Foto Archivio Storico Adolf Huhnlein (via LaPresse)

questioni ancora aperte

Gli Archivi americani hanno pubblicato i registri degli iscritti al partito nazista. E i tedeschi hanno iniziato a curiosare

Giovanni Battistuzzi

In America sono state rese disponibili online “le copie di registri biografici del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei conservati presso il Berlin document center”. Il sito non ha retto per l'elevatissimo numero di accessi dalla Germania

Il sito web degli Archivi nazionali degli Stati Uniti ha avuto picchi anomali di accessi in questi giorni. Martedì è stato a tratti inaccessibile. Mercoledì e giovedì accedere era possibile, ma la navigazione assai lenta. La gran parte degli utenti era geolocalizzata in Germania. Non è stato però segnalato nessun attacco hacker. Chi accedeva erano persone reali. E non erano mosse da un desiderio di far collassare il sito, ma dalla curiosità.

Mercoledì 11 marzo gli Archivi nazionali americani hanno deciso di rendere disponibili online “le copie di registri biografici del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) conservati presso il Berlin document center” (ma non digitalizzati in Germania). In meno di una settimana, quello che era argomento di interesse per storici e appassionati di storia, si è trasformato in curiosaggine generale. Una diffusa volontà di andare a ritroso nel tempo. Gli archivi contengono schede con nomi, indirizzi, date di nascita, date di iscrizione al partito e numeri di tessera. Talvolta è presente una fotografia e, in alcuni casi, esistono ancora le domande di iscrizione. Tutti documenti che il Partito Nazista conservava nel registro nazionale di Monaco e che, con l'avanzata delle truppe statunitensi nei primi mesi del 1945, i responsabili decisero di distruggere inviandoli alla cartiera Josef Wirth di Freimann (nei dintorni di Monaco) stipandoli in venti camion. Le circa 65 tonnellate di carico però non furono distrutte. I fascicoli vennero portati dagli oppositori del regime, con l’aiuto delle truppe americane, a Berlino Ovest, presso il Centro documentale di Berlino e lì conservati. Diversi microfilm furono dati agli americani. Questi sono stati resi pubblici la scorsa settimana.

“Il passato nazista è una presenza ancora sentita da buona parte della popolazione tedesca. Una presenza che magari non opprime, ed è logico che sia così visto il tempo che è passato, ma che comunque c’è”, dice al Foglio Sven Scholl, ex ricercatore di Storia all’Institut für Zeitgeschichte di Monaco di Baviera, ora autore di programmi televisivi e documentari. “La maggioranza dei tedeschi ha a che fare o ha avuto a che fare con storie famigliari legate al Nazismo. Storie a volte irrisolte, perché non dimostrabili fattualmente. Racconti e ricordi tramandati, risolvibili anche facilmente, ma a patto di muoversi, andare in un archivio e cercare, previa presentazione di richiesta scritta. Il problema è che archivi e centri di documentazione sono luoghi che la quasi totalità delle persone percepisce come respingenti. E così queste storie sono rimaste indimostrabili”.

La pubblicazione online ha reso se non facile, quanto meno possibile, provare a risolvere questioni famigliari ancora aperte. Senz’altro ha acceso la curiosità, a tratti morbosa, di chi vuole indagare, verificare se davvero il padre, il nonno, il bisnonno, il vicino di casa si era opposto al Nazismo, aveva deciso di non prendere la tessera. “Ha senso tutto questo? Sì e no a mio avviso. Perché se conoscere è sempre utile, lo dico da ex storico, giudicare una vita per una tessera presa o non presa non sempre è la scelta migliore. Ci si espone a un giudizio, in molti casi, senza possibilità di appello”, ragiona Scholl. Anche perché delle 14 milioni di schede originali, sono state recuperate circa 12,7 milioni, ovvero circa l'80 per cento. E soprattuto, l'appartenenza alle SA e alle SS non era necessariamente collegata all'appartenenza al partito, per non parlare di altre organizzazioni subordinate. Nonostante questo però gli archivi nazionali americani, “non hanno mai registrato un picco di accessi del genere”, risponde al Foglio uno dei responsabili del National archives catalog.

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