Imbarazzo a Tokyo
Takaichi non sa come dire a Trump che il Giappone non manderà navi a Hormuz
La premier giapponese è alla sua prima visita ufficiale alla Casa Bianca. Voleva parlare di Cina e deterrenza, ma si ritrova in un complicato gioco di pressioni, richieste e necessità, fra Cina e Iran
Da giorni la premier giapponese Sanae Takaichi prepara una delle missioni più complicate della sua carriera. Oggi sarà ricevuta alla Casa Bianca per la prima volta da quando è a capo del governo dell’ormai quinta economia del mondo (tre mesi fa il Giappone è stato scavalcato dall’India). Il presidente americano Donald Trump ha già inviato diversi messaggi ai suoi partner dell’Indo-Pacifico, e soprattutto al Giappone, che dipende dall’America per la sua difesa strategica: vuole che Tokyo invii le sue Forze di autodifesa navali per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Takaichi non può più prendere tempo, deve dare una risposta a Trump di persona, e la questione non è complicata soltanto dal punto di vista militare, ma anche legale.
Per via della sua Costituzione redatta subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone può intervenire all’estero solo se c’è una “minaccia alla sopravvivenza” del paese oppure una “situazione di influenza rilevante”. Nei giorni scorsi Takaichi aveva detto alla Dieta che il governo stava esaminando “cosa il Giappone possa fare autonomamente nel rispetto del proprio quadro giuridico”. Ma secondo i media nipponici, la linea prevalente dentro all’esecutivo è che la situazione legata all’Iran non si configuri né come una “crisi esistenziale” tale da giustificare l’esercizio del diritto di autodifesa collettiva, né come una “situazione di impatto significativo” che consentirebbe operazioni di supporto alle Forze armate americane. Il problema di Tokyo resta l’umoralità del presidente, e il metodo del ricatto già visto con le politiche dei dazi: “Abbiamo 45.000 soldati dislocati in Corea del sud, in Giappone e in Germania e li stiamo difendendo, ma questi paesi non sono disposti a impegnarsi nello Stretto di Hormuz”, aveva detto Trump qualche giorno fa. L’Unione europea ha già più volte detto di non essere disposta a usare suoi mezzi navali, ma il Giappone si trova in una posizione debole anche per via della Repubblica popolare cinese. La campagna antigiapponese lanciata da Pechino a novembre scorso va avanti senza sosta: media e funzionari cinesi accusano Takaichi di un ritorno alla militarizzazione da quando la premier aveva detto che una eventuale guerra d’invasione di Taiwan, quella sì, sarebbe stata una minaccia diretta al Giappone e quindi le Forze di autodifesa sarebbero legittimate a essere coinvolte al fianco di Taipei. La Repubblica popolare guidata da Xi Jinping sta disegnando l’immagine del Giappone di Takaichi sempre più aggressivo e bellicista, e ora qualcuno a Tokyo teme che la narrazione della “minaccia giapponese” possa in futuro giustificare azioni più concrete da parte dell’Esercito popolare di liberazione – magari non una guerra, ma pressioni e provocazioni militari sempre più incontrollabili.
E’ anche per questo che il governo giapponese ha bisogno del massimo grado di deterrenza possibile, e cioè dell’ombrello nucleare americano. Takaichi aveva preparato la sua visita a Washington – dove arriverà insieme con 250 ciliegi giapponesi, per festeggiare l’anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America – sulla base della minaccia cinese. Il dossier da discutere con Trump riguardava il contenimento della Cina e la presenza americana nell’area. Poi è iniziata la guerra contro l’Iran, e tutto è cambiato. Per il Giappone si tratta anche di un conflitto che ha conseguenze dirette sulla popolazione, e quindi sull’opinione pubblica: lunedì Tokyo ha iniziato il più grande rilascio di petrolio dalle sue riserve strategiche, pari a 80 milioni di barili. Il paese, che importa quasi tutto il suo fabbisogno di greggio, ha due tipi di riserve strategiche, una nazionale e una privata, che rappresentano rispettivamente 146 giorni e 101 giorni di domanda interna. Il rilascio di lunedì rappresenta circa il 17,7 per cento del totale, pari a circa 15 giorni di domanda interna.
Non tutti i paesi asiatici hanno riserve di questo tipo: il governo del Vietnam ha già chiesto a Tokyo di rifornire il paese attingendo dalle sue riserve strategiche. Oltre al prezzo del gasolio già aumentato per le attività quotidiane – con conseguenze sulla logistica – gli economisti giapponesi si aspettano effetti sull’aumento dei prezzi al consumo già dal prossimo mese, mentre le industrie del settore petrolchimico, vitali per la catena produttiva, hanno già da una settimana ridotto le produzioni a base di greggio. Takaichi parlerà con Trump anche di un progetto congiunto di estrazione di petrolio in Alaska, sperando che questo plachi la sua fame di “accordi bellissimi”. L’altro ieri il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha parlato al telefono con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, e ha chiesto di assicurare la navigabilità di Hormuz.