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Limiti fattuali

Disprezzare gli alleati, l'errore americano nell'operazione Epic Fury

Oscar Giannino

La guerra contro l'Iran ha dimostrato l'infondatezza del primato indiscusso delle forze armate statunitensi: la capacità di “far da soli” non regge alla realtà di conflitti ad alto attrito. Ma non è un’evidenza solo militare. Vale altrettanto sul terreno economico, finanziario e commerciale

Alla quarta settimana dall’inizio di Epic Fury, una conseguenza sempre più rilevante si squaderna agli occhi di tutti gli osservatori. La ferrea volontà dell’attuale Amministrazione americana di imporre una ridefinizione globale dei rapporti internazionali basata sulla priorità degli interessi geostrategici e commerciali statunitensi era fondata sul primato indiscusso delle forze armate statunitensi di porre in essere da sole qualunque scala di interventi necessari nella multidimensionalità della sicurezza e difesa. Tale convinzione non si basava su sumeri e fatti, come riservatamente prima dell’avvio di Epic Fury gli stati maggiori della Difesa americana hanno tentato invano di spiegare a Trump. Era una convinzione ideologica. In quattro settimane, i fatti ne hanno dimostrato l’infondatezza. Finché si tratta di un blitz per l’esfiltrazione di un Maduro in un penitenziario Usa, è un conto. Ma se si interviene contro un attore primario della destabilizzazione e del terrorismo internazionale come l’Iran, il confuso andamento delle operazioni militari quotidiane dimostra l’infondatezza della tesi che gli Usa possano ottenere risultati efficaci e stabili facendo da soli.

 

Al contrario: Epic Fury rivela che anche gli Stati Uniti Maga scoprono di aver bisogno più che mai del pieno coinvolgimento e collaborazione dei loro alleati storici. A partire dai Paesi Nato europei, fino alle democrazie dell’Indo-Pacifico. La proiezione di forza americana a lungo raggio ha infatti dei limiti fattuali. L’enorme uso di missili da crociera lanciati da piattaforme navali americane già aveva pesantemente intaccato le scorte di Tomahawk nella guerra dei 12 giorni del giugno scorso. Dopo un utilizzo ancor più intensivo nelle prime due settimane di Epic Fury, gli Usa han dovuto ricorrere di nuovo ai loro bombardieri strategici, che però sono poche decine e devono mettere in conto lunghissime crociere di trasferimento per colpire. E’ più che mai necessario il pieno utilizzo delle basi americane ospitate nei diversi paesi del Golfo. Quelle che infatti gli iraniani colpiscono dal giorno uno della guerra, contando sul fatto che la difesa approntata dagli americani non sia adeguata a difenderle da centinaia di droni e missili, e che perciò le monarchie del Golfo si guarderanno dal partecipare a campagne di attacco all’Iran: è così che sta andando. Da Cipro alla Turchia, sono asset Nato a garantire la difesa contro missili e droni, non statunitensi.

 

Di fonte alla scontata conseguenza del blocco di Hormuz, Trump ha dovuto ricorrere a un vasto e accorato appello al coinvolgimento diretto militare dei paesi alleati europei e dell’Indo-Pacifico, perché la Us Navy non ha la forza di garantire da sola la difesa a petroliere e mercantili. Per quanto riguarda eventuali operazioni terrestri, le Expeditionary Marine Unit, le unità multidominio di proiezione di forza a lunga distanza del corpo dei Marines, sono state negli ultimi anni ridotte di numero, consistenza e basi logistiche, per via della profonda transizione tecnologica che è loro necessaria. Ma Epic Fury dimostra che oggi gli Usa sono costretti a far passare settimane di rotta transoceanica, dacché decidono eventualmente di usarle a far loro raggiungere il teatro operativo scelto. La stizza con cui Trump ha reagito dando dei “codardi” ai paesi alleati che si vogliono impegnare ma solo alle loro condizioni e non a quelle di un leader che ogni tre ora annuncia sui social cambi di obiettivi da perseguire, è la misura della crescente consapevolezza di ciò che Trump non dirà mai: cioè che la capacità americana di “far da soli” non regge alla realtà di conflitti ad alto attrito.

 

Non è un’evidenza solo militare. Vale altrettanto sul terreno economico, finanziario e commerciale. Ora che Washington è alle prese con la benzina sopra i 4 dollari al gallone e aeroporti nel caos per tratte internazionali ferme verso tutti gli hub del Golfo Arabico verso l’Asia, non c’è grande media Usa che non sottolinei l’errore di non prevedere una cooperazione tra alleati per affrontare le conseguenze su prezzi energetici e tratte commerciali che inevitabilmente sarebbe rimbalzata in tutto il mondo per la risposta iraniana a Epic Fury. Le democrazie europee e dell’Indo-Pacifico dovrebbero riflettere rapidamente insieme, su tutte queste evidenze. Per avviare non solo una più profonda diretta cooperazione tra medie potenze occidentali con interessi geostrategici convergenti. Ma per cominciare anche a offrire insieme un’alternativa alla cooperazione con gli Usa post Trump. Sinora, sono solo Cina e Russia a godere della resilienza del terrorismo iraniano. 

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