Un'immagine del relitto dell'Arctic Metagaz alla deriva
la "bomba" russa
La Russia non vede l'ora che l'Arctic Metagaz distrutta dagli ucraini diventi un disastro
La nave gasiera alla deriva davanti a Tripoli, nei pressi del gasdotto Greenstream che rifornisce l'Italia. Come la Libia è diventata terreno di scontro fra Mosca e Kyiv a colpi di traffici di armi e fake news
C’è una “bomba a orologeria pronta a esplodere” nel Mediterraneo, ha avvisato qualche giorno fa un portavoce del nostro ministero degli Esteri sentito dalla Cnn. Questa bomba si chiama Arctic Metagaz, una nave gasiera della flotta ombra russa colpita lo scorso 3 marzo da “droni marittimi e aerei in acque neutrali”, secondo quanto dichiarato dal ministero degli Esteri di Mosca, a circa 168 miglia nautiche a sud-est di Malta. I principali indiziati ad avere lanciato l’attacco sono gli ucraini che in segreto operano nella Libia occidentale. E mentre la Russia accusa Kyiv, i governi di Italia, Malta e Libia si rimpallano le responsabilità della messa in sicurezza di questo gigante di 280 metri di lunghezza. Mosca osserva da vicino, seguendo la nave con la Jupiter, una petroliera che si tiene a distanza di sicurezza. “Visti i rischi ambientali e per le infrastrutture, l’interesse dei russi è che qualcosa vada storto per accusare gli ucraini del disastro”, spiega al Foglio una fonte libica.
L’Arctic Metagaz contiene gas pronto a esplodere da un momento all’altro, perché la nave non è più operativa e i sistemi criogenici che lo mantenevano a temperature di circa 160 gradi centigradi sotto zero sono spenti. In balìa dei venti e delle correnti, con l’equipaggio che ha trovato rifugio a Bengasi, nella Libia orientale, e con lo scafo squarciato, l’Arctic Metagaz in questi giorni si è mossa spostandosi da est a ovest. Il monitoraggio di Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale che ha seguito la vicenda sin dall’inizio e che sta tracciando il relitto da giorni, dice che la gasiera russa ha prima superato Malta, si è spinta pericolosamente a poche decine di miglia da Lampedusa e Linosa, per poi scarrocciare verso sud. Ieri si trovava a circa 85 miglia nautiche davanti a Tripoli, nei pressi del Greenstream, il gasdotto gestito da Eni e da cui transita il 5 per cento delle nostre importazioni di gas, estratto a Mellitah e consegnato 500 chilometri più a nord, a Gela. Nei paraggi ci sono anche piattaforme per l’estrazione di petrolio – quella di Bouri, sempre gestita da Eni, e quella di al Jurf, controllata dalla National Oil Corporation libica e dalla francese Total. Per entrambe è stato aumentato il livello di allerta al massimo.
“La nave è sempre stata nella zona sar maltese, quindi non è nostra responsabilità”, dicono al Foglio dal dipartimento della Protezione civile che segue la vicenda. “A ogni modo, abbiamo ricevuto una dichiarazione di interesse da parte dell’armatore della nave per la messa in sicurezza e lo smaltimento”. Secondo quanto previsto dalle convenzioni internazionali, la responsabilità della messa in sicurezza spetta all’armatore, in questo caso russo, e le zone sar sarebbero ininfluenti. Ma i giorni passano e non si registrano novità su alcun tipo di intervento.
La vicenda dell’Arctic Metagaz è un garbuglio di sicurezza, politica e propaganda che nasce in Libia, da dove sono partiti i droni, forse da una postazione a Misurata. La presenza ucraina nel paese è sempre stata avvolta dal mistero ma è almeno dal 2015 che Kyiv è attiva in Tripolitania, più o meno da quando i russi della Wagner si sono schierati al fianco di Khalifa Haftar nell’est. Chi gestisce le relazioni fra Kyiv e Tripoli è il colonnello Andriy Bayuk, attaché militare all’ambasciata ucraina ad Algeri (nella foto in basso a sinistra). Secondo un rapporto dall’intelligence algerina, lo scorso anno Bayuk avrebbe facilitato la consegna di droni ucraini a Tripoli. A luglio, sempre secondo il report, l’ex inviato ucraino in Algeria, Maksym Subkh, è stato rimosso per non avere condiviso l’invio di droni in Libia perché lo considerava un’ingerenza pericolosa nel paese nordafricano. Pochi giorni dopo la diffusione di questi dettagli, lo scorso maggio, anche il procuratore generale di Tripoli ha aperto un’indagine sul flusso di droni ucraini alla frontiera algerina, definito una sospetta violazione delle norme internazionali sul traffico di armi.
Da quel momento in Libia è iniziata una guerra di propaganda tra Kyiv e Mosca combattuta a colpi di accuse reciproche e fake news. Lo scorso 23 dicembre, nelle ore immediatamente successive all’incidente aereo in Turchia che aveva portato alla morte del capo di stato maggiore di Tripoli, generale Ali Ahmed al Haddad, su molti canali telegram libici è stata fatta circolare una foto che ritraeva una vettura con una bandiera ucraina sul cruscotto parcheggiata sotto il quartier generale del governo di Tripoli. Il messaggio era che Bayuk avrebbe orchestrato con il premier Abdulhamid Dabaiba l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava al Haddad, fermo oppositore di ogni ingerenza straniera in Libia compresa quella ucraina, per sbarazzarsene. Un’accusa che però non ha mai trovato conferme. “Al Haddad non aveva un peso politico tale da interferire in questo genere di scelte”, dicono al Foglio da Tripoli.
Poi, a febbraio scorso, sono arrivati gli attacchi contro le forze di Haftar nel sud della Libia, al confine con il Niger, che hanno portato all’uccisione di tre militari. L’attacco sarebbe stato lanciato dai ribelli Tebu, sostenuti da Dabaiba, usando droni sulla cui provenienza si è aperto un altro capitolo della guerra di propaganda russa. “Si è sparsa la voce che quei droni siano ucraini, ma non esiste alcuna prova – ci racconta una fonte informata –. Ma è bastato a creare una correlazione tra l’attacco in Niger e l’Arctic Metagaz. Una correlazione che in realtà non esiste”. Chi trae vantaggio da queste fake news è la Russia, che accusa l’Ucraina di usare la copertura diplomatica delle ambasciate per trasferire equipaggiamento militare e istruttori a gruppi terroristici in Africa. Il caso della nave gasiera è solo l’ultimo capitolo di una storia che ora rischia di culminare in un disastro ambientale e logistico a poche miglia dalle nostre coste.
la guerra asimmetrica