Speciale mica tanto

Starmer dice che la priorità europea è l'Ucraina, ma la relazione con Trump è ai minimi

Paola Peduzzi

Il premier britannico difende Kyiv. Intanto il rapporto con la Casa Bianca si incrina ulteriormente

Nell’immaginario britannico di Donald Trump ci sono solo la casa reale e Winston Churchill. La passione del presidente americano per i reali è cosa nota e ben strumentalizzata da Londra, tanto che nella conversazione che il premier britannico, Keir Starmer, ha avuto con il presidente americano all’inizio dell’operazione militare contro l’Iran, quando il Regno Unito non aveva dato il permesso di utilizzare le proprie basi – una conversazione  che il Sun ha definito “complicata” – Starmer ha cercato di ammorbidire i toni ricordando a Trump che dopo l’estate re Carlo andrà in visita a Washington, un buon momento per celebrare la relazione speciale. Il presidente americano non si è fatto troppo distrarre e anzi ha iniziato il suo tormentone, Starmer “non è Winston Churchill”, cosa che il premier britannico ha preso con grande pacatezza, come è nel suo stile. 

Starmer non utilizza toni o tattiche muscolari,  churchilliani, Starmer è tondo, vuole evitare scontri che possono essere costosissimi, ignora, non è uno che si offende. I media britannici si sono accaniti sul rifiuto del premier britannico, hanno raccontato che il rapporto con Washington si è incrinato notevolmente, ma un po’ l’approccio inglese si è modificato e un po’ Starmer ha messo in chiaro la posizione inglese che è anche quella europea. 
Il Guardian ha rivelato un dettaglio dei negoziati intercorsi tra Washington e l’Iran a Ginevra prima dell’operazione militare che spiega l’iniziale riluttanza britannica a partecipare all’operazione militare. Jonathan Powell, consigliere  per la sicurezza del governo britannico, ha partecipato a quei negoziati e, secondo le fonti citate dal quotidiano progressista, ha detto che l’offerta di Teheran era “sorprendente”, anche se, come dice un diplomatico occidentale, “Jonathan era convinto che bisognasse fare un accordo, ma l’Iran non era ancora arrivato al punto di un patto, soprattutto per quel che riguarda le ispezioni dell’Onu nei suoi siti nucleari”. Gli inviati americani, Jared Kushner e Steve Witkoff, giudicarono insufficiente la proposta di Teheran e, pur fissando un nuovo round di negoziati per il 2 marzo, tornarono a Washington evidentemente con attese negative, visto che due giorni dopo è stato lanciato l’attacco all’Iran. Sulle convinzioni degli inviati americani, e su quel che Witkoff avrebbe riportato a Trump ci sono molte speculazioni, ma il punto inglese è che ci fosse ancora spazio per i negoziati e che quello spazio non sia stato utilizzato. Per questo la risposta iniziale di Londra, oltre alla sorpresa per un attacco non coordinato né comunicato, è stata molto cauta. 

Poi si è evoluta in una posizione comune che è anche quella adottata dai paesi del Golfo: ci si difende se colpiti dagli iraniani, ma non si risponde alla domanda – alla pretesa in realtà – trumpiana di far intervenire la Nato per sbloccare lo Stretto di Hormuz. Per quanto Starmer non goda di buonissima stampa e abbia parecchi guai di stabilità interna – al question time di ieri mattina, ai Comuni, buona parte del tempo è stata dedicata ancora allo scandalo di Peter Mandelson e dell’errore di giudizio del premier nel nominarlo come ambasciatore nonostante il suo rapporto con Jeffrey Epstein – non è nel suo interesse né nella sua volontà logorare il rapporto con Trump. Ci sono troppe cose in gioco, a partire dai dazi, che trattengono  il governo di Londra dal reagire con stizza o capricci alla prepotenza americana. E c’è anche una priorità ben precisa che è condivisa, cosa rara, anche con il partito d’opposizione, i Tory, e che riguarda la difesa dell’Ucraina. 

Due giorni fa, mentre Trump diceva ancora una volta che Starmer è tanto una brava persona e ha un bell’accento ma non è Winston Churchill (lo ha detto mentre ospitava alla Casa Bianca il premier irlandese, Micheál Martin, che si è ritrovato, pensate un po’ che paradosso, a difendere Starmer e la sua capacità strategica), il premier britannico ha ospitato Volodymyr Zelensky, che sta facendo un tour nelle capitali europee. La nostra priorità è la difesa dell’Ucraina, ha detto Starmer, e anche la leader dei Tory, Kemi Badenoch, lo ha ribadito poco dopo: il legame tra Russia e Iran non può essere sottovalutato, ha detto il premier, elogiando il pronto aiuto offerto da Kyiv. In un’intervista alla Bbc, Zelensky ha detto che i rapporti burrascosi fra Trump e Starmer stanno avendo un brutto effetto sui negoziati ucraini e si augura che ci sia modo di “ristabilire” la special relationship, ma su questo fronte il presidente americano ci sente poco e anzi ieri si è scocciato anche di chiedere l’intervento degli europei nello Stretto di Hormuz: è un problema vostro, ha scritto su Truth, occupatevene voi. Che forse è l’ultimo atto del trumpismo nei confronti della Nato e dell’Ue: imparerete a difendervi da soli, che vi piaccia o no.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi