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In pista dame e cavalieri. Rosso, nero o Macron? La Francia al gran ballo dell'Eliseo
Nelle città francesi va in scena la prova generale delle presidenziali 2027, una resa dei conti per l’Europa intera. Protagonisti e dilemmi del tourbillon politico d’oltralpe. Da Bardella e Mélenchon a madame Lagarde. C’è anche il burattinaio dei media Bolloré
È meglio il teatro musicale italiano o il teatro francese? La querelle des bouffons scoppiò nel 1752, ma andava avanti da tempo, da decenni perfino. Meglio Pergolesi o Lully che per la verità era un italiano (Lulli senza ypsilon) francesizzato? Sembrava una tipica polemica tra oziosi intellettuali - oggi diremmo da Ztl - invece arrivò fino al ventre di Parigi. Le opere comiche, les bouffes, erano popolari di là come di qua dalle Alpi e Luigi XV sentendo odore di bruciato, mise al bando i bouffons nemmeno fosse stato un Donald Trump (altro che Beneamato come lo hanno poi chiamato). Di litigi tra “cugini” ce ne sono un’infinità in tutti i campi, dal cinema alla moda, dall’automobile agli aerei, ma la politica è sempre stata al primo posto. Meglio Charles de Gaulle o Alcide De Gasperi, meglio Georges Marchais o Enrico Berlinguer, meglio François Mitterrand il moderato che diventa socialista o Bettino Craxi il socialista che diventa moderato? E oggi: meglio Jordan Bardella o Giorgia Meloni? Tra poco più di un anno saranno gli elettori a scegliere. Si vota in Francia per il presidente, si vota in Italia di riffa o di raffa per il capo del governo. E’ dei francesi in perenne mal di pancia che oggi vogliamo parlare, raccontando la messa in scena tra grandi attori e comprimari, tuttavia non possiamo ignorare che una destra al Palais de l’Élysée e una destra a palazzo Chigi potrebbero ribaltare come un guanto vecchio l’intera Unione europea.
L’anteprima
Il voto in 34.875 municipi ha aperto una lunga stagione elettorale. Il primo turno ha fotografato una Francia ancora divisa e confusa. Per il momento non c’è stata nessuna onda nera. Domani vedremo cosa uscirà dal gioco delle alleanze e come il risultato si rispecchierà al Senato che è espressione degli enti locali. Il Rassemblement National di Marine Le Pen si conferma primo partito e tenta di superare le fratture sociali e territoriali sfondando nelle grandi città. Forse gli riuscirà a Marsiglia, mentre a Parigi continua a non avere seguito. E’ in testa il candidato socialista Emmanuel Grégoire che se la dovrà vedere con Rachida Dati, ex ministra della cultura e già chouchou, cocca, di Nicolas Sarkozy. La chiave che potrebbe aprire le porte dell’Eliseo è l’avvicinamento al centro grazie ad accordi con quel che resta del partito gollista, una marcia affidata a Jordan Bardella. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon paga politicamente la morte di un militante di estrema destra, Quentin Deranque, di 23 anni, pestato il 12 febbraio scorso a Lione da un gruppuscolo gauchiste. Bardella punta il dito contro lo stesso partito di Mélenchon e chiede che sia eretta una barriera come quella che aveva isolato il suo Rn. Insomma lo specchio opposto del Nuovo fronte popolare che nelle elezioni di due anni fa aveva impedito il successo lepenista. In Francia, proprio come in Italia (le vite parallele non finiscono mai) il collasso dei due principali pilastri politici ha scosso il sistema: nello stivale erano la Democrazia cristiana e il Partito comunista, nell’esagono il partito gollista e il partito socialista. Crollati i due partiti di massa, si sono aperte praterie per il pascolo dei nazional-populisti e dei social-populisti. Nelle urne francesi più che in quelle italiane si gioca una resa dei conti per l’Europa intera. Chi sono i protagonisti principali e quali i comprimari della Grande Bouffe?
Il bel Jordan
Dobbiamo imparare a conoscerlo meglio, non è più un outsider e rispecchia non la vecchia Francia alla quale si rivolgeva Jean-Marie Le Pen, ma un paese ormai da tempo multiculturale e multietnico che vive questa sua nuova identità con fatica e un intrico di contraddizioni. Bardella è nato il 13 settembre 1995 a Drancy, comune periferico dell’’Île-de-France (la gigantesca distesa che circonda Parigi abitata da quasi 13 milioni di anime, un quinto di tutti i francesi) in una famiglia di immigrazione mista, italiana, ma anche un po’ algerina. Il padre Olivier gestiva distributori automatici a Montmorency. Il giovane Jordan, dopo una scuola secondaria privata, ha brevemente frequentato l’università, ma ha cominciato a far politica a diciassette anni nel Front National da poco passato nelle mani di Marine Le Pen, che cercava di uscire dall’ombra ingombrante del padre promuovendo una nuova generazione. Consigliere regionale a vent’anni, deputato europeo a ventiquattro, oggi presidente dei Patrioti per l’Europa, il gruppo al quale aderiscono anche Viktor Orbàn, Vox, la Lega di Matteo Salvini. Marine lo prende sotto la sua ala anche se non ha certo la vocazione da mamma chioccia, basti ricordare come ha trattato la figlia Marion Maréchal (sposata in seconde nozze con Vincenzo Sofo, europarlamentare di Fratelli d’Italia) accusata di tradimento per aver sostenuto Éric Zemmour alle presidenziali del 2022. E’ l’anno della svolta anche per Bardella, diventato presidente del partito. Marine arriva al secondo turno, ma perde contro Macron. Jordan sceglie di cambiare marcia e alle europee del 2024 ottiene il 31,37 per cento dei consensi, record assoluto, il doppio della lista di maggioranza. Macron scioglie il parlamento. “Siamo pronti a governare” proclama Marine Le Pen, e il candidato primo ministro è proprio il giovane Bardella. Non va come sperato, anche se il Rassemblement National si conferma primo partito. Ne esce un parlamento frastagliato che vota ben quattro governi in due anni con tre diversi premier. L’instabilità lascia Roma e s’installa a Parigi.
Bardella cerca di dare al Rassemblement National un insediamento politico-sociale in parte nuovo e insegue la classe dirigente, a cominciare dall’élite degli affari. Certo la base è sempre popolare, sull’immigrazione non si cambia, resta ancora la paura della “sostituzione etnica” anche da parte di chi è frutto di un antico métissage. Niente matrimonio gay, il bel Bardella cambia partner femminile con frequenza, dopo aver pescato nell’entourage della famiglia Le Pen, ora ha fatto un salto di classe con Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie, italianissima anzi romana, la cui madre Camilla è erede della Vitrociset (elettronica per la difesa ora parte del gruppo Leonardo) fondata da Camillo Crociani, ex parà della Folgore, implicato nello scandalo Lockheed e fuggito in Messico. La svolta liberista a favore delle imprese contro dazi e tasse sulle società, è la mossa che più avvicina Bardella a un capitalismo francese tradizionalmente gollista, ma non più solido come un tempo e politicamente smarrito, pieno di personaggi in cerca di autore. Tra questi una vecchia conoscenza italiana.
Bolloré il mangiafuoco
Dopo aver sostenuto la fugace avventura di Éric Zemmour, il finanziere bretone è tornato a sostenere il Rassemblement National con l’ambizione di diventare il burattinaio della nuova destra trionfante. La svolta evidentissima è avvenuta già nel 2025, quando con le sue reti televisive d’attacco C8 e CNews ha scatenato una campagna contro la condanna di Marine Le Pen e altri 23 membri del partito per uso illegale dei fondi pubblici del parlamento europeo. La vogliono sconfiggere non nelle urne, ma nelle aule giudiziarie, è il vieto argomento usato in tutti i paesi ogni volta che un politico viene preso con le mani nella marmellata. Non che non succeda anche questo, ma ripetere la cantilena a ogni latitudine svuota l’argomento di ogni concretezza e attendibilità.
Vincent Bolloré è un attore di primo piano nel gioco del potere francese. Oggi vale una decina di miliardi di euro e possiede una delle principali fortune di Francia. Si è ritirato dietro le quinte lasciando la gestione ai figli, ma è sempre lui a tirare i fili, sceglie i pupi e fa il Mangiafuoco. Ha avuto un ruolo importantissimo anche in Italia come amico e poi avversario di Silvio Berlusconi, come socio rilevante della Mediobanca e sostenitore del suo padrino Antoine Bernheim al vertice delle Assicurazioni Generali, infine come principale azionista di Tim. La campagna d’Italia, durata quasi vent’anni si è risolta in sconfitte con consistenti perdite monetarie, in Francia invece è diventato un principe dei media con il gruppo Havas, Vivendi, le radio (Europe1 e RFM), i giornali (Telé-Loisirs, Femme actuelle, Capital, Paris Match, Le Journal de Dimanche). Media vuol dire politica e politica vuol dire potere. Bolloré ha schierato le sue bocche di fuoco per la destra estrema, lasciandosi alle spalle i gollisti, ormai perdenti. Non è l’unico. Si è mosso Pierre-Edouard Stérin, patron del fondo d’investimento Otium e dei cofanetti Smartbox, anche lui vuole concentrare il suo volume di fuoco finanziario e d’influenza nella costruzione di una destra dura e pura, ma di governo. Così vara il progetto Périclès con 150 milioni di euro a disposizione. Saranno i Musk e Thiel di Francia? E’ da vedere, soprattutto bisognerà capire come si schiereranno gli altri grandi capitalisti che hanno mescolato affari industriali e informazione, Bouygues con la prima rete televisiva Tf1, Lagardère, Arnault, o influentissimi esponenti della old money come i Rothschild. Rimasti orfani del gollismo, delusi da Macron e ancor più dal macronismo, un bambino mai nato davvero, verso chi volgeranno i loro consensi e i loro favori?
La gran dama dell’Euro
Christine Lallouette sposata Lagarde (ha mantenuto il cognome del marito anche dopo il divorzio) sarebbe pronta a dimettersi dalla presidenza della Banca centrale europea prima della scadenza. E’ stata eletta nel novembre 2019, dovrebbe passare il testimone nell’ottobre 2027, ma secondo il Financial Times vorrebbe mollare forse già quest’anno. Dal quartier generale di Francoforte dicono che nessuna decisione è stata ancora presa, la presidente è concentrata sul suo lavoro. Decisione no, ma tentazione sì. Avvocata di grido, non economista né banchiera, borghese parigina bravissima nel creare ed espandere le relazioni che contano, ha incontrato la politica nel 2005 quando Dominique de Villepin l’ha chiamata nel suo governo mentre all’Eliseo regnava ancora Jacques Chirac. Due anni dopo sotto la presidenza Sarkozy è il primo ministro François Fillon ad affidarle il ministero dell’agricoltura, poi quello dell’economia, finché nel 2011 prende il posto del socialista Dominique Strauss-Kahn, travolto da uno scandalo sessuale dal forte connotato politico, alla guida del Fondo monetario internazionale. Era stato Sarkozy a spedirla a Washington dopo che il tribunale dei ministri l’aveva censurata per aver favorito il sulfureo uomo d’affari Bernard Tapie. Nel 2019 è Macron a sceglierla per la Bce, con uno scambio di euro-poltrone tutto franco-tedesco che consente ad Angela Merkel di inviare a Bruxelles Ursula von der Leyen.
L’impegno originario con il presidente francese era che Christine Lagarde restasse solo cinque anni, ma Macron le aveva risposto che doveva completare gli otto anni del suo mandato. Ora può aspirare alla poltrona della Banca di Francia, visto che si è dimesso anche il governatore François Villeroy de Galhau, o tornare in politica. L’eventualità che Bardella o Mélenchon prendano possesso dell’Eliseo fa tremare le vene e i polsi. Lagarde potrebbe diventare primo ministro nel caso di una presidenza Villepin o, perché no, mettersi in corsa per l’Eliseo. Mai una donna è entrata per la porta principale, politique è un vocabolo femminile anche in francese, ma la politica è più maschile che in Italia. Madame Lagarde ha i numeri? Per il momento non ha nemmeno le truppe. Il suo bilancio a Francoforte non è dei migliori. Le crisi di questi anni l’hanno sempre presa in contropiede ed è stata lenta a reagire. Prima la pandemia, poi l’invasione russa dell’Ucraina che scatena una crisi del gas e un’impennata dell’inflazione fino all’11 per cento annuo nel 2022. Ora ci ricade: “L’inflazione è sotto controllo, ma faremo tutto il necessario”, proclama. Se perdesse il controllo dovrebbe stringere i cordoni della borsa e allora addio Eliseo, addio Matignon (il palazzo del primo ministro), addio sogni di gloria politica. Come consolazione c’è la poltrona di prestigio al vertice del Forum economico mondiale, quello di Davos. C’è pur sempre una pensione dorata, due figli, il suo compagno Xavier Giocanti, imprenditore marsigliese e i nipotini. “Per il mio futuro vedrò dove sono loro poi deciderò”, ha detto il 15 febbraio scorso. Segniamoci la data a futura memoria.
La signora in nero
Marine Le Pen è davvero fuori gioco? “La mia candidatura è nelle mani di tre giudici che decideranno se i milioni di francesi che vogliono votare per me potranno farlo o meno”, ha dichiarato. Nel marzo 2025 il tribunale di Parigi ha stabilito che lei era al centro di un “sistema fraudolento” utilizzato dal suo partito per sottrarre fondi al Parlamento europeo per un valore di 2,9 milioni di euro, comminandole un’interdizione di cinque anni dai pubblici uffici. Durante il processo d’appello, Le Pen ha riconosciuto che alcuni dipendenti pagati come assistenti parlamentari dell’Ue hanno svolto un lavoro per il suo partito, ma credeva che fosse consentito e non ha mai cercato di nasconderlo. L’appello si è concluso l’11 febbraio e il tribunale di Parigi che si occupa del caso ha fissato la data del verdetto al 7 luglio. Se la corte confermasse la prima sentenza, alla tre volte candidata alle presidenziali verrebbe impedito di riprovarci. Ma se Jordan vincerà, sarà lui a stabilire “il ruolo che vuole che io abbia”, ha dichiarato Marine Le Pen. E magari potremmo avere il figlioccio presidente e la madrina primo ministro, una soluzione alla Medvedev-Putin, così l’Eliseo diventerebbe un Cremlino, ma più gaio.
La stella cadente
Difficile dire che Emmanuel Macron sia stato una meteora, due mandati alla presidenza non passano invano, eppure ancora oggi non si capisce chi sia. E’ l’allievo di Paul Ricœur il filosofo che lo ha ispirato all’università o il giovane di studio nella “casa Rothschild” che lo ha fatto ricco (quasi tre milioni di euro)? In politica è il seguace di Michel Rocard, socialista riformista, convinto europeista, o è un gollista del XXI secolo? “L’ambiguo Monsieur Macron” lo ha chiamato in un libro inchiesta il giornalista Marc Endeweld mettendo in risalto le contraddizioni della sua stessa biografia: il rapporto con la nonna dal sapore proustiano; la relazione con Brigitte Trogneux di vent’anni più grande: l’allievo e l’insegnante, un amore clandestino nato sui banchi del liceo di Amiens; l’intelligenza pronta a cogliere l’occasione e la tenacia. In tutti questi anni ha spinto il piede sull’acceleratore rinnovando l’economia con tagli alle tasse e riforme del mercato del lavoro. La capitalizzazione della borsa di Parigi ha toccato il 150 per cento del prodotto lordo, non lontana da quella di Londra. L’ansia competitiva ha aumentato una già diffusa ansia sociale. Da quando è stato rieletto nel 2022 ha esercitato ben 23 volte l’articolo 49.3 della costituzione che consente di scavalcare l’Assemblea nazionale, più di quanto abbia fatto qualsiasi governo negli ultimi trent’anni. Fin dal discorso alla Sorbona nel 2017, ha lanciato l’idea di sovranità non più nazionale, ma europea. Per Macron l’Unione europea deve diventare “una terza potenza nell’ordine mondiale” (sogno già del generale de Gaulle), ciò richiede una “autonomia strategica” del Vecchio continente e per questo ha proposto di mettere a disposizione la force de frappe nucleare. Schierato con l’Ucraina, non ha mai chiuso il telefono a Putin; non sta con Trump, soprattutto dopo la guerra con l’Iran, però non vuole rompere, anzi aspira a essere la sponda europea più importante, altro che Merz, altro che Meloni. Parigi val bene molto più di una messa. Ma Macron non è più un profeta in patria, e ormai nemmeno in Europa.
