un po’ diverso da me. Penso sia un po’ meno entusiasta sull’andare in guerra, ma è stato comunque abbastanza entusiasta”.

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