colpire con forza e costanza
Il metodo contro il regime, la guerra dentro all'Iran
Israele colpisce alti ufficiali e gli apparati della repressione. Fra i primi bersagli ci sono i basij
La guerra non può finire senza che il ricatto su Hormuz sia demolito. La guerra non può finire senza che la leadership iraniana non abbia accettato un accordo. La guerra può però finire senza un cambio di regime. Israele ha la sua idea che potrebbe non coincidere con quella degli Stati Uniti. Gli interessi dei due paesi sono allineati, ma le operazioni si chiamano con nomi diversi, Ruggito del leone per gli israeliani, Furia epica per gli americani. Sono una guerra bifronte, conflitti simbiotici, con sfumature. Israele conosce la Repubblica islamica dell’Iran meglio di Washington, applica due regole: il regime capisce soltanto l’uso della forza e per smantellarlo serve costanza. La soluzione israeliana per Hormuz, per esempio, prevede attacchi continui contro la Marina di Teheran e contro le infrastrutture che consentono al regime di sopravvivere, come il giacimento di gas di South Pars. Il primo che mostra di essere intimidito è spacciato. E’ una regola semplice, che Israele conosce bene. Gli Stati Uniti un po’ meno. Alcuni paesi del Golfo per niente. La soluzione israeliana per il regime, invece, prevede che il cambiamento debba avvenire dall’interno per questo il lavoro di Tsahal è anche agevolare la prossima rivolta, con metodo.
Dall’inizio della guerra, Israele ha iniziato a colpire i quartier generali delle forze speciali di polizia, dei Guardiani della rivoluzione islamica e dei basij, la milizia che esegue soprattutto le operazioni di repressione. Il Wall Street Journal ha potuto visionare alcuni documenti che mostrano nel dettaglio cosa è stato colpito da Tsahal e cita, per esempio, la Tharallah, l’unità delle Guardie della rivoluzione che si occupa della capitale Teheran. Nel corso dei giorni, gli obiettivi si sono ampliati anche perché molte segnalazioni sono arrivate proprio dai cittadini. Anche l’eliminazione del capo dei basij, Gholamreza Soleimani, ucciso nella notte fra lunedì e martedì, è avvenuto in seguito a una soffiata che partiva dagli iraniani che avevano individuato in un complesso di tende fuori Teheran l’area in cui si era spostato il capo della milizia. Mentre combatte contro Israele e gli Stati Uniti, il regime è comunque impegnato a schiacciare la popolazione e lo fa con una rete dispiegata anche per le strade per arrestare i civili. I basij si sono organizzati per eseguire gli ordini, e Tsahal ha preso a colpire i posti di blocco e i checkpoint, eliminando tre o quattro membri alla volta: il numero totale supera i trecento basij colpiti. Per evitare di essere identificati, i membri della milizia hanno spostato i loro controlli sotto i ponti, o mascherano i loro mezzi di trasporto usando per esempio dei taxi, nella speranza di essere meno visibili agli occhi degli israeliani. Hanno però sottovalutato le segnalazioni che sono continuate ad arrivare da parte della popolazione. Le forze di sicurezza hanno iniziato a cercare zone sicure in cui rintanarsi, occupando scuole, a volte ospedali e anche centri sportivi. Nei primi giorni delle operazioni, Tsahal aveva mirato agli stadi, gli attacchi rispondevano all’informazione secondo la quale alle forze di riserva era stato dato l’ordine di radunarsi negli impianti sportivi. Colpendo per esempio lo stadio Azadi, Tsahal ha eliminato centinaia di membri delle forze di sicurezza e dell’esercito.
Israele gioca dentro all’Iran e contro il regime usando anche l’intimidazione. Ha un controllo del territorio che non perderà a guerra finita. Il Wall Street Journal cita una telefonata fra un agente del Mossad, l’intelligence di Israele, e alcuni funzionari del regime, in particolare un comandante della polizia locale. L’agente chiama per dire al poliziotto che è arrivato il momento di “stare dalla parte del tuo popolo”. L’alternativa è essere eliminati come accaduto a membri di rango alto o basso dell’apparato del regime, dalla Guida suprema Ali Khamenei, ai picchiatori della milizia dei basij. La risposta del comandante della polizia, citata dal Wall Street Journal, è: “Fratello, giuro sul Corano che non sono tuo nemico. Io sono già un uomo morto, vieni ad aiutarci, ti prego”. Non è abbastanza per parlare di fine del regime. E’ un punto di partenza per capire come viene meno la terra sotto ai piedi di un apparato repressivo costruito in quarantasette anni.
la guerra asimmetrica