L’ultimo giacobino
Mélenchon, chi è costui? Fino a pochi anni fa era un Carneade, poi è diventato la speranza della variopinta gauche. Anche lui figlio della Francia multinazionale (il padre nato a Orano nell’Algeria francese da genitori spagnoli, la madre figlia di uno spagnolo e di una siciliana) ha visto la luce a Tangeri, in Marocco, nel 1951, è un pied-noir come si chiamano i francesi del Nord Africa. A 11 anni torna nella madrepatria, studicchia (laurea breve in lettere e filosofia) e soprattutto milita. Trotzkista, socialista, massone, diventa senatore nel 1986 e nel 2000 va al governo con Lionel Jospin in una posizione minore: ministro delegato alla formazione professionale. Ma morde il freno e nel 2008 fonda il Partito di sinistra che tre anni dopo alle europee si allea con quel che resta del partito comunista. Sembra destinato a una militanza rumorosa, ma marginale, eppure non molla: alle presidenziali del 2012 prende l’11 per cento e al ballottaggio appoggia François Hollande, leader del partito socialista. Da allora è la spina nel fianco della gauche, prima con il Fronte di sinistra, poi con la France Insoumise, partito fondato nel 2016. La crisi dei socialisti gli porta voti tanto che nel 2022 prende il 21 per cento. Nel 2024 è il primo partito del Nuovo fronte popolare, il raggruppamento della sinistra che con 178 deputati diventa la prima forza politica nell’Assemblea nazionale, davanti a Ensemble di Macron e al Rassemblement National di Le Pen. Mélenchon sogna e i suoi sogni sembrano farsi concreti, persino l’Eliseo gli si spalanca davanti agli occhi. Ma ora sta diventando vittima di quella radicalizzazione che ha seminato a piene mani nella vita politica francese. Perché c’è sempre qualcuno più radicale in grado di far fallire qualsiasi radicalismo.
L’aristo-diplomatico
Estremista proprio no, Dominique Marie François René Galouzeau de Villepin con tutti quei nomi non potrà mai esserlo. Eppure ha sfidato gli Stati Uniti come mai dopo Charles de Gaulle. Ministro degli Esteri dal 2002 al 2004, rifiuta di appoggiare la guerra al’Iraq. Dopo gli attentati del 2015 in Francia se la prende con i fondamentalisti islamici, ma anche con la politica estera degli Stati Uniti in medio oriente e nel Mediterraneo. Cosmopolita, liberale alla Giscard d’Estaing, è un classico esponente dell’élite francese per la quale la politica è appannaggio delle classi alte. Insieme a Georges Pompidou e a Raymond Barre è diventato primo ministro senza aver mai preso voti alle elezioni. Figlio d’arte (il padre Xavier, industriale di nobili origini, è stato senatore centrista), nasce a Rabat in Marocco nel 1953, cresce in Venezuela, poi tornato a Parigi segue il tradizionale cursus honorum: l’Ena e la diplomazia. Entra nel gabinetto di Alain Juppé, poi dal 1995 al 2002 diventa segretario della presidenza della Repubblica e collaboratore stretto di Jacques Chirac. Nel 2002 arringa l’Onu contro George W. Bush e incrocia i ferri diplomatici con Colin Powell. Da primo ministro miete successi economici, l’opposizione di destra lo accusa di non avere mai ottenuto un mandato popolare, quella di sinistra lo rispetta finché nel 2006 Villepin sbotta contro Hollande. Fin da allora non ha mai nascosto le sue ambizioni presidenziali; è finito nella tagliola giudiziaria per un affare di corruzione (contro di lui il suo nemico Nicolas Sarkozy, presidente della Repubblica, si schiera come parte civile, una novità assoluta in Francia). Nel 2010 Villepin viene assolto con formula piena, ma lo aspetta una lunga linea d’ombra, un purgatorio politico dal quale esce solo adesso. Intanto, seduto sulla riva del fiume, guarda sfilare Sarkozy verso la prigione. La magistratura francese ha mandato in galera un ex presidente, per la prima volta nella storia, ha azzoppato due aspiranti e adesso ha bloccato una candidata di primo piano come Marine Le Pen. Nulla da imparare dai grandi inquisitori italiani.
