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da bruxelles

L'Europa e il tradimento dell'Ungheria

David Carretta

Il ministro degli Esteri dell’Ungheria, Peter Szijjarto avrebbe informato Mosca sulle discussioni interne all’Ue sull’Ucraina

Bruxelles. Il Washington Post nel fine settimana ha rivelato che il ministro degli Esteri dell’Ungheria, Peter Szijjarto, avrebbe regolarmente informato il suo omologo russo, Sergei Lavrov, sulle discussioni interne all’Unione europea sulla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. “Szijjarto effettuava regolarmente telefonate durante le pause delle riunioni dell’Ue per fornire al suo omologo russo, Sergei Lavrov, ‘aggiornamenti in tempo reale su quanto discusso’ e possibili soluzioni”, ha scritto il giornale americano, citando un funzionario degli apparati di sicurezza europea. Il ministro degli Esteri ungherese ha risposto con “fake news”.

    

Tuttavia, un’altra delle regole fondamentali della convivenza all’interno dell’Ue potrebbe essere stata violata dall’Ungheria di Viktor Orbán: l’assoluta riservatezza delle discussioni che avvengono tra i ventisette. Conseguenze? Avendo rifiutato di agire per tempo, l’Ue si ritrova disarmata di fronte a Orbán, costretta ad aspettare l’esito delle elezioni in Ungheria il 12 aprile nella speranza che gli elettori se ne liberino da soli. La scommessa è altamente rischiosa.

  

“La notizia che la gente di Orbán informa Mosca su ogni dettaglio degli incontri del Consiglio Ue non dovrebbe sorprendere nessuno. Nutrivamo sospetti al riguardo da molto tempo”, ha reagito su X il premier polacco, Donald Tusk. “Questa è una delle ragioni per cui prendo la parola solo quando strettamente necessario e dico solo quanto basta”, ha aggiunto Tusk, evidenziando quanto grave sia il comportamento dei rappresentanti ungheresi. Le discussioni tra leader e ministri sulla Russia sono segrete. Spesso i diplomatici sono esclusi dalla sala di riunioni, dove nemmeno i capi di stato e di governo possono portare telefonini e apparecchiature mobili. La Russia è una minaccia esistenziale per l’Ue. Secondo il Washington Post, “il governo Orbán ha fornito a Mosca una finestra vitale su discussioni sensibili nell’Ue, sia attraverso l’accesso fisico dei suoi alleati nel governo ungherese, sia attraverso l’infiltrazione di hacker russi nelle reti informatiche del ministero degli Esteri ungherese”. Le rivelazioni “non dovrebbero sorprendere nessuno”, ci spiega al Foglio un diplomatico europeo. “L’Ungheria è da anni il più forte alleato di Vladimir Putin nell’Ue. La domanda ora è cosa faremo collettivamente al riguardo. L’Ungheria sta attivamente sabotando la sicurezza europea”, spiega il diplomatico.

  

Lo stesso Orbán ha violato un’altra delle regole fondamentali della convivenza interna nell’Ue, quando ha deciso di mettere il veto a un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina che era già stato concordato all’unanimità dai capi di Stato e di governo – compreso lo stesso premier ungherese – a dicembre. La prima parte del vertice europeo del 19 marzo si è trasformata in un processo contro Orban. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, gli ha notificato che “una linea rossa è stata superata”, rinnegando la parola data su un accordo politico già raggiunto in dicembre. “Nessuno può ricattare il Consiglio europeo. Nessuno può ricattare le istituzioni dell’Unione europea”, ha detto Costa in conferenza stampa al termine del vertice. Eppure, nonostante tutto, a Orbán è consentito di ricattare un’Ue disarmata.

  

Le leve a disposizione dell’Ue sono inefficaci, esaurite o non più attivabili. Una procedura di infrazione da parte della Commissione per violazione del principio di leale cooperazione sarebbe possibile, ma ci vorrebbero anni prima di una decisione di condanna da parte della Corte di giustizia dell’Ue. Gran parte dei fondi dell’Ue all’Ucraina sono già bloccati a causa delle violazioni dello Stato di diritto. Gli altri governi non hanno mai voluto utilizzare l’articolo 7 del Trattato per sospendere il diritto di voto dell’Ungheria, perché considerato come l’opzione nucleare. Oggi non è più utilizzabile perché richiede l’unanimità e Orbán può contare su diversi alleati. A proteggerlo non sono solo lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babis. 

  

L’Ue si trova così costretta ad aspettare le elezioni del 12 aprile e sperare nella vittoria del leader dell’opposizione, Peter Magyar. Il suo partito Tisza è in testa nei sondaggi indipendenti. Ma il Fidesz di Orbán sta iniziando a recuperare terreno grazie alla martellante campagna elettorale contro l’Ucraina e l’Ue e il moltiplicarsi dei regali fiscali.  “Mi preoccupa che troppe istituzioni europee diano per scontata la sconfitta di Orbán”, ci ha detto l’eurodeputato dei Verdi, Daniel Freund, dopo una visita in Ungheria. Anche se Tisza dovesse arrivare in testa a livello nazionale, il sistema elettorale richiede almeno un vantaggio di cinque punti percentuali per strappare la maggioranza parlamentare a Fidesz. Poche migliaia di voti in una ventina di collegi elettorali potrebbero comunque garantire la maggioranza a Orbán.

   

C’è un altro scenario che preoccupa Freund. In caso di sconfitta, “non sappiamo se Orbán accetterà i risultati elettorali. Non sono sicuro che la Commissione e i governi nazionali si siano preparati adeguatamente per i diversi scenari post-elettorali”, spiega Freund. Cosa succederà se Orbán rifiuterà il risultato e Donald Trump si congratulerà immediatamente con lui per la vittoria? Con una maggioranza semplice in Parlamento, Magyar non sarà in grado di cambiare la costituzione e dovrà battersi con le altre istituzioni, tutte occupate da fedelissimi di Orbán. Diversi diplomatici ci hanno confermato che non ci sono ancora state discussioni tra i leader per coordinare una risposta comune ai diversi scenari. Il 13 aprile l’Ue potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione di oggi. “Il fatto che uno come Orbán possa prenderci in giro per un decennio, intascando tutti i soldi senza subire conseguenze per essere un traditore, è una macchia enorme sull’Unione e danneggia significativamente la nostra capacità di agire. Dobbiamo tornare alla lavagna e riprogettare l’intera struttura”, ha detto l’economista spagnolo ed ex parlamentare europeo, Luis Garicano.

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