I comprimari
Condannato per corruzione in due processi nel 2021 e in un terzo nel 2025, Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa, figlio di un aristocratico ungherese rifugiato in Francia, ha raccontato le sue prigioni. Non dallo Spieberg come Silvio Pellico, ma dalla parigina Santé dove ha trascorso tre settimane. Il libro intitolato Diario di un prigioniero è appena uscito in Italia. Si definisce “ingenuo”, la sua colpa “imperdonabile agli occhi di chi detesta il potere politico, soprattutto da sinistra”, è essere stato un presidente di destra. Toghe rosse anche a Parigi? Certo lo scontro tra potere giudiziario e politico non è meno duro, alla faccia di Montesquieu. Sarko, come lo chiamano, è impresentabile, ma ha ancora abbastanza relazioni da poter esercitare un’influenza dall’esterno. Lo stesso potrebbe fare Hollande dal volto pacioso, la cui presidenza dal 2012 al 2017 non è destinata a fare storia. In teoria potrebbe anche candidarsi direttamente, i francesi perdonano gli “affari di cuore” come quello che travolse nel 2014 l’allora presidente. Ma nel partito socialista la figura emergente è Raphaël Glucksmann, figlio del filosofo André. Intello di sinistra, è emerso abbastanza tardi (deputato europeo nel 2019 alla soglia dei 40 anni) e rappresenta il volto internazionalista della sinistra, in prima linea a difesa dell’Ucraina, anti Putin senza essere russofobo e anti Trump senza fare l’anti americano. Nel 2009 ha sposato in prime nozze Eka Zgouladze, vice ministra dell’Interno prima in Georgia poi in Ucraina. Ma dal 2015 ha una relazione con una giornalista, Léa Salamé conosciuta in tv. Tra i macroniani sacrificati da Macron ci sono il giovane Gabriel Attal, primo ministro per pochi mesi nel 2024; Sébastien Lecornu, nominato due volte capo del governo, che sta reggendo la malferma barca del bilancio e dell’economia; Édouard Philippe centrista della nidiata Juppé (se non sarà confermato sindaco di Le Havre, l’ex boxeur ha detto che mollerà la politica). E dove lasciamo lo stagionato François Bayrou? Nelle retrovie delle riserve della Repubblica, come sempre.
Evocando Paul Ricoeur, la Francia vive “una crisi della memoria e della speranza” proprio come l’Europa che “non sa più che cos’è stata e neppure sa bene cosa vuole essere”. Un successo lepenista resta improbabile, ma chiunque vinca fra un anno dovrà cercare un posto per il suo paese nel nuovo disordine mondiale e l’unico vero denominatore comune nel tourbillon politico d’oltralpe è il travagliato rapporto transatlantico. “La sfida americana” di 50 anni fa, quando uscì il libro di Jean-Jacques Servan Schreiber, era una competizione tra sinceri rivali, oggi è una lotta per la sopravvivenza perché l’America è in bilico “tra la libertà democratica e la tirannide cesarista”: era la profezia di un francese come Tocqueville, ricordata dal presidente italiano Sergio Mattarella. La Francia regalerebbe di nuovo agli Stati Uniti una statua della libertà? Oggi no, ma se lo facesse sarebbe la sua sfida migliore.